26 Settembre 2026

Dalla disperazione alla beatitudine. Riflessioni di un poeta beat del terzo millennio

Prendiamo lo spunto dalla parola Beat, spesso usata come derivato di Beatitude. Una provocazione, talvolta una sincera volontà di “incontro” con lo spirituale, in altri casi vero e proprio nonsense, eppure curiosamente qualcosa che ci instrada verso una più attenta analisi del termine.

E iniziamo da Max Scheler, un filosofo tedesco dei primi del Novecento, protagonista della stagione della prima Fenomenologia. Scheler in uno dei suoi scritti più famosi, Il Formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, affronta, tra l’altro, il tema della beatitudine. In cosa consisterebbe questo particolare valore e di quale contesto ne è proprio? Scheler determina, nella sua analisi, quattro gradi diversi delle modalità del valore, delle quali ne asserisce l’indeducibilità l’una dall’altra, la loro reciproca impermeabilità e, soprattutto, la intrinseca gerarchia: 1) valori sensoriali o organici, 2) valori vitali, 3) valori spirituali (bellezza, giustizia, ecc.), 4) valori del sacro, «tutti gli altri valori si manifestano come loro simboli» (147). I valori propri del sacro saranno quelli compresi in una forbice che va dalla beatitudine fino alla disperazione, dove la prima, vertice della vita spirituale, esclude senza mediazioni la seconda. 

«Questi sentimenti sembrano promanare, in un tutt’uno, dal punto sorgivo degli atti spirituali stessi, inondando con la loro luce o con la loro ombra tutto ciò che con tali atti si manifesti e appartenga al mondo interiore o esteriore. Essi compenetrano ogni singolo contenuto d’esperienza» (423). 

Del resto, non è certamente possibile vivere beati e disperati nello stesso tempo!

Eppure oggi domina diffusa, e ugualmente senza mediazioni, una percezione di “disperazione” di massa. Ne deriva un nichilismo banalizzato, superficiale, privo dello spessore della grande lezione tragica dell’Occidente. Piuttosto un vero e proprio nichilismo pratico di massa, individualista, spesso coniugato ad un altrettanto sommario relativismo etico che sembra la nota dominante del presente. Non è questa la sede per approfondire il perché si sia giunti a questo punto. Sarebbero da analizzare motivazioni esterne agli individui (neocapitalismo, società dello spettacolo, cultura del narcisismo…) e motivazioni interne (edonismo e narcisismo diffusi, superomismo individualista vuoto e privo di ogni riferimento culturale…), in un groviglio di situazioni che sembra favorire la filosofia di un uomo che non credendo più a nulla, finirà, inevitabilmente, con il credere e, di conseguenza, comprare di tutto.

Ma c’è uno spiraglio. Ed è proprio il dato esistenziale del primato della beatitudine sulla disperazione. Ovvero, il fatto che laddove la disperazione sia vissuta in modo personale e non indotto, essa aspiri sempre ad un varco, una frattura, uno spiraglio da cui si possa intravvedere un qualcosa. Tant’è vero che mentre una persona disperata aspira sempre ad un essere tratta fuori dalla sua condizione (e in questo senso il suicidio ne è l’espressione più drammatica), non è vero il contrario, cioè, che una persona beata aspiri a ripiombare nel suo opposto, e questo è vero, prima di tutto, esistenzialmente! 

La Poesia si situa nel varco, che non esclude il Tragico dell’esistenza, la sua intrinseca sofferenza e angoscia nella possibilità del nulla. La implica, ne prende atto, ma ricorda che la sofferenza non va né contraddetta, né confutata, piuttosto, superata, in un qualche modo, purificata.

Lo spirituale nell’arte, il suo farne esperienza (l’Erlebnis tanto caro a Rilke), la sua forza purificatrice che non esclude sofferenza, angoscia, tragicità dell’esperienza umana, ma sa inverarle (per usare un termine Hegeliano) e sublimarle ad un livello di pura trascendenza.

«Lo scrittore è chi non vuole niente di meno che assumere il posto della morte. Benché poi non è che sia sempre così sicuro delle sue credenziali, allo stesso modo in cui una persona mascherata da scheletro la notte di Carnevale, potrebbe trovarsi in imbarazzo nell’incontrare un morto vero. Lo scrittore è socio della morte nell’atto dello scrivere, caso e causa di un certo sdoppiamento di sé, una leggera e transitoria forma di dissociazione che chiamerei Trance scrittoria. Cercando di tracciare una via per lo scorrere di un significato nel caos del mondo, si passa, ad ogni frase compiuta, nella morte dello spazio bianco. Occorre fare come la morte: riempire i buchi… E ora ascoltate – le parole sfumavano…. grugnivano, gemevano, guaivano, come se fossero messe in questione e costrette a rivelare il proprio significato recondito». 

(William Burroughs)

È giunto il momento, pertanto, di riportare il silenzio nelle città, anzi, al centro delle metropoli, senza rinunciare per questo alle loro opportunità. È necessario cogliere nella precarietà, nei disequilibri giornalieri tra il caos delle ore di punta, l’abbaiare di cani cittadini, nuove direzioni, percezioni diverse, anche se inchiodati di spalle ai muri grigi delle nostre case. È giunto il momento di allacciare le cinture alle ztl del centro, stringere al collo fino a farli soffocare, con l’odore acre di benzina delle borgate, i nuovi perbenismi alla moda, fuxia o bluette che siano. Rovesciare la disperazione nel suo opposto. Aprire varchi, riempire i buchi, finestre, fratture. Seguire i percorsi dell’angoscia come faglie geologiche che la tagliano dall’interno. Rinvenire sepolti fossili di cavi elettrici, semafori a lampeggio, distese brulicanti di metallo. La beatitudine non è un’arma inerte, non è nemmeno lotta inerme, è vita, è grido, è Trance scrittoria. «C’è – incredibilmente –, qui, la preghiera prima dell’urlo, la tenerezza prima dell’oscenità: un oscuro amore. Odore di sirene fatte a pezzi, di angeli coleotteri. Soprattutto è l’antichità di questi poeti nuovi a farci paura» (Fabrizia Sabbatini Edoardo Piazza, Roman Beat Generation). 

Veramente strana la beatitudine per un poeta beat del terzo millennio. 

Claudio Zuccaro

*Martedì 29 settembre, alle ore 18, presso la Libreria Feltrinelli di Largo di Torre Argentina 5/A, Roma, si parlerà di “Roman Beat Generation” (Magog) e di “Poesia” (Crocetti) insieme agli autori

*In copertina: New York, William Burroughs con fucile

Gruppo MAGOG