13 Ottobre 2026

“Cercando di essere foglia”. Intorno a un libro sciamanico di Ted Hughes

Gaudete è il libro più complesso, cifrato, inaccessibile di Ted Hughes. 

Intanto, per una questione ‘geologica’. Si tratta di testi scritti nel corso di diversi anni, incorporati intorno a un tronco narrativo. Hughes comincia ad abbozzare Gaudete nel 1964. In realtà, compone una sceneggiatura lirica: al centro, c’è un pastore anglicano che seduce le sue fedeli ideando una congrega di baccanti. Per prossimità simbolica, Hughes invia il testo a Ingmar Bergman. Il grande regista svedese ha da poco compiuto Luci d’inverno e Il silenzio: non sembra aver mai ricevuto il canovaccio di Hughes. 

In verità, è la vita di Hughes a precipitare in infero baccanale: Sylvia Plath si è uccisa l’anno prima; l’anno dopo, nel marzo del ’65, Assia Wevill dà alla luce ‘Shura’. Ne profetizziamo la fine: Assia, in suicidio raddoppiato, suicidio fotocopia – possedere il posseduto –, muore, insieme alla figlia, nel marzo del 1969. 

Gaudete attraversa la vita di Hughes come un sussurro insistente, mefistofelico. Il poeta, nel frattempo, pubblica il capolavoro, Crow: per la prima volta la poesia, dall’iperuranio postmoderno, torna ‘mania’, torna sciamanesimo. Crow è un libro di non ritorno – è il libro di un posseduto.

Gaudete esce per la Faber, dopo lenta gestazione, nel 1977 – i critici ne restano sbalorditi, reagiscono, al massimo, coi massimali del gelo. Il libro, d’altronde, è una specie di atto sacro – una specie di atto sacro ordito da burattini. Una mascherata. 

Fin dall’Argument posto in apertura, il libro si presenta come soglia sul medianico, senza mediazioni:

“Un ecclesiastico anglicano, il reverendo Nicholas Lumb, viene trasportato nell’altro mondo dagli spiriti degli elementi. Proprio come nelle fiabe popolari, questi spiriti lo vogliono perché porti a termine un compito nel loro mondo. Per sostituirlo in questo mondo, durante la sua assenza, gli spiriti creano un duplicato esatto del reverendo, ricavato da un tronco di quercia, animato dallo spirito degli elementi. Questo nuovo Nicholas Lumb è, in apparenza, identico all’originale: possiede sapienza e abitudini dell’originale, ma è un tronco. Questo sostituto soprannaturale, questo changeling, si mette a predicare il Vangelo dell’amore secondo la propria ignea natura. Organizza le donne della parrocchia in una congrega, una società dell’amore. Il fine di questa congrega, evidentemente, è la nascita di un Messia generato da Lumb”.  

Il libro alterna brani in prosa a porzioni di versi, di sintetica audacia. L’ultima parte del libro, Epilogue – che abbiamo tradotto in parte in calce – è quella ritenuta più efficace. All’artificio narrativo – tre ragazze/tre grazie/trinità femminea incontrano uno sconosciuto che evoca un demone delle acque e porge loro una cartellina con un taccuino – seguono 45 brevi liriche, scritte da Hughes secondo i modi del vacana, l’antica poesia devozionale indiana, diffusa dal X secolo (che Hughes, per sua ammissione, ha tratto ispirandosi da Speaking of Siva, raccolta di vacanas tradotti da A. K. Ramanujian per Penguin nel 1973). In queste brevi poesie, dicono gli studiosi (Nicola Gardini in: Ted Hughes, Poesie, Mondadori, 2008, p. 1520), “La ricerca di Hughes è arrivata a un nuovo traguardo di intensità e tragico fulgore”. 

Più che altro, a questo riguardo, c’importa cosa sia poesia – c’interessa il senso della poesia nell’era insensata, nel’era-ora, insensibile alla poesia, avvelenata dal poetico. Ted Hughes, ormai, ha lacerato tutti gli ornamenti letterari, tutti gli orpelli retorici: è ‘al di là’. Qualcosa di oscuro si avverte nel suo dire: la parola di Hughes, dopo decenni di ‘modernismi’ e di manierismi, torna ‘efficace’. Entriamo nell’opera, cioè: andiamo a messa. I serpenti si volgono in nubi; i malati guariscono; la ferita, frattura di spettro, feconda la freccia, l’abbaino, il baluginio del gufo. Ogni poesia, scrive Hughes, “sorge per proprio impulso… in maniera estemporanea”. La letteratura è trascesa – siamo nella danza. Chi riemerge dalla lettura non è più lo stesso: è ‘segnato’ dal verbo. Dai canti dei nativi americani – la ‘fonte’ ineluttabile di Crow – Hughes è passato all’antica sapienza indiana: 

“Il dio, per il cantore di vacana, non si può conquistare né con promesse né con suppliche. Il vacana è un’esperienza che non ha programmi né scopi: è un contatto improvviso e spontaneo con il divino, che, nel migliore dei casi, porta alla comunione completa e alla nullificazione del soggetto… [Il vacana] non ambisce a nessuna memorabilità, per cui non segue regole o schemi letterari. È una forma casuale, momentanea, transeunte, senza una metrica fissa. Il vacana, dunque, comporta il rifiuto di ogni intenzionalità artistica”. 

(Gardini, ivi, pp. 1519-1520)

Hughes trascende la citazione colta, si disinteresse dell’esito letterario, vive altrove dalla ‘storia della letteratura’: a differenza, chessò, dei Quattro quartetti e dei Cantos – che leggiamo come sublimi opere letterarie, a loro modo riassuntive, risolutive –, i libri di Hughes – in forme diverse di sciamanesimo – non vanno letti ma ‘usati’, abitati, danzati. Hughes ambisce al testo sacro: le questioni del ‘gusto’ non penetrano in tale sacrario. 

Per questo, i libri del grande poeta inglese sono banditi dalla società libraria – leggerlo atterrisce. Hughes non vuole lettori – pretende adepti, scalmanati, fuggiaschi. 

In particolare, Gaudete è costellato di riferimenti: in esergo Hughes riscrive una sentenza di Eraclito – “…ma Ade e Dioniso sono uno” – e un brano del Parzival sul doppio in lotta con se stesso (“Quei due, tuttavia, erano uno: ‘mio fratello e io’ erano un unico corpo, come un buon marito con la buona moglie. Lottando per lealtà di cuore, un solo sangue e una sola carne, recavano grave danno a se stessi”). Il titolo del libro – Gaudete, l’inno cristiano testimoniato dal XVI secolo – di per sé è paradosso: l’opera parrebbe un Requiem… Invece, è una nascita quella a cui tende il libro sciamanico – Christus est natus Ex Maria virgine, gaudete! –, sciamannato infine, sciabolato di nostalgie, dacché gli spiriti della natura non ci parlano, l’evocazione evoca mostri. La lontra miracolosa che appare in epilogo è estratta da Tarka la lontra di Henry Williamson, tra i libri-totem di Hughes. 

Anche il nome del reverendo, Nicholas Lumb parla. Nicholas Ferrar, amico del poeta inglese George Herbert e avo di Hughes, è il diacono che ha ideato nel XVII secolo la comunità cristiana di Little Gidding. Lumb equivale a Lamb, l’Agnello di Dio, Cristo. 

Riferimenti, tuttavia, presi da Oriente e da Occidente, pretesi in cornice, presto defunti mentre si procede nel canto – di cui noi, lettori, siamo il capro, fienagione di espiazione, corpo sacrificale, ostia. 

Leggere Hughes evoca sempre spettri e arcani. Mentre scrivo di Gaudete, Flavio Santi – amico risorto – mi invia un articolo sulle poesie di Simone Cattaneo. Così, Simone, con il suo effluvio di farfalle fatue attorno, si sdraia sulla mia scrivania come un orso su un iceberg. Mi latra addosso. Lo placo. Mi racconta una barzelletta. Da dove vieni? Ride. Ha denti luminosi, sembrano lampadine. Se ne stacca uno, me lo conficca nel costato. Il mio cuore diventa un corvo. Vola via. Ridiamo. Resta sempre in me, dico. Ti mangio, risponde. Fluttua. Un orso Simone sul soffitto di casa. 

Grazie, Ted. 

**

Da Gaudete

Epilogo 

In un arruffato sparso villaggio sulla costa occidentale dell’Irlanda è una mattina di maggio – una mattina di raffiche e squarci – tre ragazzine vanno dal reverendo, che siede nel suo studio, concentrato su una pagina di Sant’Ignazio. 

Portano qualcosa in una cartellina nera impermeabile. Uno sconosciuto, un uomo, che poi è sgattaiolato via in macchina, l’ha lasciata su uno scoglio, presso l’insenatura. Il sacerdote apre la cartellina e trova un taccuino, logoro. Osserva con attenzione le pagine dense di patimenti e di correzioni: sono piene di versi. Chiede alle ragazze qualcosa di più sull’uomo. 

Stavano giocando sugli scogli, in riva al lago, non c’era anima viva. Un brivido le trapassa. Un attimo prima, solo scogli; poi, un uomo, accanto a loro, su una roccia, che le osserva. 

Prima che potessero scappare, prese la parola. Chiede loro il nome dell’insenatura – voleva sapere il nome della montagna oltre le acque. E poi dell’altra montagna e di quell’altra ancora. Così di ogni montagna – una dietro l’altra, a perdita d’occhio, verso Nord e verso Sud. Le ragazzine rivelarono i nomi, rivelando di non conoscerle. Infine, l’uomo chiese se avessero mai assistito a un miracolo. Risposero di no. 

Le fece sedere sulle rocce, al suo fianco. Qualunque cosa fosse accaduta, promisero le ragazzine, non si sarebbero mosse, non avrebbero detto parola. Allora, l’uomo si mise il dorso della mano sulle labbra. Attesa delle ragazzine. Improvvisamente, i nervi raggrinziscono, come capelli sul fuoco. Un suono inquietante proviene dalla mano dell’uomo. Un suono sottile. Come un grido. Piccolo, tenue. Un grido tremulo, terribile si impossessò delle loro teste – dolore al cranio. Come se un sottile filo di ferro, insanguinato, fosse arrotolato intorno al loro cuore. L’uomo fissò il suono che si propagava sulle acque. Sempre più lontano. Le ragazzine, pietrificate, fissavano l’uomo. Aveva un’aria solenne, il volto allungato e scuro, il cranio calvo, tormentato da cicatrici. Interruppe il richiamo. Il silenzio che ne seguì fu doloroso. Le ragazzine fisse su dove fissava. Qualcosa emergeva dalle acque. Una specie di bestia – le guardava. 

Poi il suono ricominciò, sommesso. Le ragazzine sentivano che qualcosa, dentro di loro, tirava da punti diversi – quel suono faceva venire voglia di piangere. E la bestia uscì dalle acque. 

Non assomigliava a nulla che le ragazzine avessero mai visto prima. Pareva una lontra. Risalì la spiaggia e gli scogli, con andatura vivace, serpeggiando, come fanno le lontre. Avanzò oltre le rocce. Scomparve. Pensarono fosse andata via. Riapparve – più vicina, più grande. L’uomo, intanto, continuava a modulare il suo strano, sommesso, doloroso richiamo. 

Alla fine, la creatura fu davanti a loro – grande come un grosso gatto, dal pelo scuro, torto dall’umidità, si protendeva verso l’uomo, tremando, tanto che lui avrebbe potuto toccarla – aveva l’odore selvaggio dei pesci di lago. 

L’uomo tacque. Osservò la bestia. La bestia tremava, annusava, si protendeva verso di lui. Avrebbe voluto saltargli in grembo. Una delle ragazzine non riuscì a reggere. Ritrasse il piede, si rannicchiò, gridò. La bestia fissò lo sguardo sulle tre. Si alzò sulle zampe posteriori, come fosse un uomo, le guardava, immobile, come se fossero lontanissime. Videro i suoi occhi alieni – le lunghe vibrisse. Pensarono che la bestia le avrebbe potuto attaccarle da un momento all’altro. Invece, la creatura si voltò, divincolandosi tra gli scogli, oltrepassando rupi e spiagge, verso l’acqua. L’uomo non disse nulla. La creatura si alzava e abbassava, in acqua – si voltò. Sparì. 

Il reverendo ascolta il racconto, sorride per l’eccitazione delle ragazze. 

“Se far uscire una lontra dal lago è un miracolo… allora cosa dovrebbe pensare quell’uomo del mondo, di questa scintillante immensa bellezza che Dio ha fatto scaturire dal caos con un fischio?”. 

Il reverendo si lascia trascinare dalle sue parole. I pensieri volano verso una vasta distesa di fuoco; chissà quale scintilla è scoccata su di lui dai volti arrossati delle tre ragazze… Sembra volare verso un’alba infinita, folgorante, descrive la Creazione mentre sgorga dall’abisso: infinita creatura brulicante di miracoli. Continua a descrivere questa creatura, densa di occhi scintillanti, di membra gloriose – la arricchisce di bellezze straordinarie, finché il cuore non romba e si trova a camminare in una stanza, avanti e indietro, parlando di Dio, mentre le lacrime gli solcano il volto e cadono infrangendosi sulla tonaca. 

Le ragazzine zittiscono. Quando le parole del reverendo cessano, fuggono dalla soglia. Il prete non se accorge, così preso dalla sua visione. Si siede – trema – spossato dalla febbre. Qualcosa di soprannaturale è accaduto. 

Poi si accorge del quaderno sul tavolo, ricorda la lontra scaturita dal lago e un uomo che la chiama con un suono. Apre il quaderno e decifra i versi. Trova una penna, un foglio, li ricopia. 

*

Che te ne fai del mezzo uomo
mezza faccia
orlo sfilacciato?

Veglia di un unico occhio
glabro sonno dell’indomani

Il suo vigore
osso deforme delle conseguenze

I suoi talenti
depravata privazione della fuga

Come correggerai
il veterano delle negazioni
il sopravvissuto a tutto?

*

Odo l’orda dei tuoi in estasi

grida di uccelli, perfetti un tempo
di bestie dalle gole ingolfate
che non raggelano sintassi.

E sento il dire, la fronte sfrontata di Neanderthal  
che si fa poderosa chiacchiera
la mascella-macina dell’Uomo di Giava sublimata in pettegolezzo.

Il verbo torce la voce
sotto il diaframma
finché il grido digrada e il dire

si fa fistola

che distilla e installa
come un medico cretino o scaltro
col suo anno dopo anno
di sanguinari intrugli
di quasi e più tardi

lungo una vita di vitalizi.

*

Chi sei?

Il ragno artiglia il moscone – panico di morte
diventa d’improvviso assorta assortita quiete. 

L’ermellino preme sulla nuca del rannicchiato coniglio 
che fissa l’orizzonte. 

Fotografia di gente – a bocca aperta
nello sparo che impera e impetra 

e tu mi afferri
così forte che il sangue balza nei denti

e “presto!” bisbigli “oh, presto!”
e “ora! ora! ora!”

Ora cosa?

Che io oda l’età della terra

Che io senta 
la madre sollevarmi dalle sue gambe?

**

Cercando di essere una foglia
nel tuo regno
per un istante sono foglia
e la tua pienezza mi raggiunge

ma sono ricacciato
nel mio volto e dentro le mani

come l’uomo elettrico 
che si divincola dalle cinghie

*

Cavalca la terra
su un mulo, su un leone.
Cavalca i cieli
sul grande toro bianco.

È una mela.
Chi la coglie
inchioda il proprio cuore
all’albero senza foglie. 

*

I cacciatori sulle ondeggianti equine torri
hanno facce sfaccettate come taglieri di macellaio, sono furiosi.
Hanno perso la volpe.

Hanno perso i cani.
Non posso aiutarli. 

Quello che caccio
il solo
che farò a pezzi

e del cui sangue lorderò le tue guance

è sotto il mio cappotto. 

*

Ho detto addio alla terra
sono entrato nel vento
che si inoltra in tunnel di fuoco
sotto la montagna d’acqua 

arrivai alla luce
e non avevo ombra
vidi il fiocco di neve crocefisso
sui chiodi del nulla

ho sentito gli atomi pregare
per entrare nel suo regno
per essere spezzati come pane
su una nera soglia e sanguinare. 

Ted Hughes

*In copertina: Ted Hughes nel 1978

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