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Gabriele Galloni è il Morrissey della letteratura italiana. Discussione intorno a “Sonno giapponese”

Quando nel 2016 decisero di assegnare il Nobel per la letteratura a Bob Dylan, rimasi colpito, convinto che la musica dipendesse in qualche modo dalla letteratura, e quindi in una posizione subalterna. Questa scelta scatenò una valanga di polemiche piuttosto inutili: se da una parte sembra impossibile che oggi non ci siano scrittori meritevoli del Nobel, tanto da doverlo conferire ad un cantante, è anche vero che la poesia e la primissima letteratura erano certamente orali, spesso proprio cantate. Credo che quel Nobel, apparentemente buttato su Dylan per creare un po’ di caos mediatico su di un istituto in declino, abbia in realtà aperto nuove prospettive; forse un tentativo maldestro di dare nuova linfa alla letteratura, allargando il suo raggio fino ai cantautori. Mi sono poi chiesto, sono forse le canzoni di De Andrè meno ricche di poesia rispetto a certe scialbe sillogi dei nostri contemporanei? Oppure quel Nobel segna una tacca nel declino della letteratura?

Credo che la musica, una certa musica, abbia tenuto in vita la letteratura quando questa continuava a inaridire e a ripetersi in monotone litanie. Soprattutto dopo i primi del Novecento, non si può restare insensibili a certi radicali cambiamenti; non si può continuare a scrivere romanzi fingendo che il Novecento non sia esistito, fingendo che le regole e i modelli dell’arte non siano già stati scardinati dalle avanguardie e ricomposti in molteplici forme. Da questo punto in avanti chi scrive, ma anche chi legge, deve prendere una decisione: continuare a tenere gli occhi chiusi e leggere e rileggere romanzi e racconti che scimmiottano Carver o i flussi di coscienza, oppure addentrarsi in qualcosa di nuovo, qualcosa che abbia ben presente alle sue spalle quel che è stata l’esperienza del Novecento. Non si tratta di sperimentalismo, ormai non c’è più nulla da sperimentare. In questo frangente può essere facile lasciare che la frustrazione prenda il sopravvento, ma è la pura verità.

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Tutte queste riflessioni non nascono però dall’ascolto di Bob Dylan, ma dalla lettura del piccolo librino Sonno giapponese (Italic Pequod) di Gabriele Galloni. Sonno giapponese si presenta come una catasta di 41 racconti, a volte brevi, giusto il tempo di una pagina, dove regna uno stile freddo e minuzioso, ma tutt’altro che scarno, anzi, ricco di poesia. Dopo i primi racconti, confesso di essermi subito lasciato prendere dal consueto giochetto: indovinare chi fossero i suoi maestri, quali letture gli avessero dato spunto per un’idea, ecc… Subito mi sono saltati in mente i grandi della letteratura Sudamericana: Borges, Bolaño, Wilcock. Soprattutto lo si riconosce quando Galloni “imbastisce” dei contesti: una cosa molto affascinante del racconto fantastico non è introdurre un elemento fantastico nel reale, ma piuttosto il contrario, proponendo una normalità in contesti del tutto assurdi. Oppure inventando tradizioni e dogmi a cui attenersi, nello stile de La lotteria di Shirley Jackson. Senza poi dimenticare i nostrani Landolfi, laddove Galloni si lascia andare al morboso, o Manganelli con i suoi cento romanzi fiume di Centuria.

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In certi racconti la narrazione si fa quasi evangelica, le parole sembrano uscite da un testo sacro letto al contrario.  Il lettore precipita letteralmente negli spazi vuoti dei racconti: quando arrivavo in fondo ad uno di essi, spesso ritornavo indietro nel tentativo di rimettere insieme i pezzi rotti da Galloni, nel tentativo di dare a quanto avevo letto una dignità certamente non richiesta. Come si cerca a volte di dare una spiegazione ad un pensiero che corre libero: non si fa in tempo a raccoglierlo che quello già prosegue, folleggiante qualche metro avanti a noi.

Ma c’è qualcosa di più. La riflessione inizia quando Sonno Giapponese incomincia e ricordarti qualcosa d’altro, qualcosa che non è letteratura. Una prima sbandata l’ho avuta sui dipinti di Leonora Carringhton: alcuni racconti di Galloni sembrano i testi da cui questa pittrice (e scrittrice) ha tratto le sue tele, generando così un nonsense cronologico. Ma poi anche di un certo cinema giapponese, fatto soprattutto di vuoti da riempire.

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Quando poi Galloni scende in certi meandri della realtà, spesso violenta, ho avuto l’impressione che la musica, forse ancor più che la letteratura, deve aver influenzato la sua scrittura. In molti racconti, in molte situazioni, mi pare di riconoscere l’influenza della musica Indie in generale, ma in particolare dei The Smiths, delle liriche uscite dalla penna di Morrissey (ecco, perché non l’ha vinto lui il Nobel?). I suoi testi nascondono delle finezze degne della più alta poesia mai scritta nel ventesimo secolo. L’amore sviscerato per Morrissey mi ha portato a conoscere ogni suo disco, ogni canzone, ogni intervista, come ogni buon fan ossessionato dovrebbe fare. Una poesia, quella di Morrissey, influenzata dalle infinite letture. Sulle ballate di Johnny Marr, alcune allegre altre malinconiche, Morrissey intesse le trame di morbosi amori non corrisposti, storie di abusi e terribili schermaglie sentimentali fatte di delusione, possessione e ripicche. Il tutto condito dalle citazioni della poesia inglese, dove Yeats, Wilde, Woolf, Betjeman e una miriade di altri scrittori rivestono il ruolo di fari, numi tutelari a cui votarsi, intrecciati però a vecchi sceneggiati anni ’60 e feroci omicidi splatter da Cronaca Vera. Verità che vanno rivelate, mannaie coperte di sangue, fantasmi con troppa caffeina nel loro flusso sanguigno, uomini ambigui e pieni di fascino con auto dai sedili di pelle, autocommiserazione e una montagna di scuse piene di rancore, sono appena un accenno agli elementi che compongono i testi di Morrissey degli anni ’80.

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Se la musica di Morrissey è imbevuta di letteratura fino al midollo, ecco che la letteratura, quella interessante e nuova, si lascia influenzare dalla musica, dal cinema e da chissà cos’altro ancora. Difficilmente un Manganelli (e tutti i letterati prima di lui, fino a Dante Alighieri) poteva dire di essere influenzato da qualcosa di altro oltre la letteratura stessa. Oggi, credo, la letteratura perde la sua autoreferenzialità, e il libro di Galloni me l’ha in qualche modo suggerito, nonostante le certamente vaste letture dell’autore.

Le arti non solo si compenetrano, si vampirizzano, si sfruttano, si saccheggiano a vicenda, spesso con poco riguardo, ma il cui esito può essere sorprendente. Ciò che conta è il risultato, poco importa quanti cadaveri abbiamo lasciato lungo il cammino.

In questo rimescolio di influenze e cannibalismi, in queste profanazioni, io riconosco Galloni: anche lui sembra attingere, per i suoi racconti, da un universo follemente variegato, a cavallo tra cronaca nera e spiritismo, tra i plastici amori estivi e le deformità del cuore. Si è detto, in varie recensioni, di come egli cerchi di saltare il limite, infrangere tabù e bla bla vari. Ma solo perché ci sono bambini morti, bizzarri rituali, abusi sessuali e masturbazioni non significa che si stia superando il limite; credo che il Novecento ci abbia già abituato all’orrore, nella realtà come nell’arte. Direte che un conto è vederlo stampato su carta e un altro è parlarne, ma quel che un po’ sconvolge di questi racconti è il modo con cui queste cose sono affrontate. Anzi, non sono affrontate, ma affiorano esse stesse da uno stagno nero di pece, rilucenti di poesia. Ecco, credo sia appunto questo il merito: rivestire di poesia l’orrore al fine di renderlo dicibile, forse perfino bello agli occhi di Marlow e di tutti noi. I racconti sembrano davvero emergere da una superficie piatta di uno stagno terribile e poi tornare giù, a riposare sul fondo.

Valerio Ragazzini

*In copertina: Morrissey all’epoca degli Smiths

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