Dimenticare Nietzsche. Ovvero: sulla maledizione dei lettori abusivi
Idee
Rubina Mendola
La tesi avventurosa, avventurista, o forse meglio delinquenziale di questo articolo è che il mondo è daoista in pieno, e non solo, siccome in quella tradizione il non saperlo è condizione assai privilegiata, noi ad esempio siamo avvantaggiati rispetto alla cultura cinese dove quel pensiero si è sviluppato ed è stato tramandato, alla quale cultura è purtroppo toccato in sorte il tentarne una qualche sistematizzazione che per sua natura si rivela ostica, se non impossibile.
Non si creda a una semplice boutade, bislacca oltretutto. Il grande orientalista americano Thomas Cleary ha più volte scritto che non è il Dao un prodotto della civiltà cinese bensì il contrario, è la civiltà cinese un prodotto del Dao, ma proprio allo stesso modo di tutte le altre.
L’affermazione risulta ancora meno paradossale se superiamo d’un balzo l’ignavia che ha caratterizzato molti traduttori occidentali riguardo quella parola (come le altre della nomenclatura): Dao, o non è stato tradotto, monumentalizzando il concetto e al contempo allontanandolo e rilegandolo a stranezza di quelle terre, per nostra fortuna per sempre lontane, al massimo utilizzabile per un’eccentrica acculturazione; oppure si è scelta la soluzione romantica di Via, altrettanto inefficace. Non capendone a pieno la portata, si è badato prima di tutto a devitalizzare un pensiero che quasi implora di rendersi utile, mentre se si segue ad esempio la via del sinologo svizzero Jean François Billeter e lo si traduce semplicemente come Funzionamento delle cose al mondo, oppure ci si rivolge alle nostre tradizioni più antiche e lo si dice Ragione Naturale, ecco com’è che di fatto non possiamo non dirci daoisti. Il Dao è universale perché viene descritto nei classici come al di là di ogni dottrina, indipendente dalla tradizione.
Di fili da annodare, tracce da snidare, di prove inconfutabili della propensione occidentale al daoismo, oltretutto inconsapevole, ve ne sono a bizzeffe nella nostra avventura del pensiero, perfino quando se ne aveva notizia nulla o poca, dall’Eraclito di Efeso in poi passando per Spinoza, in lungo e in largo innumerevoli e dappertutto, e altrettanto e forse più nella Weltanshauung della cosiddetta saggezza pratica, come nel Lattanzio apologista cristiano del IV secolo: “Plus sapit vulgus, quia tantum, quantum opus est, sapit” (il volgo è più saggio perché è saggio solo quanto basta).
Quindi ancora, l’ipotetico processo che potremmo immaginare prevede che, siccome è destino del tutto e soltanto umano quello di provare a diventare quello che già si è, agli altri viventi, ai gatti o alle antilopi ad esempio non passa neppure per l’anticamera del comprendonio, wie man wird, was man ist il procedimento appunto potrebbe contemplare l’avvedersi, l’accorgersi, il rendersi conto del proprio effettivo daoismo, attraverso un certo tipo di addestramento per poi, attraverso ancora l’addestramento tornare man mano a dimenticarselo.
Come si sarà capito questo è un articolo rigorosamente senza mestiere, vale a dire che vi si dovrebbe avvertire, dovrebbe essere sensibile anche l’ignoranza di chi scrive, ignoranza che non può non esserci e che invece il mestiere occulta con l’abilità(1). È quindi assai probabile che un eventuale lettore, non abituato, non ce l’abbia fatta ad arrivare sin qua. Se mai lo fosse, avrebbe in testa solo una o più domande, tutte tra il ridanciano e lo sprezzante: E perché mai? Per quale cavolo di ragione uno dovrebbe seguire un percorso sì fatto, o anche solo perdere tempo a interessarsi a un tipo di pensiero che ha 2500 anni, viene da lontano e se non fosse venuto non sarebbe cambiato niente? Con tutti i veri e seri problemi che ci attanagliano al giorno d’oggi?

La risposta che possiamo azzardare è di sapore daoista e riguarda due definizioni: quella spacciata di perenne e universale su cosa significa ignoranza (“dare importanza a cose che non ne hanno e non darne invece a cose che sono importanti”); poi quella viceversa sul vero significato di conoscere (“capire in profondità quello che in effetti ci conviene sul serio”). Da questo pulpito e sempre senza alcun mestiere diamo la nostra risposta alle domande precedenti: l’unica buona ragione per avvederci del nostro daoismo è che ci conviene.
Mentre la filosofia occidentale, nella sua verbosa deriva, ha ormai come unico scopo quello di far credere che agisce congetturando ad libitum, mentre i maestri si sentono sicuri soltanto in ambienti teorici e astratti avvalendosi della narrazione postuma di un io che gli assicura pretesa continuità, qui stiamo parlando solo di vantaggi: non esiste strumento migliore del daoismo né più adatto ad affrontare le sfide odierne che, se solo per qualche attimo la smettiamo di fingere, hanno il forte sentore del punto di non ritorno, l’esiziale, l’ineluttabile.
Ognuno poi si potrà inventare una motivazione più personale: ad esempio per tenere un comportamento dignitoso, o per dare una scossa, riattivare la facoltà dell’adattamento che non è meramente passiva come si potrebbe credere; oppure, per un nevrotico in difficoltà (già molti anni fa gli Horkheimer-Adorno avevano statuito che “in futuro il nevrotico avrà bisogno di molta forza per non guarire”) vorrà dire la forza necessaria che gli permetterà di vendere cara la pelle; oppure, per un tipo tra l’indignato e il combattivo vorrà dire acquisire una speciale qualità dell’attenzione al fine di avvedersi, di andare a fondo del rituale servile che tutti siamo costretti a seguire diuturnamente, anzi attimo per attimo, il più del tempo senza neppure accorgercene.
La migliore strategia per uscire dall’inganno è, per la sua sottigliezza e duttilità, senza alcun dubbio quella dell’antico pensiero cinese.
Ma, per tranne il beneficio da tutto ciò di utile negli insegnamenti di quella parte di mondo occorre ridurre tali insegnamenti all’essenza e lasciarli sviluppare nel nuovo ambiente, sfrondarli da tutti i pesi e contrappesi culturali che ha inevitabilmente cumulato nella zona di elaborazione originale. Poi, cosa forse più ardua, rivederli sotto nuova luce, accantonando le letture di sovente affrettate o meglio pregiudiziali che ne sono state fatte in questa parte di mondo. Gli equivoci, più che altro voluti, sono tanti: primo fra tutti, nel caso del daoismo, chiamare in causa il misticismo solo perché ci si propone di armonizzare la conoscenza intuitiva e quella razionale, evitare tale fiacca forzatura a favore di un ben più solido, e innanzitutto pratico, materialismo naturalista.
Trattasi di evidenziare il pragmatismo, la smania di rendersi utile, la primaria vocazione all’efficacia di un’elaboratissima scienza della mente e del comportamento umano.
Albert Einstein sosteneva che non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo. Eccoci quindi alla possibilità di accedere a un altro punto di vista, e con poca spesa, visto che dovrebbe essere sotto gli occhi quanto gli altri a nostra disposizione siano ormai inadeguati alla bisogna o screditati. Anche diceva l’Einstein che “percepire sé stessi, i propri pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto, è una specie di illusione ottica della coscienza”. Siamo arrivati al nucleo, è il caso di dirlo, al nocciolo della questione e della nostra disgrazia annunciata. Abbiamo bisogno urgente di qualcosa che al riguardo ci funzioni da igienista mentale.
Che la scienza possieda attualmente il primato nella investigazione sui fondamenti del mondo e loro ricadute filosofiche pare fuor di dubbio. La fisica soprattutto nei suoi sviluppi e procedimenti, nei modelli del conoscere che somigliano a variazioni musicali, oppure meglio e sempre più a quella ricorsività aggrovigliata che tanto per il cognitivo Douglas Hofstadter che per il classico daoista Zhuang Zi descrive il modo basilare e naturale del pensiero umano(2).
Uno degli elementi fondamentali della concezione del mondo che emerge dalla fisica è che la realtà esiste solo nel cambiamento e nell’interelazione di tutte le cose. La realtà è vista come uno stesso epifenomeno dove tutte le esistenze sono interrelate e interconnesse, da qui il dinamismo, l’impermanenza, il reale come solo potenziale. E, ciò che il daoismo definisce il vuoto altro non è che l’entità dinamica fondamentale, il contenuto potenziale in ogni forma del mondo fenomenico.
L’idea daoista, come della fisica moderna, è che ogni cosa dell’universo è connessa a ogni altra e nessuna sua parte è più fondamentale delle altre. Le proprietà di una parte qualsiasi non sono determinate da una legge fondamentale, ma dalle proprietà di tutte le altre parti. Nessuna entità è quindi stabilmente fondamentale. Ecco come la vedeva un pensatore cinese di 800 anni fa:
“Il principio (li) è una legge naturale e inevitabile delle situazioni e delle cose… Il significato di ‘naturale e inevitabile’ è che le situazioni (umane) e le cose (naturali) sono fatte in modo tale da adattarsi proprio esattamente al loro posto. Il significato di ‘legge’ sta nel fatto che esse si adattano al loro posto senza il più piccolo eccesso o difetto… Gli uomini dell’antichità, investigando le cose fino all’estremo, e scoprendo il li, vollero spiegare la naturale inevitabilità delle situazioni (umane) e delle cose (naturali) e questo significa semplicemente che ciò che essi cercavano erano tutte le posizioni esatte in cui le cose si adattano insieme in maniera precisa. Solo questo”.
La compenetrazione, l’inseparabilità di spazio e tempo, la scoperta della natura intrinsecamente dinamica della materia, il concepire gli oggetti come eventi e non come sostanze, il principio di indeterminazione, l’altro sulla solidarietà degli opposti, le violazioni del principio di non-contraddizione, tutte le nuove scoperte della fisica moderna congiurano affinché l’insegnamento daoista sembri parecchio adeguato alle nostre circostanze attuali. Ad esempio, l’idea centrale di complementarità, secondo la quale i concetti opposti stanno in rapporto polare l’uno rispetto all’altro che fu riscoperta da Niels Bohr negli archetipi di yin e yang, proprio perché erano considerati nella loro interazione dinamica come l’essenza di tutti i fenomeni naturali e di tutte le situazioni umane. Al punto che quando venne fatto nobile a ragione dei suoi risultati scientifici, lo scienziato danese ne scelse il simbolo come centrale del suo stemma.
Solo che la nostra mente resta costernata quando viene a sapere che il comportamento fondamentale del mondo fisico è “il principio di incertezza”, ci sembra pauroso e inumano addirittura. Il nostro, relativamente recente, imperialismo della ragione ha prodotto una vera e propria idolatria della certezza, e solo poco tempo dopo quanto declinato da Montaigne e cioè che “la presunzione di certezza è sintomo certo di follia e di estrema incertezza”.

In un universo in cui le “leggi fondamentali” della natura sono coerenti fra loro ma temporanee, e anzi la loro coerenza interna è l’essenza stessa di tutte le leggi della natura, il fisico Carlo Rovelli che spesso cita i testi del daoismo classico(3) parla della necessità di “accogliere l’incertezza”, vale a dire compie una descrizione dell’essenza, del fulcro di quella strategia cinese. Ma per accettare l’incertezza, la mutevolezza, per assumersi fino in fondo la fragilità delle proprie azioni, bisogna arrivare a capire quanto e come esse siano inaspettatamente la parte più salda e prolifica per un individuo, e questo si può ottenere solo attraverso un addestramento(4). Qui l’esempio ci viene facile, ed è quello delle arti marziali che proprio grazie a quel pensiero sono nate e difatti si dicono in cinese Rou Dao, ancora il Dao quindi, preceduto da un carattere che significa flessibilità, adattabilità.
Di fronte al mondo come ci è prospettato dalla fisica quantistica la nostra adesione può solo essere intellettuale, anzi mentale, un po’ con lo stesso atteggiamento di Pitagora allorché diceva che Dio serviva come immmagine intuitiva per abituarsi all’idea di infinito. Oltre non possiamo andare. È necessario coinvolgere il corpo nelle attività della conoscenza, non esiste altra via, corpo che in tali attività subisce in occidente un esilio da chissà che tempo, neppure una vita di studi da parte del filosofo Pierre Hadot è riuscito a indicarlo.
Pure qui solo come passabile esempio, nell’ambiente mentale e umano mutato dalle ICT, la simultaneità di azione/reazione imposta dalle tecnologie rende inattuale e inadatta la concezione occidentale fin qui dominante, quella cioè che tende a contrapporre il tempo autentico, il tempo interiore della coscienza, al tempo esteriore del mondo. E se il tempo interiore ha consentito la costituzione del concetto di coscienza individuale come luogo di emancipazione, ha anche determinato la riduzione dell’esperienza al momento della conoscenza, rimuovendo sia gli elementi dell’inconscio che, appunto, il nostro ‘essere nel mondo’ corporeo.
E ancora, in un’evenienza sempre più pressante, Derrick de Kerckhove, fra l’altro erede del grande McLuhan, nel suo ultimo libro titolato L’uomo quantistico sostiene che con un’intelligenza artificiale sempre più invasiva e pervasiva, tanto da investire ormai anche il linguaggio, ci troviamo davanti a una soglia, a un salto evoluzionistico obbligato. E, mentre ogni aspetto della vita ne uscirà comunque mutato, sta a noi evitare la ormai dilagante atrofia cognitiva, la testa vuota, la mente delusa, partendo dal fatto di per sé poco rassicurante che già ora noi rappresentiamo per la IA una sorta di “proletariato intellettuale”. Secondo lui è necessaria una rivoluzione. Per adattarsi, per sopravvivere dell’intelligenza umana alle prese con mutamenti percettivi e cognitivi talmente radicali c’è assoluto bisogno di un “uomo quantico”, ed egli lo descrive come uno capace di adottare un modo di pensare particolare, nel quale la mente non si fissa nello schema rigido della logica classica ma continua a muoversi e spostare il suo punto di vista. Sebbene come al solito non si dica come arrivare a tale soluzione, sembra una descrizione degli effetti dell’addestramento daoista, vale a dire un tizio dotato di una mente agile e abile nella percezione delle relazioni, con la possibilità di muoversi liberamente tra parecchie prospettive rimanendo consapevole che ognuna di esse può contenere una parte di verità. Uno non che ha raggiunto, badate bene, quindi nessuna rivoluzione, ma che solo ha ripristinato la facoltà di una speciale qualità dell’attenzione che gli permette di pensare/agire come serve alle circostanze (e al giorno d’oggi più che mai il non essere in grado di collegare ad ampio raggio quello che ci accade è il miglior viatico per la servitù inconsapevole).
In fin dei conti, per molte sue caratteristiche, riavvicinarci a quel tal pensiero solo per caso cinese sembra proprio l’unica Via per evadere dal binario morto di un pensiero che solo sa essere duale, o binario, 01 e quindi lento e svantaggiato, quel modo di pensare che crediamo l’unico cui ci ha costretto una serie di circostanze (oltre a un certo tipo di oscitanza) e che, esclusivo com’è, prepotente e con vocazione autoritaria, ci sta portando dritti al capolinea dell’umanità sfinita. Come si può solo lontanamente immaginare che possa resistere alle potenti, veloci e sicofanti lusinghe dell’IA?
Paolo Morelli

(1)A nostra solo parziale discolpa, potremmo citare Zhuang Zi: “L’unico tipo di linguaggio che si accorda con la natura è quello che non si prende mai del tutto sul serio”. È infatti convinzione centrale del daoismo che debba essere mantenuto un certo equilibrio tra le questioni più alte e quelle meno alte, per una resa ottimale della esperienza umana, e che questo equilibrio, se perduto, va ristabilito.
(2) L’aderenza delle scoperte della fisica attuale e del pensiero daoista era già stata individuata cinquant’anni anni fa da Fritjof Capra nel suo fortunato libro Il Tao della fisica, pur con molte inesperienze e senza avventurarsi nel pratico. La ricorsività aggrovigliata è spesso associata alla immagine della cosiddetta Murmuration, ovverosia le mirabili volute degli stormi degli storni, guarda caso studiate dal premio Nobel Giorgio Parisi.
(3)A mio avviso non evocandone a pieno l’efficacia: come nel caso di Capra e di tanti altri il problema sembra proprio essere che inciampino sulla non avvenuta agnizione daoista, quindi non avvertono il bisogno di mettersi in pratica e la necessità di un metodo, di un Dao.
(4)Per ciò che riguarda il cosiddetto addestramento diremmo meglio che di un contro-addestramento si tratta, visto il training feroce cui siamo sottoposti dall’invasività dei device nel nostro sistema nervoso, con la qualità rara che ce ne accorgiamo poco o nulla. E, come si sa, non c’è schiavitù peggiore di quella di cui non ci si accorge. “Coltivare la propria parte di natura”, così si descrive nei classici l’addestramento, vale a dire l’esperienza diretta, non intellettuale ma ordinaria, con cui si può tentare di sovvertire il pronostico che ci vuole unanimenente sconfitti. Al qualcuno che crede di poterne fare a meno poiché è sicuro di funzionare benissimo auguriamo ogni bene.