Dopo un po’, il mio amico Andrej, un giovane russo di stanza a Milano, straordinariamente candido, una specie di volpe del Nord, legge Fëdor Tjutčev. Siamo sulla spiaggia adriatica, resa artica da un autunno leonino: sul mare, i riflessi del sole creano istantanee città di cristallo. Itaca, forse, si chiama Pietroburgo.
Chi è pratico sa che Tjutčev è il vero padre della lirica russa; viene – in una gerarchia del cuore – poco dopo Aleksandr Puškin, autentico fondatore della lingua di laggiù. In Italia, più che altro, conosciamo i poeti dell’‘epoca d’argento’: Cvetaeva, Achmatova, Majakovskij, Pasternak, Mandel’štam – tutti poeti che, guarda caso, sono stati travolti dalla Rivoluzione. Tjutčev – il più essenziale tra i poeti russi, il più aureo – ci sfugge. In libreria trovate poco o niente: la bella – per come mi risuona – traduzione delle Poesie a cura di Eridano Bazzarelli, per Rizzoli, pare quasi introvabile; del più autorevole poeta russo di ogni tempo, Adelphi ha da poco mandato in giro come La Russia e l’Occidente “gli scritti politici”, per cavalcare l’onda dell’attualità – la scelta mi pare forzata e fuorviante. È vero: la stessa casa ha in catalogo le Poesie di Tjutčev tradotte da Tommaso Landolfi – l’amore che nutro per lo scrittore (stregone di una prosa lunare, di imbestiata bellezza) mi permette di criticarlo come traduttore. Quando manipola i russi, Landolfi ‘landolfeggia’ – il Tjutčev secondo Landolfi non mi convince.
Mentre siamo sulla spiaggia, Andrej – altissimo, magrissimo, parrebbe una gru, non fosse per il viso, carnivoro– mi legge, in russo, una poesia di Tjutčev. Giunto all’ultimo verso, rileggendola, Tolstoj non poteva che piangere – mi dice. La poesia – nel tentativo di traduzione che leggete sotto – attacca così: “Ora le grige ombre trascolorano/ i colori si sfanno, si perdono i rumori”. Andrej attacca a dirmi che il grigio delle grige ombre non è semplicemente grigio: cita il grigio dei piccioni, il grigio del cielo in tempesta, un grigio aggressivo. Non lo seguo più – la spiaggia, intanto, trascende in Scizia – vedo lupi tra le colonie in abbandono.
Poi Andrej accenna al Tjutčev secondo Vladimir Nabokov. Cado dal pero. Ecco, lui sa rendere come nessuno l’anima della lingua russa, in inglese. Ci torno dopo – torno a Tjutčev. Nato nel seno di una famiglia di antica nobiltà, nel dicembre del 1803, Tjutčev ha svolto svariati incarichi diplomatici. È vissuto anche a Torino – lo interpreto come un ‘segno’ –: ma il Po non è la Neva né la Moscova; la città sabauda non piacque al poeta che, al contrario, trovò sintonia con Monaco – amava Heine, Schelling e le nobildonne teutoniche. Poeta dalle atmosfere diafane e rarefatte, difficilissimo da tradurre, Tjutčev canta i più remoti sortilegi della natura connessi ai dirupi del cuore umano. La sua ora è il crepuscolo, il suo orizzonte la nebbia, l’addio, la lettera d’amore dimenticata in un cassetto e ritrovata anni dopo; l’amore impossibile che rilassa la memoria in urlo. Eppure, la vita di Tjutčev fu improntata alla più spudorata passione. Ebbe due mogli, la contessa Eleonora von Bothmer e la baronessa Ernestine von Pfeffel, entrambe mollate, entrambe tedesche, belle, ricche – arricchì i giorni di diverse amanti. Da quattro donne ebbe undici figli – non li riconobbe tutti. Le chiacchiere che ne seguirono lo sfiorarono come una brezza – appagante, a tratti.

Nabokov tradusse Tjutčev nei primi anni Quaranta del secolo scorso: si era da poco trasferito negli Usa, siamo all’epoca de La vera vita di Sebastian Knight, il primo romanzo scritto da ‘Vlad’ in inglese. Le versioni da Tjutčev appartengono a un ciclo, Three Russian Poets (1944), che comprende anche Puškin e Lermontov. Perfettamente trilingue, Nabokov tradusse il primo libro, un western di Thomas Mayne Reid, Il cavaliere senza testa, in alessandrini francesi, a sette anni. Simili giochi di equilibrismo linguistico lo hanno portato a redigere la più accurata e “controversa” versione – così dicono gli esperti – dell’Onegin di Puškin, A Novel in Verse, edita, con vasto commento, nel 1964.
Di Nabokov sappiamo: il genio verboso, l’arte della sprezzatura, una specie di aristocratica indole allo scontro. Così scrive, tra l’altro, in un saggio sull’Art of Translation:
“Nel bislacco mondo della trasmigrazione verbale dobbiamo distinguere tre gradi di malvagità. Il primo, il meno grave, consiste in errori palesi dovuti a ignoranza, fraintesi, cattiva conoscenza. Si tratta di una mera debolezza umana, per questo scusabile. Un passo più vicino all’inferno lo compie il traduttore che omette deliberatamente parole o passi perché non si cura di comprenderli o, peggio, perché teme che possano apparire oscuri o osceni agli occhi di un ipotetico pubblico di lettori; accetta senza indagini ulteriori il vuoto di significato che gli restituisce il dizionario; sacrifica il rigore accademico sull’altare di un eccessivo senso del pudore; è convinto, sapendone pochissimo, di saperne molto di più dell’autore che traduce. Il terzo grado, il più turpe, si ha quando un capolavoro viene rimaneggiato e levigato, reso artificiosamente ‘bello’ in modo da conformarsi alle idee e ai pregiudizi di un determinato pubblico. È un crimine che meriterebbe la gogna”.
Con Tjutčev, Nabokov ha una nottambula sintonia: traduce sedici poesie; di alcune presenta diverse versioni. Le ultime traduzioni risalgono al 1958, l’epoca di Pnin; Lolita era uscito tre anni prima. Per circa vent’anni Nabokov culla l’idea di pubblicare una importante Anthology of Russian Verse: non ci riuscirà. Nel 2008, per Harcourt, come Verses and Versions: Three Centuries of Russian Poetry, Brian Boyd ha raccolto le disseminate traduzioni di Nabokov dai russi in un unico libro; da lì abbiamo tratto le poesie di Tjutčev raccolte in calce.
Intorno a Tjutčev, Nabokov griffa un cammeo biografico che vale la pena ricalcare:
“Né la vita né la personalità di Tjutčev (1803-1873) possiedono il fascino romantico delle biografie di un Puškin o di un Lermontov. La sua poesia, tuttavia, possiede qualità eccezionali e rivela (fin dagli anni Trenta!) elementi che caratterizzeranno la rinascita della poesia russa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. […] All’inizio degli anni Venti, Tjutčev entra nel servizio diplomatico trascorrendo i ventidue anni successivi per lo più all’estero, in gran parte nella Germania meridionale. Strinse rapporti di amicizia con Schelling e Heine, entrambe le sue mogli erano tedesche. L’unico atto di insubordinazione che gli si può attribuire fu un viaggio in Svizzera intrapreso senza la debita autorizzazione concessa dall’ambasciatore. A cinquant’anni, fu protagonista di una tormentata relazione sentimentale durata fino alla morte dell’amata, avvenuta nel 1864. Dal punto di vista politico, era un conservatore compiaciuto con inclinazioni slavofile e una partecipazione sentimentale verso l’istituzione zarista, intesa come eterna. Le poesie ispirate dal suo credo politico risultano insulse, oggi. Le sue liriche brevi, al contrario, sono tra le più grandi mai scritte in lingua russa”.
È una poesia di trasalimenti e di trafitture, quella di Tjutčev, appropriata al mare d’inverno, agli edifici in rotta, alla luce che si afferra per la maniglia, agli spettri che, in marmaglia, giungono a noi, da un fondo verde e blu. Ciò che sembra un rivolo, si rivela una rivolta; ciò che pareva neve – mero nembo del cuore – è sangue.
Del mio amico Andrej, d’improvviso, si è persa la traccia: resta un ghirigoro di cenere.
***
Anela a disfarsi in stella l’anima –
non a mezzanotte
quando gli astri dagli avidi sguardi
fissano la terra assonnata –
di giorno, piuttosto: velati
dai ruvidi raggi del sole
splendono, pallidi dèi,
ne puro invisibile etere.
*
Beato il mortale che su questa terra
ha vissuto nei momenti fatali:
per lui gli dèi hanno preparato
una sedia – ormai è un loro pari.
*
Appagarsi
La tempesta è in rotta ma Thor vuole
la sua quercia: eccola, imperiale e impennata:
dai rami un rivolo azzurro dilaga
verso gli alberi vivificati dalla pioggia –
il tordo e l’oriolo ritessono il canto
interrotto mentre sulle guglie
del bosco svetta iridescente
l’arcobaleno, orlato di malva.

*
Crepuscolo
Ora le grige ombre trascolorano
i colori si sfanno, si perdono i rumori.
La vita è soltanto mia, ora
e riverbera una singola nota.
Nel crepuscolo, il fruscio
di una falena che non vedo.
Qual è il senso di questo peso?
Io sono nel tutto – il tutto è in me.
Oscurità piena di sogni
affonda nel mio profondo
scorri, ipnotica ambrosia
e immergi ogni cosa nel sonno.
Colma i miei sensi fino all’orlo
del tuo oscuro oblio
fammi provare la dissoluzione
che mi sbricioli nella penombra.
*
In viaggio
Polvere alle ginocchia… cavalchiamo
di sera, nell’ora ocra.
Le ombre dei pini sono ora
un solo nero corpo davanti a noi.
Il bosco è tutto tenebra. In che
luogo inospitale siamo capitati!
La notte ci scruta da ogni cespuglio
come una belva dai cento occhi.
*
Autunno
Autunno arriva: un breve
e divino armistizio. Il giorno
è un prisma di cristallo
le sere splendono, ben forgiate.
Dove è stato mietuto ora è il vuoto:
i campi sembrano infiniti.
Soltanto un rivolo d’argento
brilla lungo le arature.
Lo spazio è privo di uccelli
la neve verrà, ma ora è lontana;
il cielo è vergine, veste di azzurro
e si riposa sull’erba, in silenzio.
*
Ultimo amore
L’amore che arriva al termine
dei giorni è tenero e avido.
I raggi dell’addio sono i più chiari:
l’ultimo amore splende.
Un’ombra blu avvolge metà del mondo:
scaglie di luce a occidente. Resta
con me, giorno che muore, resta
e dilata per me questo incanto.
Il sangue è quieto ma il cuore
è quello di sempre, un abisso.
Ultimo estremo amore
intrecci gioia e rassegnazione.
*
Stava sul pavimento
tra un mucchio di vecchie lettere:
le sollevava come manciate di cenere
per poi farle cadere.
Artigliava quelle pagine
osservandole con familiare ferocia:
così gli spiriti, dall’alto,
fissano il corpo di cui si sono liberati.
Quanta vita racchiusa in quei fogli
svanita per sempre –
quanto dolore continuava
a fermentare, quanti amori sterminati.
Stavo in disparte, in silenzio
pronto a cadere in ginocchio
colmo di tristezza, come
si fa al cospetto di uno spettro.