02 Novembre 2026

Nella nera luce. Lettera aperta a Luciano Cecchinel

Caro Luciano, 

Ti scrivo dai giardini Geuna, a pochi passi da Corso Rosselli, in questo novembre torinese ancora caldo… Ripenso alla canicola di agosto, quando sei passato a portarmi i tuoi cari libri, e mi hai parlato di Stilla di luce, con cui hai chiuso la tua ultima, immensa raccolta di versi: Ricordarsi di lei. Abbiamo evocato la “luce sull’invisibile”, la candela che arde in quel doppio regno che è la vita, trema e singhiozza, ma la verticalità della sua fiamma non si consuma. 

Senza dubbio la verticalità è la cifra poetica dei tuoi canti per Silvia. Verticalità e vertigine e luce. 

Nella luce – la radice del tuo stesso nome – ho voluto rileggere i tuoi versi. 

Dopo la Stilla, ho trovato una trentina di “luci” nel tuo libro, un’opera lirica che solleva lo sguardo fino alle “foreste delle stelle”.  

Luce-verticalità-oscurità-abisso.

Ogni cordoglio è indegno del tuo dolore troppo duro e insondabile, quello di un Padre che deve accettare una misteriosa e ingiusta “geometria della croce” e nel contempo udire l’“Eloi Eloi, lama sabactani” del Figlio, a cui non può replicare.

Colta da impotenza-inadeguatezza, sono rimasta con te ai piedi della croce, in sommesso silenzio.

Volevo però mantenere la promessa di scriverti, aspettavo di maturare il giusto sguardo… sfogliavo la tua precedente raccolta, In silenzioso affiorare, guardavo i preziosi acquerelli di Danila, cercavo di tradurre in parola una carezza del cielo, la gratitudine delle stelle. Ho dovuto tentare e pazientare fino a qualche giorno fa, quando è giunto un dono inaspettato e straordinario ad indicarmi la strada: Luce nera, di Marco Dotti. È un testo in prosa poetica che pare provenire (proviene) da secoli di riflessione: è una lunga meditazione sul “rovescio della luce”, che procede per magistrali tocchi su frammenti inediti del secondo Novecento francese. Tra questi, quello che ispira il titolo del libro: «C’è una luce che viene da Dio e una luce che è Dio stesso. Questa seconda luce è nera». Henry Corbin invitava a considerare in questi termini l’espressione persiana nur-e-syah (luce nera): un segno che mi ha spinto a scriverti per ringraziarti.

Sono consapevole che da anni, senza tregua, guardi in faccia quella “luce nera”, per non smarrire il ricordo di Silvia. Lei è “l’anima della tua anima”, il tuo sangue, sguardo e gesto, nel solco di Rilke e del suo “Potremmo mai noi essere senza i morti?”. Certo che no. I morti sono parte di noi e tu sei qui a ricordarcelo, ad insegnarcelo, con la tua grande poesia e la tua profonda umanità.

Infinite volte sei corso a recapitare la tua commovente antologia Per i giovani figli perduti a famiglie dilaniate dal dolore. Infinite volte hai ascoltato il prossimo sofferente, nel segno di quella comunità affettiva che è la vera ragione dell’essere al mondo e dell’essere Poeti: spezzare il pane per condividerlo, restituire all’uomo il mistero dell’esistenza, guardare la luce nera. Tu l’hai cantata quella luce: 

Ora ogni nuova luce
pulsa fradicia di buio.
Perché provare a vivere
è doverla dimenticare.
Ogni mia prima cosa senza di lei
è una piccola grande morte.
Come per luci che presto si spengono
per vivere dover morire.
Ma più muoio più a lei arrivo.

La ferita di luce, quella blessure rayonnante di cui abbiamo parlato in agosto, continua ad allargarsi, come un sentiero di luce nella notte. Oggi quel je suis un des points singuliers par où la souffrance de la planète rayonne risuona e risplende ancora più verticale, ancora più umano…vla sofferenza si fa preghiera e limpido sgorga il tuo canto:

Anche in nome di mia figlia finita
Ti bestemmio, Signore.
Lo so, non ci potrebbe essere
abbastanza fuoco per me.
Pure con tutto il cuore Ti bestemmio.
Ma dico infine per quello Tuo grande
anche nel nome di lei
sia fatta la Tua volontà.
Ché poi se è vero
che anche la sofferenza è preghiera,
hai vinto, Tu mi hai fatto vincere:
mi hai dato le tenaglie della carne.
Non ho praticato, non perdonato,
ma lo stesso mi hai fatto vincere.
Sì, io ho le tenaglie della carne,
non provo più a maledirle, Signore.

Grazie, Luciano, per il tuo santo lavoro: l’offerta di un’anima coraggiosa e di un immenso Padre e Poeta.

Marilena Garis

*In copertina: Luciano Cecchinel in un ritratto fotografico di Arcangelo Piai

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