27 Ottobre 2026

La vita, la sensualità, la distruzione. Lee Miller, la donna che ha fotografato le donne

Il corpo delle donne solo le donne lo conoscono davvero. Credo che nell‘arte le opere più erotiche e raffinate sul corpo delle donne le abbiano prodotte artiste donne. Il corpo della donna è difficile, l’uomo si disegna meglio. Me lo diceva sempre mia madre, insegnante di disegno dal vero, che il corpo delle donne è solo in superficie più semplice, a un primo sguardo. Ma se vuoi andare in profondità il corpo dell’uomo è meno complesso, ha meno variabili. Al di là della questione dell’abilità del segno, il corpo delle donne è un mistero, l’utero è dentro al ventre, racchiude il segreto della creazione. Che questa si esprima in una maternità oppure nell’opera artistica, nella cura come forma del femminile più elevato. Allora per avere un modello di corpo femminile erotico, di un erotismo sensuale ma delicatissimo, dovreste andare a vedere la mostra di fotografia di Lee Miller ai Musei San Domenico di Forlì, appena aperta. Fotografa dei primi anni del Novecento, amica di grandissimi pittori e pensatori, la Miller ha sempre avuto un’attenzione specifica per il corpo delle donne, per il chiaroscuro che si deposita nelle linee del contorno dei seni, delle natiche, dei fianchi o di un viso.

Il corpo della donna per la Miller è un confine, è il limite assoluto del mistero della luce e dell’ombra, di come si deposita lo spettro luminoso sulla pelle. La fotografa parte da se stessa: splendidi sono i suoi autoritratti. Le donne osservano le donne, ci guardiamo allo specchio, passiamo molto tempo in bagno, conosciamo ogni centimetro del nostro corpo, sappiamo quando è comparso il primo capello bianco, come si gonfiano gli occhi dopo aver pianto. Le donne guardano le donne in modo del tutto diverso dallo sguardo che può depositare un uomo. E non parlo di sessualizzazione, non si tratta assolutamente di questo. Perché le fotografie della Miller sono erotiche e sensuali anche quando fissa nella pellicola l’atto ultimo di una morte, il suicidio di ufficiali SS, corpi deposti come sacchi durante la Seconda guerra. L’occhio della Miller comprende tutto, vuole fermare la vita tanto quanto la morte restituendoci l’obbligo di rimanere sulla soglia.

Le fotografie in mostra sono spesso piccole come formato di stampa, preziose: questo induce lo spettatore ad avvicinarsi alla cornice, l’allarme è sensibile e suona. Fa lo stesso, l’occhio vuole passare la soglia anche se non gli è concesso. Perché la Miller ha la capacità di ridurre la spinta: il corpo è una soglia, la macchina fotografica è una soglia, si sta dall’altra parte per restare al sicuro, per salvarsi. Questa è una sensazione che vi porterete dentro attraverso la mostra, passando dalle foto più erotiche degli autoritratti a quelle di “moda” scattate per “Vogue” a quelle drammatiche e crude della guerra, quando l’artista muta attitudine e diventerà una delle prime reporter di guerra.

L’obiettivo è uno scudo. A vedere questa mostra sono in compagnia di un altro amante – come me – della fotografia, il milord che mi accompagna mi racconta che quando era ventenne aveva il desiderio, mai realizzato, di poter fotografare il corpo delle donne, di mostrare uno sguardo sulla pelle, una finestra sull’intimità. Non lo ha mai fatto, è rimasto un desiderio sospeso, perché – mi dice – si rendeva conto di quanto potere ci sia dentro a uno scatto di questo tipo. Il potere dell’immagine. L’obiettivo come scudo. Ripararsi dietro lo schermo. Oggi siamo invasi da stimoli sensoriali, da impulsi visivi, veloci, sempre più veloci. La fotografia in bianco e nero richiedeva l’attesa, il praticare l’arte sacra della temperanza. L’obiettivo era uno scudo e lo è anche adesso, lo abbiamo sostituito con lo schermo dell’iPhone, facile e a portata di mano. Non ci è richiesto l’impegno della camera oscura, di stare dentro al nero e dentro al rosso, raccolti in chiusura perché lo sviluppo richiede anche la scelta, l’esclusione. Durante lo sviluppo si potevano scegliere i provini da ingrandire e stampare; l’obiettivo era uno scudo ma il fotografo doveva scegliere, prendersi la responsabilità, esercitare il potere. Quando mi parla del potere dietro a un’immagine, milord si ferma e pare ricordarsi che il potere è una trazione molto forte, ti tira la giacca, si avvicina piano alle spalle, al collo, non te ne accorgi se non stai attento.

L’obiettivo è uno scudo ma non ripara mai. Né dalla bellezza né dall’atrocità. Le fotografie della Miller sono perfette, nella vertigine della sensualità e nell’abisso della distruzione della guerra. C’è una fotografia che mi ha colpito più di tutte: quasi alla fine della mostra, nel periodo dedicato alla guerra: una donna, ufficiale SS, è stesa su un divano di pelle, riversa come la Santa Teresa in estasi di Bernini. È morta. La luce illumina il profilo del volto, marmoreo e bellissimo. Le mani sul ventre, sembra che dorma dopo esser stata sfinita dall’amore. Il divano in pelle nello schienale ha alcuni bottoni incastonati, uno – al centro – è pendente, si tiene alla pelle con un filo slabbrato. In quel dettaglio c’è tutta la perfezione. La vita, la sensualità e la distruzione.

Clery Celeste

*Le fotografie in copertina e nel testo sono tratte dalla mostra “Lee Miller. Opere 1930-1955”, a cura di Walter Guadagnini, in atto a Forlì, Museo Civico San Domenico, fino al 10 gennaio 2027

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