01 Febbraio 2021

“Sono un figlio del dubbio e della miscredenza, ma preferisco stare con Cristo che con la verità”. Una lettera di Fëdor Dostoevskij

Il 1854 è un anno capitale nella vita di Fëdor Dostoevskij: compie 33 anni, ha appena finito di scontare la detenzione in carcere, in Siberia, e “terminato il periodo di reclusione, viene assegnato come soldato di prima linea al 7° battaglione siberiano di stanza a Semipalatinsk, uno dei più lontani governatorati della steppa, non lontano dal confine cinese” (Fausto Malcovati). Inizia a scrivere Memorie di una casa morta; dopo quattro anni di prigione – di ripiegamento in se stesso –, maneggiando la Bibbia e stritolando la propria anima, può tornare a leggere, è famelico, implora libri al fratello. Lo scrittore di Povera gente era stato arrestato nel 1849 con l’accusa di attività antizarista e la condanna a morte, poi mutata in carcere. La lettera a Natalija Dmitrievna Fonvizina, tra le più alte del magnifico epistolario appena edito da il Saggiatore, racconta la lenta, audace resurrezione di un uomo. La Fonvizina era una specie di santa dei letterati e degli estremisti: nata nel 1803, ammirata da Puškin tanto da farne il prototipo della Tatiana dell’Evgenij Onegin, era la moglie, feroce e fascinosa, del decabrista Mikhail Fonvizin, arrestato nel 1826: gli fu accanto, in Siberia, negli anni dolorosi, con infuocata costanza. Dopo la morte di Fonvizin – accaduta in quello stesso 1854 –, Natalija, figura quasi mitologica della società russa dell’epoca, si avvicina a Ivan Puškin, alto militare, decabrista pure lui, che sposerà, nel 1857. Durante gli anni della prigionia, Nataljia fu riferimento costante per Dostoevskij: le scrisse e ne omaggiò le doti, angeliche, in Sof’ja Marmeladova, icona di Delitto e castigo. Il romanzo è pubblico nel 1866, Natalija muore tre anni dopo.

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A N.D. Fonvizina Fine gennaio – fine febbraio 1854, Omsk

Alla fin fine, gentilissima Natal’ja Dmitrievna, Vi scrivo in partenza dal posto dov’ero prima. L’ultima volta che Vi ho scritto ero malato nello spirito e nel corpo. Ero divorato dalla tristezza e credo di avervi scritto una lettera molto sconclusionata. Questa lunga e grigia vita, faticosa dal punto di vista fisico e morale, mi ha distrutto. Sono sempre triste quando scrivo lettere in momenti come questo; e in un frangente simile imporre la propria tristezza ad altri, per quanto ben disposti nei nostri confronti, mi sembra una viltà. Mando questa lettera tramite una persona e sono arcifelice di poter parlare con Voi questa volta; tanto più che sono stato assegnato al 7º battaglione a Semipalatinsk e perciò non so in che modo riuscirò a scrivervi e ricevere le Vostre lettere.

Mi avevate scritto tempo fa di mio fratello. All’epoca avevo già preparato una lettera per Voi e una per lui, ma mi sono ben guardato dal mandarla e mi sa che ho fatto bene. Ho letto tutti i Vostri indirizzi nella lettera a Sergej Durov e li prendo, non si sa mai. Forse sono affidabili, ma l’ultima Vostra lettera è arrivata aperta, perciò bisogna stare in guardia. Se volete farmi il piacere di scrivermi, è meglio se la indirizzate a mio fratello a Pietroburgo o, forse (ma non è sicuro), Vi incontrerà di persona o ancora Vi manderà qualcuno di fiducia. Mio fratello ora si è dato al commercio e perciò non credo sia difficile recuperare un suo indirizzo, per esempio, sulle pubblicazioni. Io non conosco il suo indirizzo. Peraltro non vi consiglio di fare affidamento sulla posta. Ma poiché si può supporre che persone a Voi note viaggino tra Mosca e Pietroburgo, allora la cosa migliore è consegnargli la lettera per me tramite una di loro. In tal modo, avrò a che fare soltanto con mio fratello ed è meglio, in casi come questo, avere un solo contatto e non due. È più sicuro. Se invece trovate un’occasione totalmente affidabile di scrivermi in altro modo, andrà benissimo, forse anche meglio, perché nemmeno io so ancora come scriverò a mio fratello. Mi affido a lui perché con lui in un modo o nell’altro inizierò una corrispondenza. Inoltre Voi vivete a Mar’ino, che si trova sulla strada da Mosca al nostro villaggetto nel governatorato di Tula. Avrò fatto quella strada 20 volte, avanti e indietro, perciò ho ben presente il luogo del Vostro rifugio o, per meglio dire, della Vostra nuova detenzione.

Con quale piacere leggo le Vostre lettere, preziosissima Natal’ja Dmitrievna! Le scrivete benissimo, anzi, meglio dire che le Vostre lettere sgorgano con leggerezza e senza forzature direttamente dal Vostro buon cuore aperto agli altri. Ci sono nature chiuse e rancorose che di rado trovano in sé un momento di espansività. Di gente così ne conosco. E non si tratta affatto di cattive persone, tutto il contrario. Non so, ma dalla Vostra lettera intuisco che siete triste nell’aver ritrovato la patria. Lo capisco; più volte ho riflettuto sul fatto che se dovessi tornare un giorno in patria, le mie impressioni sarebbero intrise più di sofferenza che di gioia. Non ho vissuto la Vostra vita e non ne conosco molti particolari, come qualunque persona rispetto alla vita di un altro, ma il sentimento umano è comune a tutti noi e, a quanto pare, qualsiasi esiliato che fa ritorno a casa è destinato a rivivere, nella coscienza e nel ricordo, tutto il dolore passato. Assomiglia a una bilancia, sulla quale pesi e scopri il peso reale di tutto quello che hai sofferto, sopportato, perduto e che ti è stato tolto da quella brava gente. Ma che Dio Vi conceda molti giorni ancora! Ho sentito dire da tanti che siete molto religiosa, Natal’ja Dmitrievna. Non perché siete religiosa, ma per il fatto di averlo vissuto e provato in prima persona, Vi dico che in tali momenti si ha sete, come l’«erba seccata», della fede e la si trova, in sostanza, perché la verità risplende nella disgrazia.

Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti ripongo in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo. Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può esistere. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità.

È meglio però smettere di parlarne. Non so peraltro perché alcuni oggetti di discussione siano completamente banditi dalla società, e se mai se ne parlasse, davvero urterebbero qualcuno? Ma andiamo oltre. Ho sentito dire che volete andare al sud? Che Dio vi conceda di ottenere il permesso. Quando, quando, ditemelo per piacere, saremo liberi, almeno, come lo sono tutti gli altri? Non è che avverrà quando la libertà non servirà più? Per quanto mi riguarda, mi auguro il meglio oppure niente. Nel cappotto da soldato resto imprigionato come lo ero prima. E come sono contento di trovare nella mia anima pazienza a sufficienza da non desiderare i beni terreni e di aver bisogno soltanto dei libri, della possibilità di scrivere e di restare per qualche ora al giorno da solo. Quest’ultima cosa mi preoccupa molto. Presto saranno cinque anni che vivo sotto sorveglianza o in mezzo alla gente, senza trascorrere un’ora da solo. Stare da soli è un bisogno normale, come bere e mangiare, altrimenti in questo comunitarismo forzato diventi un misantropo. La compagnia delle persone diventa veleno e contagio ed è questa insopportabile sofferenza la cosa che ho sopportato di più in questi quattro anni. Ci sono stati momenti in cui odiavo chiunque incontrassi, il giusto e il colpevole, e li guardavo come fossero ladri che mi avevano rubato la vita impunemente. La disgrazia più insopportabile è quando diventi tu stesso ingiusto, malvagio, disgustoso, te ne rendi conto, e te lo rimproveri pure – ma non riesci ad avere la meglio su te stesso. L’ho provato. Sono sicuro che Dio Vi abbia salvato da questo. Penso che Voi, in quanto donna, abbiate decisamente più forza per sopportare e perdonare.

Scrivetemi qualcosa, Natal’ja Dmitrievna. Vado nella sperduta Asia, a Semipalatinsk, e una volta là credo che il passato mi abbandonerà del tutto, tutte le mie impressioni e i ricordi, perché le ultime persone che ho amato e che erano davanti a me come un’ombra del mio vissuto, dovranno separarsi da me. Sono terribilmente remissivo, mi affeziono subito a ciò che mi circonda, tanto da distaccarmene poi con dolore. Vivete, Natal’ja Dmitrievna. Vivete felice e a lungo! Quando ci rivedremo sarà come conoscerci di nuovo e, forse, per ciascuno di noi ci saranno ancora molti giorni felici.

Sono come in attesa di qualcosa; è come se ora fossi ancora malato, e mi sembra che mi debba accadere presto, molto presto, qualcosa di decisivo, che mi stia avvicinando alla svolta di tutta la mia vita, mi sembra di essere maturato per un qualche motivo, e che qualcosa succederà, magari silenzioso e limpido, oppure minaccioso, ma comunque inevitabile. Altrimenti la mia sarà una vita mancata. Ma forse sono tutti deliri personali! Addio, addio, Natal’ja Dmitrievna, anzi meglio dire: arrivederci, confidiamo che sia un arrivederci!

Vostro Dostoevskij.

Per il signore Dio, perdonatemi se Vi scrivo lettere così sciatte e pasticciate! Non riesco a non cancellare, quant’è vero Dio. Non arrabbiatevi, per favore.

Gruppo MAGOG