Da questo libro si imparano molte cose; la prima che resta impressa – per lo meno nel nostro cuore, facilmente impressionabile dall’avvenire per avventure – è la figura di Musa ag Amastan. Del grande amenukal – capo, guida, maestro – dei tuareg dell’Ahaggar, amico di Charles de Foucauld, sono ricalcati alcuni versi, d’ineffabile efficacia:
“Devi stare nel deserto per sapere il silenzio della notte; crolla dalla lampa di ciascuna stella e dalla bianca tomba della luna.
Il petto della sabbia non batte, dorme come il seno di una donna morta, che nessuna carezza potrà risvegliare.
Devi perderti nel deserto per sapere la solitudine: né alberi né uccelli cantano entro l’arido chiostro di pietre e sabbie;
chi non lo conosce non può dire di essere stato solo.
E io mi sono steso su questa immensità che scava, sotto il nostro peso, il crudo scudo della tomba – quello della culla”.
Se ne ricava una poetica: illibato silenzio, libagione di deserti. Là dove infuria la solitudine, sgorga la fonte.
Il testo – ce ne sono altri, a costruire una specie di libro nel libro, di spartito al libro, di spargimento di verbi – funge da portale a Imzad, raccolta poetica uscita nel 1988 per l’editore Ripostes. Imzad, ci dice l’autore, “è un termine tratto dalla lingua parlata dai Tuareg dell’Hoggar”: significa “violino monocorde, in pelle (usato tradizionalmente dalle donne)”, atto al canto d’amore nei momenti di bivacco. Anche il deserto ha la sua raffinata Provenza, la legione dei fedeli d’amore: Imzad è la cetra, ebbro riparo dal sole al massacro.
È probabilmente questa la raccolta più affascinante di Franco Ferrara, poeta propenso al vagabondaggio lirico, morto dieci anni fa, a fine gennaio, a Roma, la sua città. Le formule classiche della grande poesia islamica, sono decentrate in una austerità fuori tempo, sospesa, tra molossi di pietra:
“Chi eravamo, amore
prima di scendere nel tempo dei nostri corpi?
Chi ha detto che il tempo abbraccia qualcosa d’inferiore
a ciò che siamo in grado di sognare
e di essere?
Quale il segreto di questo nostro universo
che appare, scompare
e ritorna nel cielo esterno delle stagioni?
Di questo sogno in me antichissimo e tuttora nascente,
domato
al morso della discrezione,
confuso come rose di sabbia nella duna
della mia fronte
e come il vento del deserto, caparbio, ritornante
rinnovato?”
Il libro nasce da un’esperienza formidabile: negli anni Ottanta, il poeta svolge, per conto dell’Unesco,
“una serie di missioni nel deserto del Sahara atte a dimostrare, sulla base del rinvenimento di tracce archeologiche valide, l’esistenza di vie carovaniere impiegate dai Romani nei commerci coloniali. Le spedizioni cominciano subito e si susseguono di anno in anno nei mesi dell’autunno e dell’inverno. Per Franco è il miraggio totale, la seduzione, il sogno che lo assorbe e lo dissangua di tutte le energie: del corpo, della fede, dell’intelletto razionale e dell’estro poietico”.
Gianluca Armaroli
Nato nel 1935, Ferrara è poeta disadatto ai raduni lirici, ai repertori mortificanti, antologici della poesia d’italico volto. Da ragazzo, ausculta l’epopea dei “Novissimi”, frequenta l’avanguardia romana celebrata presso la galleria La Capannina di Fernando Porfiri, predilige la smeraldina tensione del linguaggio, il suo occulto, la lordura dell’ovvio. Pubblica, per lo più, per edizioni sotterranee – Rebellato, Terzo Millennio – in forma tambureggiante, senza occuparsi di schemi, classifiche, tanto meno ‘carriere’. Per un po’ lavora in Rai, “come redattore di testi televisivi e radiofonici”; occasionalmente, forse per frainteso, la critica si occupa di lui, con parole nell’oro. Negli anni Novanta, terminata l’impresa africana, Ferrara “si ritira fra i trofei e le decine di migliaia di libri della sua residenza romana, dove conduce un’esistenza appartata”, che ha fervore di deserto: “tutta la sua ritrosia, la sua connaturata abitudine al rapporto col silenzio, si fa ora intenzione, programma” (Armaroli).

Per la vita restante, Ferrara lavora a un libro teso allo sbalordimento linguistico, s’intitola Ritorno all’Indie Meridiane, punto d’incrocio tra Gadda e Daniello Bartoli. Dal 1991 non pubblica più nulla; l’ultima opera poetica, Questo intendevo dire, termina con parole d’incanto:
“Dono l’orma delle mie solitudini al deserto
per placare la sua immensità
e i cavalli delle nostre stagioni hanno impronte di cielo.
Ora ogni cosa è al suo posto.
L’oceano che divide riunisce
perché immutabile è la mobilità delle acque.
Pongo la mano sulla mano destra del cielo
E bacio l’anello che racchiude le sue eternità.
L’universo siede accanto alla mia parola
per riscaldare la carovana dei suoi soli
E l’oro del fiume è propizio”.
C’è sempre qualcosa di avventato e di arcano nelle poesie di Ferrara. L’ultima vita lirica di Franco Ferrara – coagulata nei capolavori: La trasgressione del silenzio, Imzad, Questo intendevo dire – è raccolta da Argolibri in un tomo mirabile, Il cielo era già in noi, a cura di Gianluca Armaroli, Domenico Brancale e Giorgiomaria Cornelio. Sulla scia di questa rinnovata memoria, le edizioni La Vita Felice hanno pubblicato Lettere a Natasha (in origine per Libreria Achab Editrice, 1986), dichiarandolo “libro… fra i più originali della poesia degli ultimi cinquant’anni”. L’originalità non è criterio lirico e i poeti sono frontalieri, fronteggiano i secoli, mica i decenni, ad ogni modo: il restauro di Franco Ferrara, pur nella clandestinità di chi ‘se ne intende’, di chi pratica poesia per iniziati, è iniziato.
I temi che avvincono, studiando la figura di Ferrara, sono tanti: un certo candore, una certa inavvicinabilità, una certa ingenuità; i fuoripista culturali, l’avvio al deserto, l’impotenza del pathos, le letture disparate e disadorne; il fatto di affidare i versi “all’inchiostro di edizioni in tiratura limitata”, un affabile donchisciottismo contro la cultura che impera e divora. Insomma, è lo stigma dell’insolito e dell’irrisolto, del ‘canone inverso’, contrario all’ovvio sempre in opera, che fa dire a Giorgiomaria Cornelio, nella complice postfazione al libro che
“Franco Ferrara è stato poeta di versi «senza mendicherie di plauso o pitoccando governi, potentati, costanzesche adunanze d’osti, mimi, parolai», e tanto basta a riparare la labile definizione di poesia come pura regione di circostanze: semmai l’enigma all’opera, il fuoco sopra ogni segno”.
Al fuoco paragoni e paradigmi, si dirà. A Franco Ferrara si apparenta, per difformità di linguaggio e di ricerca e sana dissipazione del corpo lirico, l’opera dei due Villa, divini villani della poesia italiana, Emilio (fratello nell’esplorazione di altre, arcane culture, espropriate dalle biblioteche patrie) e Dario (per l’indifesa gioia nel disperdersi in disperato anarchismo linguistico). Sana invasione di campo, inversione di rotte; soltanto un poeta nottambulo, che alterna computer e pergamena, lo stampigliato oggi e la scrittura su pelle, il ciclostile e il petroglifo può attaccare così (da: La trasgressione del silenzio, 1984): “avremmo ancora usato lo stagno,/ i sette metalli, l’ustione, la calce implacabile/ la dialettica della selce/ – e, duramente;/ appartenendo al rischio il calcareo residuo/ nel ventre dell’agnello/ e l’insolente attitudine al transito d’araldiche elezioni –”.
Maciniamo questa eccentricità, ci fa bene, è balsamica:
“forse, ancora la circostanza: la vipera,
l’anguilla meridiana, il coltello, la faina
nello zodiaco
e sempre
nell’ansia di questa grata
(fittissima)
e nel fruscìo delle acque nel cuore
del cristallo
(e poi: nella neve è forse più semplice
stanare la foglia bianchissima), anche
rabbrividendo sotto la pelle elettrica
delle lampade
nell’alluvione di farfalle piumose (e con parole
assiepate per la statura minima
della teca ove riporre l’idioma coagulato
dei sogni ventriloqui e la polpa azzurra
delle comete)”
Mai confondere, in letteratura, meteora con cometa. La prima simboleggia l’opera benedetta da sontuosa pubblicazione, destinata in poco a spirare, a svanire, rocca che si rivela falena. La seconda, invisibile ai più, riferita da chi è uso al contemplare, indica una via, lacera i cieli, impone l’inseguimento.