Ci sono libri con la grazia di un blocco di granito, e poi ci sono oggetti letterari che sembrano cartoline di un mondo che non esiste più. Rallegriamoci: tra le mani abbiamo un un simile reperto. Si intitola Ho visto un’alba blu. Un racconto letterario dei CSI, firmato da Michele Rossi per Baldini+Castoldi (dopo il precedente capitolo, del ’24, sui cugini-padri CCCP, Condotti da fragili desideri). E dalla prima riga si capisce che qui non si fa solo ottimo giornalismo musicale, ma si maneggiano macerie del Novecento e schegge di un’epopea che, piaccia o meno, ha ridefinito il perimetro dell’intelligenza rock in Italia. Dice bene Giorgio Canali, armato della sua proverbiale e sferragliante ruvidezza: “Forse il nostro era un atteggiamento da presuntuosi: avevamo l’impressione che quello che facevamo fosse meglio di quello che eravamo, quindi più di tanto non ci interessava il riconoscimento personale”. Un perfetto manifesto anti-società dello spettacolo. Perché i CSI non sono (si, usiamo il presente, ora che sono ripartiti e fanno concerti a detta di molti eccellenti) una band nel senso commerciale del termine. Piuttosto un comitato di salute pubblica artistica, un laboratorio di alchimie sonore e politiche dove la chitarra ‘grattugiata’ di Massimo Zamboni si fonde con l’epica ieratica e contadina di Giovanni Lindo Ferretti, innestando la linfa vitale dei Litfiba in disgregazione (grazie all’intuizione di Gianni Maroccolo, l’uomo che ha gettato le fondamenta del progetto nel 1990 con Epica Etica Etnica Pathos), passando per le tastiere di Francesco Magnelli, le distorsioni intelligenti dello stesso Canali e la voce fatata, straniante di Ginevra Di Marco.
Il libro di Michele Rossi – nato da un imponente accumulo trentennale di carte, file, interviste, visioni notturne e centinaia di libri consigliati dallo stesso Ferretti (da Reduce a Barbarico, passando per Zamboni e la saggistica più disparata) – sceglie la via impervia dell’Anticanzoniere. Non una raccolta ordinata di testi messi lì in fila a uso dei liceali in crisi mistica, ma un corpo a corpo filologico ed emotivo con sedici canzoni capitali. Ogni brano, da A tratti a Del mondo, da Linea gotica a Forma e sostanza, è accostato a un romanzo, a una poesia, a un saggio che ne fa da sottotesto segreto. Dando corpo all’idea che la parola scritta e la parola cantata non siano separate da un muro, ma facciano parte della medesima faglia tettonica.

Come annota lo stesso Ferretti in un passaggio citato nel volume: “È un’arma la parola. Un’arma il tono, il ritmo”. Soprattutto laddove inquadra processi e fenomeni di portata collettiva. Come nel caso del muro di Berlino, oppure sul crollo delle ideologie e la fine del secolo breve:
“Il Muro – ancora Ferretti – impediva la frana; era proprio l’ostacolo che bloccava due frane che si fronteggiavano. Senza Muro, le due frane si sono mescolate”.
C’è un momento preciso, nella geografia dello spirito prima che dello spazio, in cui la grande Storia con la esse maiuscola – quella che i manuali ci spacciano per una trionfale marcia verso i lumi, i diritti dell’uomo e il supermercato sotto casa sempre aperto – decide di andarsi a sedere su un mucchio di fieno. A guardarla con gli occhi di Giovanni Lindo Ferretti, l’Occidente non somiglia affatto a un radioso futuro da spot pubblicitario, ma piuttosto a un crepuscolo ostinato, a un “già poi, difficile anche solo a definirsi” declamato su un palco con la solennità di un oracolo di provincia che ha visto troppi imperi fare la fine dei cerini. Del resto, non c’è antidoto migliore contro l’ottimismo progressista di una buona dose di sano pessimismo culturale. E chi, meglio di Ferretti – l’uomo che ha attraversato i CCCP Fedeli alla Linea, i CSI e i PGR per poi ritirarsi sui monti dell’Appennino emiliano a fare i conti con le bestie, la terra e il Creatore – poteva regalarci la sintesi definitiva del disastro postmoderno cui assistiamo?
Nelle pagine dedicate a brani come Del mondo o nell’inedito Il cavallo allevato con cura, l’ex punk filosovietico convertito al ritorno a casa compie un’operazione che avrebbe fatto felice Oswald Spengler: guardare al cadavere della modernità con la stessa impassibile ironia di chi sa che, in fondo, i cavalli capiscono di geopolitica molto più di noi. Spengler, quello del Der Untergang des Abendlandes, lo stesso che, con un “dilettantismo ascientifico”, marchio di fabbrica di ogni vero genio, maneggiava il sapere universale come un mazzo di carte truccate. Ferretti, questo, lo sapeva e lo sa bene: quando componeva Del mondo a metà degli anni Novanta, si usciva dai crolli ideologici con la faccia stravolta e l’aria di chi ha perso il treno per l’eternità. Da un lato, c’era Francis Fukuyama, che nel 1992 cantava la vittoria definitiva del liberalismo economico e della democrazia, scambiando il monopolio temporaneo dell’aquila americana per la fine della Storia. Dall’altro, c’era Samuel Huntington, che rispondeva con il bestseller Scontro delle civiltà, ricordandoci che il dissolvimento dell’Unione Sovietica non spalancava le porte al brodo primordiale dell’omologazione felice, ma riapriva le gabbie a tigri culturali pronte a scannarsi.

Ebbene, dove si colloca Ferretti in questo ring da sociologi in doppiopetto? Fa un passo indietro e torna al borgo. Perché “una ferita mai cicatrizzata, irrisolta per mia incapacità a recidere il legame naturale originario” – come confessa parlando del distacco infantile dalla montagna – è la lente d’ingrandimento perfetta per leggere la catastrofe globale. Quando la modernità ti strappa dal paradiso terrestre fatto di caccia alle lepri, arrampicate e fatica contadina per sbatterti in un collegio in città, il ‘progresso’, qualunque cosa voglia dire, ti appare subito per quello che è: una truffa ben riuscita. Lo racconta bene nel testo quando rievoca il trasloco della famiglia a Reggio Emilia:
“È il progresso. Prometto a mia nonna che tornerò a casa e ci saranno ancora i cavalli. Lei mi abbraccia e piangiamo un po’, ma poco che io devo ancora giocare”.
Giocare, sì. Ma con le macerie di un mondo che nel frattempo implodeva. Oggi, a distanza di anni, la diagnosi ferrettiana fa impressione per lucidità e sberleffo caustico. Viviamo nell’era della “connessione totale massificata, con il mondo nel palmo di una mano”, eppure – ci ricorda Michele Rossi – alla domanda se l’Occidente abbia ancora senso, la risposta non può che essere dolente:
“Occidente luogo da cui non giunge suono, luogo perduto… cantavo al tempo dei CSI”.
La dicotomia tra Oriente e Occidente non è più una questione di mappamondo, è un cortocircuito dell’anima. L’Occidente ha esportato il deserto spacciandolo per democrazia, ha mercificato il pianeta e ha ridotto l’uomo a un
“caos di popoli, culture, aspettative ideali e possibilità reali che stiamo nutrendo e gonfiando tra ottimi proponimenti discutibili e pessimi risultati che è vietato indagare”.
È qui che subentra la salvezza zoologica. Se gli intellettuali blaterano di transizioni digitali e intelligenze artificiali, Ferretti fa il paio con la sua genealogia equina: L’Una, Nubia (comprata per suggellare il ritorno a casa dopo la fine dei CCCP), Sparta (nata mentre crollava il Muro di Berlino). Per lui i cavalli non sono un vezzo ecologista da salotto borghese, ma una necessità vitale, un antidoto al delirio antropocentrico. Nel testo inedito Il cavallo allevato con cura, la scrittura si fa liturgia e preghiera contadina:
“Un cavallo allevato con cura è un dono per l’uomo dal Cielo un soffio di froge eccitate un fascio di muscoli attenti un occhio sincero, lo sguardo complice”.
C’è più filosofia politica in questi versi che in molti impegnatissimi trattati. Abbiamo sterilizzato il mondo per paura della bellezza e del suo mistero, sostituendo il sacro con il protocollo e la terra con l’asfalto. Leggere oggi queste pagine in Ho visto un’alba blu significa fare i conti con un conservatorismo che non ha nulla a che fare con i notiziari televisivi o i simulacri della destra. È un conservatorismo mistico e tellurico, che affonda le radici nella carne dei padri e nel respiro dei puledri. Significa fare i conti con un’Italia (e con un mondo) che non c’è più, immersa negli anni Novanta dell’eutanasia del potere, dell’assedio di Sarajevo e della carneficina di Srebrenica. I CSI di allora (e anche quelli di oggi) non cantavano d’amore in senso deteriore; cantavano di confini, di crolli geopolitici, di ascese spirituali e di baratri interiori, rimanendo – per dirla con Maroccolo – “cani sciolti a braccare la vita, a fiutare l’indicibile, provando a dirlo e a suonarlo”.

Adesso che la musica pop è diventata in larga parte una faccenda per algoritmi, riascoltare la voce di Ferretti in tracce come Fuochi nella notte o Montesole (magari attraverso le parole di chi c’era, come Ginevra Di Marco: “Giovanni mi ha portato nel profondo senza parole, credo di non aver mai più provato quel tipo di intensità”) è un esercizio di igiene mentale insieme anomalo e salvifico. Mentre il mondo globalizzato si avvita nella sua algida follia digitale, l’ex leader dei CCCP ha scelto la via più radicale di tutte: restare fedele alla linea della terra, ascoltare i nitriti stizziti e i brontolii affettuosi. Perché quando la Storia collassa, l’unica salvezza rimasta è riscoprire “lo sguardo animale”, quell’andatura lenta e fiera che cammina sul passato e sul futuro per fiorire, finalmente, nell’unico tempo concesso all’uomo: l’oggi. E pazienza se l’Occidente che abbiamo conosciuto non c’è più; in fondo, tra un buon pascolo e una Borsa valori in fiamme è sempre meglio il primo.
Alberto Scuderi