07 Ottobre 2020

“Voglio un governo di teppisti, vivo sperando che un giorno gli idioti saranno finalmente sul trono”. Martin Amis & Christopher Hitchens: storia di una letale amicizia

Difficilmente Christopher Hitchens si sarebbe sorpreso; la sua concezione apertamente pessimista sull’aldilà, che in mezzo alle fatiche attende la sua defunta anima, è già presente in un passaggio di un romanzo di Martin Amis (stipato nel personaggio di Nicholas Shackleton ne La vedova incinta). Inside Story – malgrado lo sfottò alla stampa britannica sottointeso nel titolo – mostra un atteggiamento protettivo, a tratti padronale, verso l’obiettivo che si è prefissato. Sulla copertina, una fotografia folgorante dei due amici – al tempo dello stesso quartiere – sul punto di entrare nel loro periodo aureo. Hitchens sulla sinistra, mentre tiene la sigaretta all’altezza dell’ombelico. La sua faccia, sebbene ancora solida, sembra intenta a capire se Amis sia d’accordo col suo ultimo commento, quest’ultimo guarda all’orizzonte e pare al contempo soddisfatto e inquieto.

Il libro, tuttavia, è molto più che il testamento di un legame indissolubile. Inside Story fionda il lettore attraverso molti decenni (dall’inizio della carriera di Amis nel 1973 con Il dossier Rachel, dritto fino all’epoca di Trump) e più personaggi di Experience (forse il miglior libro di Amis, certamente quello più raffinato). La gran parte di Inside Story è indirizzata a una specie di incorporeo aspirante scrittore che entra in casa di Amis, ma il registro cambia all’interno del libro e a volte parla a un “io”, a volte parla con “Martin”, a volte inserendo un saggio, altre romanzando, ma sempre con incredibile controllo.

*

Questo romanzo tira in ballo molte cose: non solo Hitchens e la santissima trinità – Saul Bellow, Vladimir Nabokov, Philip Larkin – ma anche alcune suggestioni dei primi successi romantici di Amis e altri fini pettegolezzi letterari. Per un attimo Amis crede che la madre possa essere andata a letto con Larkin e quindi di poter essere figlio suo e nipote di un fascista; anche solo la premessa è assurda – un’occhiata al profilo di Kingsley Amis, il padre, è sufficiente – ma Amis la esplora in lungo e in largo, fino al punto di stampare le foto di tutte le donne di Larkin, inclusa sua madre. Inoltre, Amis illustra il suo punto di vista sui francesi, gli Stati Uniti, Israele, i bambini, la morte, una grande esplosione (l’11 settembre), e un esteso omaggio al suo abusato amante: l’inglese (il sottotitolo del romanzo è “Istruzioni per la scrittura”).

Dall’esterno, Inside Story provoca una rinnovata meraviglia davanti all’infinita devozione genitoriale di Amis. Non contento di un solo padre da adorare, Amis dimostra di poterne acquisire altri – principalmente Bellow – e lo descrive come un “fenomeno d’amore”. (Hitchens notò questo riflesso nell’amico e disse di essere rimasto sorpreso quando, dopo aver giudicato negativamente un libro di Bellow, venne redarguito da Amis: “Non essere insolente con i tuoi maestri”). L’attrazione di Bellow su Amis e gli scrittori della sua generazione è cosa acclarata: Hitchens, Ian McEwan, e più tardi Will Self e James Wood, tutti hanno trovato qualcosa nella scrittura di Bellow che non potevano trovare in casa propria. Forse, più di tutto, il permesso di poter centellinare le parole con l’intensità della prosa britannica di metà secolo: quella pulita, sobria e semplice di Orwell che raggiunse il suo apice con Naipaul e che venne dolcemente ironizzata da Kazuo Ishiguro.

Amis si è spinto oltre a quanto fatto dai suoi pari in senso opposto: verso un massimalismo che non ha mai abbandonato né messo in discussione. La sua testa, influenzata dai ritmi di strada americani, anche se elevata dal classicismo inglese, è la versione letteraria di Mick Jagger che canta “Hoochie Coochie Man” al Checkerboard Lounge di Chicago, mentre Muddy Waters, o Daniel Day-Lewis, gli urla “Ti troverò!” vestito di pelle di cervo sotto una cascata come ne L’ultimo dei Moicani.

*

Un altro aspetto incredibile di Inside Story è la distanza siderale fra Amis e le passioni politiche di fine anni ’60. Se Hitchens a quel tempo rappresentava l’ala più austera e utopistica del sessantotto, Amis incarnava l’elemento edonista del movimento, che nelle rivolte contro i costumi borghesi si rivelò solo più vicino ad essi. Ci sono passaggi di Inside Story in cui Amis appare come una rude casalinga. “Ma aspettate,” scrive mentre racconta un incontro con Bellow e la donna che lo seguiva. “Lei e Saul sono stati sposati? Era sua moglie o solo la sua fidanzata, la convivente, l’amica?”

Amis è perfettamente conscio di essere attratto da personaggi con un passato di forte impegno politico: Bellow, Hitchens, Robert Conquest, per non parlare di Kingsley, sono stati tutti trotskisti o comunisti per un certo periodo. Ma invece di dedicarsi alla fidata pratica liberale del monitorare la distanza fra letteratura e politica, Amis è sempre andato incontro ai “cuori di tenebra” più riconosciuti: ha scritto libri sul Nazismo (La freccia del tempo), sullo Stalinismo (La casa degli incontri), sull’Islamismo (Il secondo aereo); come se dovesse provare di che pasta era fatto, o forse per riempire alcuni spazi, accuratamente lasciati vuoti, nella sua educazione politica (i crimini del liberalismo e del colonialismo, troppo vicini o forse troppo lontani da casa, raramente lo hanno stimolato). Mentre Hitchens si è approcciato alla letteratura passando per la politica, Amis ha avuto un approccio estetico alla politica. Questa è una delle maggiori differenze fra i due amici, tuttavia Inside Story parla solo tangenzialmente di tutto ciò.

*

Il romanzo sull’amicizia in inglese richiede una sistemazione molto stretta e senza troppi passeggeri illustri. Subtle Bodies di Norman Rush e Ravelstein di Bellow sono validi esempi recenti di questo genere, ma la loro brevità gli impedisce di esplorare per intero la dimensione di come l’accumulo reciproco della conoscenza e dell’esperienza possa alternativamente corrodere e nutrire un’amicizia. Al di fuori di rari capolavori in grado di condensare affinità asimmetriche – Il soccombente di Bernhard, I beati anni del castigo di Fleur Jaeggy, Ticknor di Sheila Heti – sembra che i romanzi sull’amicizia beneficino di una maggiore estensione, sfruttata per esempio da Elena Ferrante nei suoi libri e da Marcel Proust nel descrivere Saint-Loup nella recherche.

Amis fa sua anche questa tecnica e ci restituisce immagini e scene di Hitchens attraverso i decenni. Nonostante non si avvicini affatto al grado di precisione di Hitchens riguardo alle origini della loro amicizia all’inizio degli anni ’70, Amis evoca abilmente la presenza del suo amico e dà vita alle sue contraddizioni. “Ogni cosa che diceva era ambigua,” scrive Amis. “Frivolo e sincero, ironico e grave, stravagante e severo. Persino la sua auto-mitologizzazione faceva parte di una proiezione che lo ridimensionava”. (I più affezionati lettori di New Statesman si commuoveranno leggendo di quando i due ricontrollavano le fonti dei pezzi in tipografia e avranno la sensazione di partecipare ad un rito sacro.) Grazie a Hitchens, Amis riesce a scrivere il brano più toccante di tutto il libro, nel momento in cui proprio l’amico gli confessa di avere il cancro: “Ce l’ho quelle cazzo di tette ora” (Il peso specifico di questa frase non può essere percepito fuori dal suo contesto).

*

Il problema di Amis nel tentativo di romanzare l’amicizia con Hitchens è che sappiamo già tutto. Quando Bellow fece la stessa cosa con Allan Bloom in Ravelstein aveva il vantaggio che quest’ultimo non era conosciuto che per il polemico bestseller, La chiusura della mente americana. (La battuta ad Hyde Park – l’atro Hyde Park – sosteneva che La chiusura della mente americana fosse uno dei migliori libri di Bellow, invalidando il suo tentativo di surclassare Fuoco Pallido di Nabokov con un narratore totalmente inaffidabile). Ma Amis ha il problema opposto: quello di resuscitare un personaggio che continua a respirare da quell’Ade che è YouTube, con nuovo video ogni mese.

Amis – che considera l’amico un oratore migliore perfino di Demostene – quando ripropone gli interventi di Hitchens, sa benissimo di non poter tenere testa all’Hitchens originale, al suo apice, sul “Washington Journal” o da William F. Buckley (più compassata era la piattaforma e meglio performava) e prima che diventasse un fine venditore di aforismi da tv. Per esempio, nel seguente scambio riportato da Amis, Hitchens inizia così:

“Com’è quella frase in uno dei primi libri di Julian? Il modo in cui scopiamo governa la visione che abbiamo della storia del mondo”.

“Sì, ricordo. Sembra un bel salto, ma c’è sicuramente una connessione”.

“E potrebbe essere il motivo per cui Larkin non ha mai detto un cazzo sulla storia del mondo. La sua vita amorosa era totalmente vuota, e quindi…”

“E quindi non sapeva quale fosse la posta in gioco. Umanamente parlando. Non aveva nessuno stimolo”.

“Che vergogna. O forse era solo povero di pathos… Sai come Trotskij chiamava il patto Molotov-Ribbentrop? La mezzanotte del ventesimo secolo. Una bella perifrasi per descrivere cos’è successo dal ’41 al ’45. La mezzanotte del ventesimo secolo”.

“… E noi siamo i figli della mezzanotte. Ma non c’è alcuna ragione per cui un poeta dovrebbe prendere una posizione forte a riguardo, o nessuna posizione in generale”.

Questo estratto non è così male come può sembrare, ma si percepisce l’andamento di un’orbita piuttosto stretta: due scrittori Inglesi che illustrano la tristezza del represso Philip Larkin dai due capi opposti della rivoluzione sessuale, con riferimenti ai loro amici Barnes e Rushdie, mentre cercano di collocare le loro chiacchere da bar in un periodo storico, preferibilmente la Seconda Guerra Mondiale, collegato all’olocausto. La sensazione è che qui l’amicizia sia messa in scena anzi che estratta.

*

Tuttavia, il problema maggiore di Amis è la percezione latente che qualcosa manchi nel suo tentativo di rivivificare Hitchens. Il sospetto cresce con il trattamento riservato al rapporto fra Kingsley e Larkin, che per decenni ha arrancato e che ha provocato ogni sorta di risentimento e delusione e recupero. Una volta, lo stesso Amis ha dichiarato sull’Indipendent: “la mia amicizia con Hitch è sempre stata perfetta. Un amore la cui stagione è sempre stata la primavera”. Ma quest’affermazione è così irrealisticamente e ostentatamente costellata di cliché da scatenare ben più di qualche caustico risolino. Non hanno mai avuto alti e bassi?

La figura di Amis oscurava quella di Hitchens negli anni ’70 e ’80, fino a quando nel 2000 qualcosa è cambiato. Hitchens divenne un volto noto negli Stati Uniti, mentre aumentava l’entusiasmo per la guerra in Iraq, anche per la combinazione di estrema sinistra e sciovinismo che presentava e grazie a cui appariva come un animale esotico nel panorama americano. Perciò è riuscito a portare un po’ di quella caratura alla Churchill all’idiozia collettiva del paese. (Tuttavia, Amis non sembra interessato alla traiettoria politica dell’amico, che la considera quella di un “ribelle” che si esprime a seconda della circostanza nella quale si trova, e mentre ciò può essere attribuito al comune disinteresse per gli aspetti curiosi dei propri amici – proprio questo disinteresse può essere visto come un sigillo d’amicizia – sembra che Amis sia piuttosto bravo a chiarificare il tutto).

Speculare su eventuali gelosie professionali fra i due sarebbe una scelta di gossip. Sebbene l’assunzione secondo cui Amis non descriva chiaramente il rapporto con Hitchens – o non abbia intenzione di scavare abbastanza a fondo per farlo – sia infondata, ci sono comunque alcune tracce di tensioni nascoste. Per esempio, Amis dedica una delle parti più importanti del libro all’approfondimento del rapporto fra Larkin e il padre fascista, Sidney. Hitchens, secondo Amis, non ne sapeva abbastanza quando ha scritto che Larkin odiava suo padre, anzi era tutto il contrario. Da un punto di vista letterario, nonostante la natura subliminale di questo messaggio, sembra che Amis affermi di avere sempre l’ultima parola rispetto all’amico… Ogni qualvolta Amis si addentra nella politica, ha la tendenza a sminuire tutto. L’adesione giovanile di Hitchens alla sinistra diventa una sorta di orpello, un vestito elegante, nella sua prospettiva, e probabilmente così era (anche se Amis sostiene che Hitches e Anna Wintour si lasciarono per via delle differenze politiche fra i due).

*

Amis uscì malconcio dalle critiche sulla sua innocenza politica presenti nella recensione di Koba the Dread fatta da Hitchens. Infatti, l’amico mette a nudo il provincialismo testardo (soprattutto nelle letture) di Amis, ma anche la povertà intellettuale di chi si mostra contento di essere etichettato come esperto degli “eccessi della società occidentale tardo-capitalista”, senza nemmeno rendersi conto dello stato in cui è sprofondato il liberalismo in cui crede. Politicamente, Hitchens era in grado di simulare un pensiero dialettico, mentre Amis si dimostrava un manicheo e un esteta. E così anche Donald Trump, con i suoi capelli orribili, all’interno di Inside Story viene considerato una minaccia al buon gusto, che lorda il linguaggio. L’impressione di Amis non si distingue più di tanto oltre al disgusto per ciò che Hilary Clinton nel 2016 aveva definito “gruppo di deplorevoli”. (Bannon e i suoi sostenitori hanno chiaramente perso la guerra ideologica con la presidenza di Trump: l’ortodossia di Wall Street ha vinto, e che c’è di buono in tutto ciò?). Amis ha invocato la “resistenza” senza alcuna ironia, come se prima di Trump ci fosse unità fra i liberal che si struggevano dietro le barricate di articoli del The Atlantic e… della Maquis.

Sul Sunday Times, Amis ha dato una bella lavata di capo a Jeremy Corbyn: nemmeno una parola è stata fatta sulla politica del leader dei laboristi, ma è stata la questione dei toni a tenere banco. “Gracile, inquieto e tirchio (spesso con un borsellino tutto piegato e pieno di monete inumidite), circondato da un entourage imbarazzante,” scrive Amis, “gli uomini di Corbyn (degli anni ’70) erano onesti e di buon cuore”. Ma senza la sagacia necessaria, Amis non riesce proprio a digerirli. Non è casuale che l’indole di Amis lo abbia portato a interpretare l’11 settembre come uno degli eventi caratterizzanti del XXI secolo e successivamente a costruirci sopra un romanzo. “Un atto di terrorismo riempie la mente così come un airbag soffoca il guidatore”, scrive in Inside Story.

*

Per Amis, uno dei momenti più amari in cui si è reso conto del declino mentale di Bellow è stato quando il suo maestro non riusciva a comprendere l’11 settembre – non riusciva a “incassarlo” – e quindi a mettere la sua prosa al servizio dello spettacolo dell’orrore. Amis non si è trasformato in un reazionario, incapace di restituire alle grandi crisi ciò che gli spetta; per esempio, c’è un passaggio tagliente sullo stato in cui riversa il sistema sanitario statunitense nel suo nuovo libro. “Il sistema sanitario americano è come una violenza privata,” scrive Amis. “Possibile che nessuno capisca che le preoccupazioni economiche non fanno bene? Che non fanno bene alla salute? Non è forse questo parte del motivo per cui gli americani non vivono a lungo?”. Ma ai pranzi del Ringraziamento che verranno, i discorsi saranno sempre gli stessi: il repellente (giovane) zio che parla solo del Covid e cita Mike Davis; lo zio (di mezzo) ancora logorato dai devastanti effetti della crisi finanziaria e che ha come riferimento Joseph Stiglitz; e lo zio (vecchio), mai stanco di ciarlare sull’Islam, e che ha come modelli Bernard Lewis e Martin Amis.

*

La sorpresa più gradita di Inside Story sta proprio nel sottotitolo: “Istruzioni per la scrittura”. Amis è fonte di un vero piacere sinaptico ogni volta in cui si ferma per approfondire la lingua Inglese. Sarebbe il caso redigere un volume con queste digressioni da allegare a The King’s English, il celebre saggio del padre Kingsley. In questi momenti, la pignoleria di Amis diventa puro godimento. Un paio di frasi di Updike sono messe alla berlina, mentre Elmore Leonard viene lodato per l’uso che fa dei tempi verbali: “Non usa il passato (ha vissuto), né l’imperfetto (viveva), né il presente storico (vive), e neanche il presente: usa – o meglio s’inventa – un presente indefinito e sospeso”.

Amis si scorda del suo animo gentile quando parla della sola lettera “m”, o meglio del pronome interrogativo modificato da tale lettera, che gli provoca un gran fastidio nell’Herzog di Bellow: “Whom was I kidding?” (Chi stavo prendendo in giro?). Grammaticalmente va bene; alza il registro della frase. “Who the fuck d’you think you’re looking at?” (Chi cazzo credi di guardare?)

È strano contemplare Amis, un enfant terrible, diventare una specie di guardia reale della grammatica; tuttavia, è cambiato molto poco nel corso degli anni. “Vuoi un governo di teppisti,” disse a Hitchens mostrando la propria disapprovazione negli uffici del The Statesman negli anni ’70. “Non solo voglio un governo che faccia i loro interessi e che agisca nel loro nome: voglio un governo di teppisti”. “Ecco,” aveva risposto con un ghigno sornione: “vivo sperando che un giorno gli idioti saranno finalmente sul trono”. Amis può tirare un sospiro di sollievo: non è ancora il momento dei teppisti. Probabilmente è il giorno degli idioti.  

Thomas Meaney

*L’articolo è stato pubblicato su “New Statesmant” come “Martin Amis, Christopher Hitchens and the long road to reaction”; la traduzione è di Giacomo Zamagni

**In copertina: Christopher Hitchens e Martin Amis, ragazzi

Gruppo MAGOG