“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Le grandi attività delle società umane come dei singoli individui sono sempre state intessute di gioco, di pulsione ludica, e l’Homo Ludens di Huizinga è la più compiuta descrizione di come l’uomo partecipi al suo essere nel mondo proprio attraverso l’attività del “gioco”, considerato nella sua forma più ampia e ben oltre l’usuale estensione semantica di questa parola.
Il gioco per eccellenza, quello che meglio traduce nella propria fisicità e nelle proprie regole la ragnatela delle leggi cosmiche è sicuramente quello degli scacchi. Nelle 64 caselle della scacchiera a darsi battaglia non sono solamente, come parrebbe a uno sguardo proiettato solo sulla superficie delle cose, i pezzi ritualizzati, ma tutte le forze del Cosmo.Lo comprese bene Ingmar Bergman quando assegnò proprio a tale gioco il ruolo di catalizzatore della partita fra il crociato Antonius Block e la Morte nel suo sommo capolavoro cinematografico Il settimo sigillo.
Quanto il gioco degli scacchi sia il rispecchiamento, attraverso l’ingannevole immagine ludica, di logiche e contrapposizioni universali e del nostro universo pulsionale interno è una realtà arcana alla maggioranza degli stessi giocatori, inconsapevoli della fittissima rete di corrispondenze cosmiche che si annida nelle loro mosse, nel loro antagonismo, nel desiderio di autoaffermazione egoica che è ad esso sotteso.
È curioso notare che il più illustre “nemico” degli scacchi sia stata anche una delle menti più universali e profonde espresse da qualsiasi cultura e letteratura, Edgar Allan Poe.In un saggio del 1836, Maelzel’s Chess Player, apparso sul “Southern Literary Messenger”, Poe partiva dal famoso giocatore di scacchi di Maelzel, l’automa ideato dal tedescovon Kempelen per l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria che tanto scalpore suscitò al tempo anche presso chi non aveva mai neanche sfiorato le pedine degli scacchi. Poe esordiva con una serie di considerazioni sull’automa stesso, dubitando a ragione che si trattasse di un puro congegno meccanico, e ipotizzando come una persona in carne e ossa si celasse dietro di esso, con logiche ed intelligenza del tutto umane:
“L’Automa non vince invariabilmente la partita. Se la macchina fosse una pura macchina, ciò non accadrebbe: vincerebbe sempre. Trovato il principio in base al quale si possa ottenere una macchina che gioca a scacchi, un’estensione dello stesso principio metterebbe quella macchina in condizione di vincere una partita; un’ulteriore estensione le consentirebbe di vincere tutte le partite, ossia di battere ogni possibile gioco di un avversario. Una modesta considerazione convincerà chiunque che la difficoltà di far sì che una macchina vinca tutte le partite non è maggiore, in definitiva, riguardo al principio delle operazioni necessarie, della difficoltà di farle vincere una singola partita”.
Poe passava poi ad un’espressa contrapposizione fra il gioco della dama, di cui egli era cultore e giocatore provetto, e quello degli scacchi, facendo pendere la bilancia nettamente a vantaggio del primo. Stravolgendo le idee più vulgate e le associazioni di valore più facili e scoperte, Poe sosteneva che la potenza della riflessione è messa in gioco assai più attivamente e proficuamente nell’umile gioco della dama piuttosto che nella “laboriosa futilità” degli scacchi.
I bizzarri e talora controituitivi movimenti dei pezzi degli scacchi e la complessità del gioco inducono all’errore di confondere il complicato con la profondità. Negli scacchi, secondo il sommo autore americano, a vincere non è il pensatore più profondo, ma solamente chi riesce a concentrarsi di più e a far perdere la partita è principalmente il fattore della distrazione mentre nella dama il movimento è unico e consente poche variazioni, dando adito a meno distrazioni e con risultati attribuibili a una maggiore dose di “acumen”.
Oltre le considerazioni scacchistiche, la distinzione di Poe tra la complicatezza e la profondità resta magistrale e illuminante.
Quante volte, sia detto per inciso, anche nell’esercizio del pensiero si scambiano per abissi di profondità dei puri contorcimenti verbali e concettuali che proprio attraverso la cortina fumogena di un linguaggio oscuro o altisonante riescono a dissimulare la loro vacuità! La più modesta pagina di un grande filosofo, che sia Platone o Cartesio, Kant o Schopenhauer, racchiude forse tesori di pensiero superiori all’opera di un Deleuze o di un Derrida o di tutti i “nouveaux philosophes” che tante mode hanno suscitato e la cui pomposità di parole serve proprio ad ammantare talvolta il nulla. Se quella retorica e quella solennità ostentate venissero meno cadrebbe il loro intero castello concettuale.
Tornando a bomba, forse Poe vedeva giusto in quel distinguo anche nel suo confronto fra la dama e gli scacchi, ribaltando radicalmente le apparenze e i giudizi convenuti. Quel che è certo però è che gli scacchi possono rivendicare sulla più lineare e univoca dama una ricchezza e universalità di simboli molto maggiore, un rispecchiamento in grado superiore delle leggi dell’universo.
In un saggio di folgorante brevità (e che proprio in tale brevità vale più di intere e verbose monografie) Titus Burckhardt sviscerò meravigliosamente il simbolismo celato nel gioco degli scacchi. La scacchiera si configura come un mandala, per la precisione il Vastu-Mandala, uno psicocosmogramma che è insieme il diagramma di molti templi e città dell’India e dell’ Estremo Oriente. A fronteggiarsi sulla scacchiera sono le forze divine degli “asuras”, dei demoni, e dei “devas”, degli angeli.
“Nella posizione iniziale dei pezzi, l’antico modello strategico resta evidente; vi si riconoscono le due armate disposte nell’ordine di battaglia in uso presso gli eserciti dell’antico Oriente: le truppe leggere, rappresentate dai pedoni, formano la prima linea, mentre il grosso dell’armata è costituito dalle truppe pesanti, i carri da guerra (le torri), i cavalieri (i cavalli) e gli elefanti da combattimento (gli alfieri); il re e la sua dama – o il suo “consigliere” – si tengono al centro delle truppe. La forma della scacchiera corrisponde al tipo “classico” del Vastu-mandala, il diagramma che costituisce anche il tracciato fondamentale di un tempio o di una città. Tale diagramma è simbolo dell’esistenza, concepita come un “campo d’azione” delle potenze divine. Il combattimento rappresentato dal gioco degli scacchi è dunque figura, nel suo significato più universale, del combattimento dei devas con gli asuras, degli “dei” con i “titani”, o degli “angeli” (i devas della mitologia indù sono infatti analoghi agli angeli delle tradizioni monoteiste) coi “demoni”: tutti gli altri significati del gioco derivano da questo”.
Gli scacchi hanno un’origine brahmanica e un carattere sacerdotale impronta l’ashtapada, il diagramma dei 64 quadrati di colore alternato (64 come nell’I-King!). L’esplicito simbolismo guerriero degli scacchi si rivolge agli ksatriyas, la casta dei principi e dei nobili, e nello stesso Ramayana la città degli Dei, Ayodhia, è una scacchiera cosmica, un quadrato con otto scomparti per lato.
Sarebbe interessante estendere il parallelo che Burckhardt tocca solo en passant fra il simbolismo scacchistico e la Bhagavadgita, entrambi rivolti, come si è detto, all’aristocrazia guerriera degli ksatriyas. Nella Bhagavadgita Arjuna, l’arciere divino, dialoga con Krishna nell’imminenza di una battaglia e ricorda il dovere del combattere e come nel corso del combattimento solo il corpo possa essere ucciso. Indifferente al corso delle cose esteriori, Arjuma indugia a raccogliersi nella concentrazione mentale e a coltivare la bhakti, l’amore divino.
L’esaltazione dell’azione è l’istanza per coniugare fra loro disciplina speculativa e disciplina pratica, vijnana, la conoscenza intuitiva, e jnana, la conoscenza mediana, troncando e armonizzando poi queste dualità in una superiore unità. L’azione scacchistica, impregnata di queste corrispondenze superiori, traduce nel suo farsi proprio questo tentativo di armonizzazione e di superamento delle dualità, rimandando a dinamiche non evincibili immediatamente dal giocatore.
Così come ogni singolo pezzo affonda le sue radici storiche e simboliche in una complessità mostruosa di temi e di archetipi, la stessa azione cruciale dello scacco matto rimanda a un’infinità di sottintesi anch’essi archetipici e poi psicanalitici, primo fra tutti il complesso di castrazione.
In un mirabile libro sulla psicologia del giocatore di scacchi, Reuben Fine metteva in luce le nevrosi e le stramberie dei grandi giocatori del passato, da Lasker a Steinitz (che in autentici deliri di autoesaltazione giungeva a credere di giocare a scacchi con Dio), da Capablanca a Morphy, sviscerando anche la potenziale omosessualità sublimata nel gioco e la vera e propria mania febbrile che si impossessa dei giocatori.
Una componente pulsionale e primitiva si annida dietro le quinte di un gioco all’apparenza cosi civilizzato, raffinandosi e addomesticandosi ma non perdendo mai fino in fondo quella radice prima; la fonte prima è proprio quell’archetipo guerriero e bellicoso, un archè connesso all’invisibile, a ciò che non c’è nell’immediato mondo dei sensi eppure c’è, ben oltre l’immediata evidenza.
In quello che è forse il capolavoro della letteratura sul gioco, la Novella degli scacchi di Stefan Zweig (cui sono debitori quasi tutti i racconti e i romanzi sul tema successivi) attraverso il personaggio del campione di scacchi Czentovič è messa in luce l’unilateralità e l’ottusità di un’intelligenza univoca, maniacalmente proiettata solo sul gioco.
Tale monomaniacalità sembra improntare molti giocatori, sia grandi che modesti, in preda a un vero e proprio daimon in cui essi annullano loro stessi e i loro altri talenti nella dimensione unica e assorbente del gioco. Si tratta della deriva e della degenerazione scacchistica, del ribellarsi del gioco al suo significato più originario e profondo. Gli scacchi restano una via regia per incanalare le proprie pulsioni e indirizzarle verso quell’armonizzazione accennata prima, altrimenti se ne tradisce la loro essenza più riposta e profonda.
Lasciamo in ultimo la parola a Burckhardt:
“Ciò che più affascina l’uomo di casta nobile e guerriera, è la relazione fra volontà e destino. Ora, il gioco degli scacchi illustra proprio questa relazione, in quanto i suoi concatenamenti restano sempre intelligibili senza essere limitati nella loro varietà. Alfonso il Saggio, nel suo libro sul gioco degli scacchi, racconta che un re dell’India volle sapere se il mondo obbedisce all’intelligenza o al caso. Due saggi, suoi consiglieri, fornirono risposte contrastanti e, per provare le rispettive tesi, uno di loro prese come esempio il gioco degli scacchi, in cui l’intelligenza prevale sul caso, mentre l’altro portò dei dadi, immagine della fatalità. Del pari, al Mas’udi scrive che il re “Balhit”, il quale avrebbe codificato il gioco degli scacchi, preferì quest’ultimo al nerd, un gioco d’azzardo, poiché nel primo “l’intelligenza trionfa sempre sull’ignoranza”. Ad ogni fase del gioco, il giocatore è libero di scegliere fra varie possibilità; ma ogni mossa comporterà una serie di conseguenze ineluttabili: la necessità delimiterà vieppiù la libera scelta, facendo sì che il termine del gioco non rappresenti il frutto del caso, bensì il risultato di leggi rigorose. È qui che si rivela non soltanto la relazione fra volontà e destino, ma anche fra libertà e conoscenza: prescindendo da eventuali inaccortezze dell’avversario, il giocatore manterrà la propria libertà d’azione nella misura in cui le sue dimensioni coincideranno con la natura stessa del gioco, ovvero con le possibilità che questo implica. In altri termini, la libertà d’azione va in questo caso di pari passo con la preveggenza e con la conoscenza delle possibilità; l’impulso cieco, di contro, per quanto possa apparire libero e spontaneo in un primo momento, si rivela a conti fatti come una non-libertà. L’ “arte regia” sta nel governare il mondo (esteriore o interiore) in conformità con le leggi che gli sono proprie. Questa arte presuppone la sapienza, che è conoscenza delle possibilità; ora, tutte le possibilità sono contenute in sintesi nello Spirito universale e divino. La vera sapienza è l’identificazione più o meno perfetta con lo Spirito (Purusha), simboleggiato dalla qualità geometrica della scacchiera (lo Spirito o il Verbo è la “forma delle forme”, vale a dire il principio formale dell’universo), “sigillo” dell’unità essenziale delle possibilità cosmiche. Lo Spirito è la Verità: nella Verità l’uomo è libero, fuori di essa è schiavo del destino. Questo è l’insegnamento del gioco degli scacchi. Lo Kshatriya che ad esso si dedica non vi trova solo un passatempo, un modo di sublimare la sua passione guerriera e la sua sete d’avventura, ma anche (in proporzione alla sua capacità intellettuale) un supporto speculativo, una via che dall’azione porta verso la contemplazione”.