13 Settembre 2026

Cecità

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:

«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo:

“Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». (Mt 18,21-35)

*

“Anche il perdono, per noi, finisce così per essere un problema. Ce ne riempiamo la bocca, ma non sappiamo bene come intenderlo. Quando Gesù era in mezzo agli uomini e annunciava l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, allora, al cospetto di quella perfetta giustizia, poteva accadere che tutti si sentissero colpevoli, peccatori, e che invocassero il perdono di Dio e dei fratelli”.

(Sergio Quinzio, I Vangeli della domenica, Adelphi, 1998)

Ha ragione Sergio Quinzio, senza l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, senza la meravigliosa e totalizzante irruzione del divino nelle nostre carni mortali, il tema del perdono è pressoché incomprensibile, fuorviante, inaccessibile.

Di cosa dovrei chiedere perdono? Perché sarei chiamato a perdonare se tutto dovesse giocarsi solo intorno alle misere colpe di cui siamo capaci? Ma se il confronto è con la perfezione del regno di Dio, in quel caso, sentiamo immediatamente lo scarto. 

Occorre muoversi tenendo fisso lo sguardo su Cristo, o ci si perde in mille rivoli di giustificazioni.

Pietro sembra avere le idee chiare. C’è una colpa che fa male, c’è un fratello che mi ha ferito, c’è un limite al perdono. Limite tutt’altro che accomodante, ma almeno c’è. Pietro sembra riuscire a tracciare il perimetro del male. Sembra tutto molto chiaro. Ma nella vita non è mai davvero così. Quanta fatica a riconoscere il male, a ricostruirne i confini, quanta fatica a riconoscere la colpa e a trovare spazio e tempo per il confronto. Di solito esplodono alibi. E difficilmente il colpevole si sente tale. Sembra che Pietro ragioni astrattamente.

Sfumano le ragioni, si moltiplicano le giustificazioni, esplodono reazioni a violenze subite che subito sfociano in altro male; indagare le cause è perdersi nei meandri della psiche umana, discolparsi dando colpa ad altro, ad altri.

C’è chi si sente colpevole di ogni cosa al mondo e chi crede di essere sempre e solo vittima. Il male per sua natura è serpe che instilla il dubbio. Sfugge, morde alle spalle. Ho bisogno di concretezza. Di dare fisionomia alla colpa. O mi perdo.

*

Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, 
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.

dal libro del Siracide 

Rancore e ira, quelle riconosco. Forse occorre partire da qui? Se sento rancore e provo ira significa che sento di essere stato violato, ferito colpevolmente dal fratello. Ma rancore e ira mi distruggono, dice bene il Siracide. Il perdono deve essere qualcosa di tremendamente radicale e sconvolgente se riesce a liberarmi da rancore e ira. 

La Bibbia mi sorprende: non sono in gioco i sentimenti del peccatore, ma della vittima. Il male esiste, si abbatte cupo sul mondo come la pioggia e la neve, ma a salire al cielo non dev’essere il rancore; altrimenti avrebbe vinto il male e io sarei morto. Mi appello all’irruzione del regno, liberami dal male!

Rancore e ira sono mostri che banchettano con il mio cuore. Lo mangiano da dentro. Io li nutro con pensieri e letture paranoiche per fornire alibi ai miei istinti d’ira. Tutto mi giustifica, trovo colpevoli, lancio propositi di vendetta. Io credevo d’essere vittima, ora mi ritrovo le mani insanguinate. Se non ci fosse l’irruzione del regno di Dio e il suo comandamento di perdonare i nemici, io non saprei più nemmeno riconoscere le mie colpe.

Rancore e ira, questo devo verificare in me. Se cerco le colpe troverò giustificazioni. Gli effetti del malvagio in me, invece, non posso nasconderli a me stesso.

La perfetta giustizia del Regno di Dio è Cristo che discende agli inferi del mio cuore?

Pietro si barrica dietro un numero perfetto, sette, una corazza. Tanto basta per non svelare l’intimo del cuore. Cristo scardina il numero, lo rende ridicolo, inutile. Sempre, dice l’impossibile. Per stanare dall’idolo prestazionale.

*

“L’istruzione che Gesù propone sul tema del perdono non si può capire, se non alla luce di un principio molto elementare, che di fatto pare invece oggi da tutti dimenticato. Il principio è questo: i comandamenti di Dio non ci chiedono mere opere, o se si vuole prestazioni (…) i comandamenti di Dio mirano a plasmare un cuore; interpellano dunque i nostri modi di sentire, e addirittura di essere, di essere dentro, si intende”.

(Giuseppe Angelini, Se vuoi essere perfetto, Glossa, 2007)

Spropositato il debito accumulato dal servo debitore, numeri senza senso. Diecimila talenti è cifra impossibile da accumulare. Incalcolabile. Sette. Settanta volte sette. Diecimila. Numeri fuori controllo, Cristo li disperde come mangime per i contabili delle religioni.

Quello che accade è che viene venduta la vita del debitore. E di tutta la sua famiglia. Nella logica della misura tutto ha un prezzo. Paradossalmente il re sta dicendo al servo che la sua famiglia vale almeno diecimila talenti. Noi non saremmo arrivati a tanto. Può saldare il debito vendendosi. Perdendosi.

Il servo prega promesse impossibili da mantenere. Prostrazione e supplica come ultima, estrema possibilità. È la compassione del re ora a essere al centro. Leggo e per la prima volta mi ritrovo a pensare che sia più facile vivere di compassione che morire nella menzogna di poter restituire ogni cosa. Mi sembra più sensato il perdono. Almeno più fattibile.

Il servo condonato non ha compreso il perdono, non a livello del cuore. Si muove ancora su parametri di umana giustizia. Ha ragione, il servo gli deve dei denari e lui può pretenderli.

Perché ci scandalizziamo? Non siamo noi i paladini del diritto? L’irruzione della perfezione del regno di Dio è questa: passare dal pareggio dei conti alla compassione. Un diritto fondato sulla compassione. Quella che non converte immediatamente il graziato (la parabola ne è un esempio), quella che riduce il re a un folle ingenuo. 

Il Vangelo non sta progettando un sistema giudiziario. Sta chiedendo che cosa ne facciamo del male quando entra nel nostro cuore. Nessuno di noi vorrebbe vivere davvero in un mondo dove non si applicano pene in nome di giudici estremamente compassionevoli. Qui non si parla di tribunali ma di cuore. Ognuno di noi, in fondo, non desidererebbe altro che di avere in petto un cuore come quello del re. 

Non è questione di prestazione, di tanto o di poco, è questione di compassione. Parabola diretta, didattica. Dove è nascosta la trappola? Il servo a cui è stato condonato il debito si lascia afferrare da rancore e da ira. Questo basta a renderlo di nuovo colpevole agli occhi del re. Condannato non per il giusto desiderio di rientrare dal credito ma per la mancanza di misericordia. Non credo che il servo abbia compreso. Solo chi si affida alla logica del Regno comprende che colpa vera è ostinarsi a tenere in libertà un cuore incapace di compassione.

*

Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, 
come può ottenere il perdono di Dio?

dal libro del Siracide

Anche il finale mi pare più scontato rispetto ad altre parabole. I compagni del servo pretendono misericordia dal perdonato. Chissà se loro avrebbero agito diversamente. Il re interviene. Sembra una sorta di vendetta. Ingiusto il re che ritira la sua clemenza. A meno che il rancore e l’ira non siano i veri aguzzini. Non il debito contratto o condonato ma il fatto che il servo fosse ancora in preda a rancore e ira. 

Forse quello che vuole dire Cristo è che una vita vissuta senza l’irruzione della misericordia è già inferno. È già condanna, carcere e supplizio.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.

Perdonare di cuore non è quindi solo la buona azione di un santo ma l’unico antidoto per non finire in balia del rancore e dell’odio.

Perdono non per illudermi di poter saldare un debito. Se ci fosse un debito, sarebbe così enorme da rendere impossibile l’impresa. Perdono chi ha commesso una colpa contro di me non perché la colpa non esista, non perché io debba dimenticare la ferita, non perché il male possa essere chiamato bene. Perdono per non essere in preda al rancore e all’ira.

Perché non voglio che il male ricevuto diventi male in me.

Potrò perdonare solo quando, ha ragione Sergio Quinzio, mi prostrerò a terra e supplicherò “la perfetta giustizia del regno di Dio” su di me, in me. Senza la quale la mia vita sarebbe annientata.

Potrò perdonare davvero solo quando comprenderò che, senza misericordia in cuore, quella che mi rende stolto agli occhi del mondo, io di Dio potrò solo limitarmi a parlare, ma non lo conoscerò. 

Finalmente liberato dall’ira che acceca chi si sente vittima, lo vedrò.

Alessandro Deho’

*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.

In copertina: un’opera di Nicola Samorì

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