“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Prima di affrontare l’ennesimo volume di “Hoffmanniana”, il progetto di pubblicazione dell’opera completa di E.T.A. Hoffmann (1776-1822) voluto da quella coraggiosa impresa editoriale che è L’Orma, una particolare attenzione la merita il preziosissimo E.T.A. Hoffmann. La biografia musicale di un romantico diseredato, di Claudio Bolzan, per Zecchini Editore.
Lo ricordava con chiarezza già Ladislao Mittner qualche decennio fa: “Hoffmann vuol essere ricordato prima di Hoffmann narratore, non solo perché il compositore precede il narratore, ma anche perché il narratore […] per più di un verso discende dal compositore”. E questo anche cronologicamente: prima di approdare alla scrittura narrativa, i cui frutti videro la luce solo nel 1808-1809, il tedesco di Königsberg aveva già composto buona parte delle sue creazioni musicali strumentali e operistiche.
Un volume rigoroso, questo di Borlan, con una ricca appendice comprendente i cataloghi non solo delle composizioni musicali, ma anche delle opere pittoriche e grafiche, come pure degli scritti e delle recensioni hoffmanniane d’argomento musicale. Rigoroso, sì, ma dalla scrittura godibilissima. Una biografia che mette in primo piano la formazione musicale e culturale di Hoffmann, la genesi delle opere musicali (incluse quelle andate perdute), le scelte esecutive, la sua presenza nel contesto teatrale, le sue relazioni con compositori, strumentisti e cantanti dell’epoca, la sua attività di acutissimo critico musicale. Grazie a questo lavoro, che si distingue radicalmente dalle precedenti biografie, scritte dando netta preponderanza all’Hoffmann narratore, Bolzan ha tentato di far emergere il fitto intreccio presente nel tedesco tra i suoi gusti e interessi musicali e la genesi graduale della sua opera. E ci riesce in modo mirabile.
Con consapevolezza accresciuta circa la complessità del personaggio Hoffmann affrontiamo ora I fratelli di Serapione. Racconti e fiabe (Tomo I, a cura di Matteo Galli L’Orma Editore 2020), il quinto volume di “Hoffmanniana”. Diciamo subito che, in virtù del suo enciclopedismo, delle forme letterarie usate (novella, fiaba, dialogo poetico-estetico), degli intertesti antichi e moderni e dei complessi tematici e discorsivi, siamo di fronte al testo che meglio riassume la complessità della cosiddetta “età di Goethe”.
Posto di fronte a ventotto testi, per lo più pubblicati da Hoffmann in diversi contesti prima di essere assemblati negli anni 1819-1821 dallo stesso in una raccolta, e ad una cospicua “cornice” (“poco meno di duecento pagine” precisa il curatore!) pensata dall’autore come collante, Galli ha preferito non affrontare l’impresa da solo e, lanciato il grido d’aiutotramite nuvole di fumo nel cielo della “germanistica italiana”, ha arruolato ventisei collaboratori, dovendo rinunciare, ci ricorda nell’introduzione, a molti altri entusiasti e generosi. Collaboratori germanisti, “colleghe e colleghi”, mica banali traduttori aggiungiamo noi, perché c’era da accompagnare il singolo racconto tradotto con “una sistematica annotazione delle pagine dell’autore per collocarle nel loro contesto storico-letterario e accompagnarle con vivaci affondi ermeneutici”. Il risultato apprezzabile è dato certamente dal ritorno alla disponibilità per il lettore italiano di un testo così importante in un volume, come i precedenti della collana, riccamente corredato, con cronologia, bibliografia, ricco apparato di tavole e un’utile E.T.A.pedia, cioè ventiquattro voci riguardanti l’autore e i testi qui contenuti, da usare come “un possibile filtro all’opera di Hoffmann”.
Un filtro utile quanto buona parte dell’apparato di note che accompagna questi testi hoffmanniani, attribuiti nella finzione ai membri della confraternita che s’ispira all’eremita del IV d.C. Serapione, e la citata “cornice”, comprendente le riflessioni e i dialoghi tra i confratelli. Così come in altre produzioni, infatti, al fine di costruire le sue storie fantastiche, Hoffmann intrattiene un fitto dialogo con i vari ambiti della conoscenza e della creatività umana, ricorrendo alle fonti più disparate della tradizione letteraria e saggistica, a testi di divulgazione scientifica, psichiatrica, tecnologica, alchemica. Ha dunque ragione Galli quando sottolinea come questa sua intertestualità proponga “aperture vertiginose verso la contemporaneità”.
Lodato l’impegno del curatore e dei suoi serapionici confratelli germanisti, qualche dubbio va sollevato sulla scelta di affidare a traduttori diversi un libro che, per quanto raccolta di testi in sé autonomi, è pur sempre frutto di un unico autore. Così come, inevitabilmente, sono diversi gli approcci nelle note che accompagnano i singoli testi (c’è la germanista cui piace giustificare il perché di una certa traduzione, quello che rimarca pedissequamente i “giochi metaletterari”, l’altro cui piace anticipare in nota l’evolversi della storia che il lettore si sta gustando, l’altro che fa esercizio d’erudizione sull’ecrasi), è lecito chiedersi in che misura, viste le tante e diverse sensibilità, l’insieme della narrazione risulti internamente coerente e conforme (al di là di Terra e Natura, che, chissà perché, Galli ha voluto uniformemente maiuscole).
Del resto è lo stesso Hoffmann a far dire qui a Cyprian, uno dei confratelli, che “le opere a più mani, c’è poco da fare, non riescono mai un granché”. “Mi pare del tutto irrealistico”, prosegue, “che individui diversi vogliano ricorrere per filo e per segno alle stesse identiche parole”. “Perché ciò avvenisse”, affonda ancor più la lama Cyprian/Hoffmann, “sarebbe necessario riconoscersi in un sentire comune, avere una profonda sensibilità interiore, un uguale modo di cogliere le sempre nuove intuizioni, altrimenti, pur condividendo il progetto, vien fuori un pasticcio tutto confuso e barocco”.
Senza per questo definire “pasticcio” una così impegnativa opera di traduzione “a più mani”, resta qualche dubbio, per esempio, circa l’effettiva coerenza e conformità di resa di termini e concetti fondamentali per sensibilità e culture romantiche, qui spesso ricorrenti: nostalgia, entusiasmo, malinconia, principio spirituale estraneo, potenze ignote, bramosia, immaginazione. Dubbi che l’assenza del testo originale tedesco non permette di sciogliere.