Elogio di Knut Hamsun, un uomo pieno di contraddizioni, un anarchico nell’anima
Libri
Silvano Calzini
Tutti coloro che amano la letteratura, ovvero lo sforzo di infondere energia alle parole, dovrebbero essere grati a Cortázar per aver scritto Rayuela. Dicendo questo, non voglio certo affermare che tutti dovrebbero esprimere tale gratitudine nei medesimi termini, magari unendosi supinamente a cori di giubilo e adorazione dettati da infatuazioni stagionali per autori sudamericani… quanto piuttosto che, a mio avviso, chiunque ami in qualche grado la letteratura non possa restarsene indifferente davanti a qualcosa del genere. Perché la virtù principale di un libro come Rayuela consiste proprio “[…] nell’incitamento a non percorrere strade già battute” (ciò che Cortázar scrive a proposito di Morelli, personaggio intorno a cui si sviluppano gran parte delle considerazioni metaletterarie del libro in questione), cosa di vitale importanza a ché la letteratura si mantenga in buona salute.
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Personalmente, passando a un piccolo aneddoto egotista, ho trovato piuttosto arduo far comprendere questa cosa a un altro lettore di Rayuela, un ragazzo di Montevideo che mi spiegava come, a suo avviso, gli Argentini pedanti siano la peggior sottospecie (tassonomicamente parlando) di sapiens sopravvissuta all’ultima glaciazione. È proprio questo grado di intellettualismo e pedanteria quello che, in Rayuela, l’ha particolarmente infastidito ed ha influenzato il suo giudizio (negativo) sul libro. Cortázar stesso, in una lettera a Graciela de Sola del 7 Gennaio 1964, riconosceva che “[…] le mie posizioni sono iperintellettuali […]”, spiegando anche il perché di questa sua scelta, suggerita in parte dall’immagine dello scorpione al capitolo 28 del libro… ma al di là di perché o per come, ciò a cui tengo in questa sede e che pure cercavo inutilmente di illustrare al mio interlocutore uruguagio, è questo: il fatto che non si può giudicare un libro limitandosi a considerarne i suoi aspetti più deboli. Una critica sincera deve confrontarsi con i punti di forza di un’opera, non accontentarsi di stroncarla prendendo in considerazione le sue parti più fragili. Questo errore lo commettono anche i migliori: mi viene da pensare alla critica di Pasolini a proposito di Cent’anni di solitudine, dove il poeta friulano ridimensionava il romanzo di Marquez partendo da un’analisi degli abitanti di Macondo. È ovvio che i personaggi di Marquez non siano quelli di Flaubert o di Stendhal, ma il punto di forza di questo romanzo non è certo dovuto alla caratterizzazione dei personaggi (esso risiede più in una certa vitalità notata anche dallo stesso Pasolini, che talvolta si fa davvero disperata) ed è dunque scorretto svalutarlo in base a questo criterio. Sarebbe un po’ come stroncare il Ratto di Proserpina del Bernini per l’assenza di colore, o i Cantos di Pound per la loro frammentarietà.
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Non sarebbe dunque serio giudicare Rayuela sulla base dei suoi punti più deboli, occorre confrontarsi con i suoi meriti maggiori. Uno di questi è il seguente: alla lettura di questo libro, ogni scrittore serio avrà una reazione che va all’incirca dal desiderio di bruciare ogni parola o byte scritto fino a quello di impiccarsi, o comunque togliersi di mezzo dal mondo delle lettere in maniera più o meno definitiva e plateale. Fra questi due estremi, l’infinito ‒ nell’infinito il dantesco (nonché auspicabile) e per venire a ciò io studio quanto posso. Il merito principale di Rayuela è proprio questo. Non se ne può davvero scrivere un articolo di qualche valore (in ogni caso, io non ne sarei capace) perché per riuscire a trasmettere quello di cui parlo, un’opera pretende di essere letta e non recensita. La più grande utilità di articoli su Rayuela sarebbe quella di far conoscere a quanti più uomini possibili l’esistenza di questo libro, perché possano andare a leggerselo per conto loro. Comunque: uno scrittore non può continuare a scrivere nello stesso modo dopo aver letto Rayuela. Qualcosa deve accadere, qualcosa deve cambiare. Certo: de gustibus. Certo: può darsi benissimo che alcuni abbiano provato qualcosa di simile con altri autori, ma io voglio comunque consigliare a qualsiasi addetto ai lavori di dare a Rayuela la possibilità di stravolgergli l’idea di ciò che si possa attraverso la letteratura (ergo, se è un addetto serio, la possibilità di stravolgergli la vita).
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Nella magnifica prefazione a Germinie Lacerteux, i fratelli Goncourt difendono i diritti di un certo tipo di romanzo che possiamo definire, esprimendoci per macrocategorie, come realista. La loro posizione essenziale si può riassumere in due affermazioni: che in un tempo di “[…] suffragio universale, democrazia, liberalismo”, anche le classi subalterne abbiano diritto al romanzo; e che il romanzo sia riconosciuto come “[…] la grande forma seria, appassionata, viva dello studio letterario e dell’inchiesta sociale”, divenendo quell’arte che ricercando la verità mostri “[…] ciò che le regine d’altri tempi mostravano direttamente ai loro figli negli ospizi: la sofferenza umana, presente e tutta viva, che insegna la carità”, che il romanzo abbia come unica religione ciò che viene inteso con “[…] l’ampio e vasto nome” di Umanità. Magnifico, straordinario, da sottoscrivere. Il romanzo, insieme alle altre arti, raccoglie i dati dell’umanità e li consegna al legislatore, che nel frattempo non consta più nei figli di regine ma in rappresentanti del popolo. Magnifico, straordinario ‒ idillio di pensiero e azione, Athena triumphans, Botticelli e centauri e simbologia classica eccetera.
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Nel frattempo, tra il secolo XIX e il nostro fiammante 2019, sono accadute molte cose e su queste cose hanno pensato tipi come Debord e McLuhan. In ogni caso, anche ignorando chi e cosa abbia pensato, abbiamo tutti avuto modo di realizzare a più riprese come il legislatore non paia granché interessato a tener conto di questi dati offerti dal romanzo, a imparare la carità o anche solo a preoccuparsi di quella cosa che i fratelli Goncourt chiamano con l’ampio e vasto nome di Umanità.
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Per questo motivo, dobbiamo fare da noi. Non possiamo più confidare in una sinergia col legislatore ‒ è la fine dell’idillio. Non può più bastarci il fatto di offrire dati precisi sulla realtà, occorre crearla. Non basta ricreare, occorre creare. Bisogna contaminare la realtà: contaminarla con i sogni che più ci affascinano e non ci lasciano dormire, con la bellezza che più ci rapisce e conturba. Bisogna riformulare le affermazioni dei Goncourt: le classi subalterne hanno soprattutto bisogno di decolonizzarsi l’immaginario, parassitato da proiezioni di felicità eterodirette buone solo ad alimentare consumi e frustrazione. Il romanzo deve continuare a ricercare la verità, certo, ma occorre che la verità non sia più biblica, non sia più rivelata. La verità deve tornare greca: non rivelata bensì dis-velata (Heidegger, uno da aggiungere a Debord e McLuhan). Occorre che il romanzo sveli, che immagini vite diverse e che questa immaginazione non sia a base di oppiacei, pura dose di divertissement (Horkheimer e Adorno, altri due) dispensata per stordirci fino all’uscita di un nuovo i-phone, bensì un’immaginazione capace di svelarci quella bellezza della realtà che ci sfugge, di cui non riusciamo a godere per tutte le scorie e le badilate d’immondizia che ci hanno scaricato in testa ‒ e che per questo motivo resta per noi irreale, ovvero non svelata ‒ occorre insomma che il romanzo immagini altre forme di vita (e via, aggiungiamo anche Agamben).
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E con questo torniamo a Rayuela. Ci torniamo perché uno dei nodi principali di questo libro, una delle questioni più presenti e sofferte è quella del rapporto dell’uomo con la propria realtà, con ciò che lui definisce come realtà. Cosa chiamo realtà? Perché proietto la felicità altrove, in qualche Eden o paradiso artificiale? Perché sognare il Regno e non godere del Giardino (ancora Agamben)? Cosa mi nega un’esistenza più piena in questa vita e quale menzogna mi avvelena, mi rende cieco all’ammiccare del presente? ‒ e soprattutto: avrei incontrato ancora la Maga?
Francesco Zevio