02 Settembre 2026

La poesia non dev’essere capita: è grido, carne, vita

Mi si chiede cosa sia la Poesia. Difficile rispondere in positivo, si potrebbe azzardare assai di più cosa non sia, allo stato attuale, la Poesia. Per prima cosa la poesia non è pura emozionalità, né sentimentalismo. Questo è un uso almeno parziale del poetare. Promuovere emozioni certamente fa parte di un atto poetico, ma questo è comune a qualsiasi agire “culturale”, tutto promuove emozioni, sentimenti, passioni. Tuttavia la Poesia non può essere nemmeno un puro atto intellettuale, per questo c’è già la filosofia, che da sempre, in Occidente, si è caratterizzata per un procedere logico-razionale.

Credo che per comprendere cosa rappresenti per me la Poesia, sia importante ripercorrere la storia di come arrivai ad essa poco più che ventenne. Nulla è dovuto alla scuola. Anzi, “pargolette mani”, “donzellette”, mi avevano non solo annoiato, ma totalmente allontanato da ogni specie di lirica. Poi all’improvviso, e suggestionato da un approccio tra la filosofia e la musica “punk” (facevo anche il dj), ecco la scoperta: la musica romantica. Fu per caso che lessi un saggio sul Romanticismo in pittura, Friedrich ed altri, e così, attraverso le pagine dedicate a Schumann, pervenni alla musica, sintesi di un’unità immediata di territori artistici diversi e complementari. Il fatto è che tramite le sonorità romantiche mi avvicinai anche, e soprattutto, alla poesia: gli Inni alla notte di Novalis, i versi di Hölderlin, Keats e poi Georg Trakl, che ovviamente romantico non è, eppure il suo espressionismo lo rendeva ai miei occhi vicino a certe atmosfere di quel periodo. Tutto questo tra la fine dell’università, i lutti, l’incidente motociclistico e i guai fisici gravi, miei e dei miei cari, che infestarono in modo doloroso la mia vita d’allora. Poche possibilità di fuga, forse solo l’ascolto della musica rock tra Punk e “New Romantic”, la Classica, gli inizi del Dottorato di ricerca in filosofia. Di indole solitaria e un po’ “chiusa”, trovai pertanto nella poesia romantica tedesca (e Friedrich in pittura) qualcosa che non solo toccava le corde dell’interiorità, che anzi forse questo è l’aspetto meno significativo, ma che mi portava verso una “destinazione” che era propria del suo linguaggio e, in particolare per me, del tutto nuova. 

Riporto due poesie di Georg Heym (altro espressionista) entrambe titolate “Die Nacht”.

O – non verrà nessuno?
E ci decomporremo lentamente,
sotto una luna beffarda,
che scorre veloce oltre le nubi,
ci dissolveremo nel Nulla, 
– cosicché un bimbo possa serrare
la nostra grandezza in un giorno
nel suo fragile pugno.

*

Fuori
le gronde
sgocciano.
E la bufera
calata nelle nubi
alle prime luci
di squallidi mattini
s’infila gemendo
nei vicoli.

E tu come una pietra
gettata nel deserto
vorresti soltanto
gridare.

Dormi
sei solo
nella notte.
Nessuno veglia
dormi.

L’essenzialità della parola nella sintesi lirica. Niente “donzellette” (il modo di insegnare la poesia a scuola diverge molto spesso dalle intenzioni degli autori) piuttosto l’incontro con la Morte, il Nulla, la Temporalità, il Verso (ma anche le note o i colori) che mi trascinava verso una vera e propria ermeneutica dell’essere. Non solo un’emozione colta dal poeta, ma qualcosa che trasfigura l’esistenza e fa intravvedere l’Oltre, l’Aperto, l’Indicibile (il Totalmente Altro, aperto solo attraverso la parola poetica, o atto poetico). E poi l’autenticità, l’essere-per-la-morte, in breve, Essere e Tempo. Iniziai così a leggere Heidegger, il “primo” Heidegger, da solo (all’Università avevo studiato quasi esclusivamente Hegel e, soprattutto, Marx), spinto dalla necessità di cogliere in profondità quei nessi che avevo intuito alle prime letture poetiche (inserirei anche Rilke) e “ascoltato” nell’arte romantica.

E poi c’era la strada, quel grido, tutto che diceva “più in là” (Montale). Devo dire che iniziai a fare politica molto presto, ad Ancona, a quindici anni, nella destra. Ma già a diciassette avevo cambiato parte. Gli incontri ti cambiano la vita e così fu per me. Un impegno quotidiano, convinto, insieme ai miei amici di allora. Esperienze che rivendico con forza, non solo per pura nostalgia, ma per onestà e rispetto profondo per quegli anni e per chi mi accompagnò in questo cammino. Le tante persone conosciute, gli affetti, le domande (e le troppe risposte) e il percorso politico che si interruppe nel 1980: elezioni regionali nelle Marche, mi ero spinto troppo in là e ne ebbi timore, avevo poco più di vent’anni, mi tirai indietro appena in tempo. E poi c’era stato M., mio amico, che in una battuta riassunse qualcosa che mi colpì profondamente. Si chiese e, di conseguenza, ci chiedemmo, se il problema, meglio, la “domanda”, non fosse una questione “essenzialmente personale”, esistenziale. E cambiò tutto.

La scoperta del romanticismo, gli ospedali nei quali entravo e uscivo come al bar, il gruppo di amici che piano piano si allontanava e con essi il primo amore. E nuovi incontri, nuove domande. Ricordo che iniziai a frequentare ad Urbino (sempre intervallato da malattie e accidenti vari) il corso del Prof. B. Me ne stavo zitto, in fondo all’aula, i miei compagni di corso tutti di CL. Presi la parola solo dopo l’omicidio di Ezio Tarantelli, il prof. ci invitò a pregare un istante per il defunto, io invitai a pregare anche per gli assassini e così iniziò il rapporto con B. che si protrasse fino alla sua entrata in politica (ma questo è un altro discorso).

Claudio Zuccaro

La musica continuava ad accompagnarmi, l’interesse si era spostato ora verso il Gothic, un nome su tutti, sin da subito, Ian Curtis e i Joy Division e furono di allora i primi versi che scrissi. Ingenui, semplici, come può essere una scrittura da “autodidatta”. Organizzando un evento culturale ad Ancona, entrai in contatto con Giovanni Giudici a cui inviai i miei primi scritti. Lui mi invitò a proseguire, suggerendo che, al momento, si trattava per lo più di emozioni, stimabili sì, ma non poesie. Lì per lì ci rimasi male, poi invece lo presi come uno stimolo a proseguire, a chiedermi cosa fosse poesia. Ed ecco ancora Heidegger (stavolta dopo la svolta) e gli anni del Dottorato, D. (la mia ex moglie), le vacanze e le amicizie entro CL, una vera e propria militanza seguendo le orme (e i disagi) di B., prima in Liechtenstein e poi a Roma. Non insisto sugli anni romani e sulla fortunosa assunzione al lavoro. La poesia, comunque, ne soffrì ed ora a ritroso direi anch’io, anche se all’epoca non me ne rendevo conto.

Essere sempre sul pezzo, non distrarsi mai dall’essenziale, dalla parola che deve picchiarti in testa, io invece vivevo tutto a rovescio, in un delirio tutto mio, politico, religioso, esistenziale. L’inutilità degli anni Novanta! 

Mancano ancora un paio di tasselli: la Natura, che per me vuol dire fossili, e l’interesse storico per la Prima guerra mondiale. Non mi dilungo, il dolore umano io non lo scrivo, lo cerco, lo ricerco, lo scavo, letteralmente. E così la Natura, non la vivo, mi ci immergo fino al collo. Sporco di fango mi concentro, la scruto e la indago fin dentro le viscere della Terra, in una dimensione totalmente altra dalla quotidianità: “Quando si cercano fossili non si mangia, non si beve, non si piscia” (la frase, efficace e colorita, non è mia, ma di G., mio grande amico). Il tempo si calcola in milioni di anni, il Tragico dell’esistenza in un istante, altrettanto inconcepibile. 

Cosa c’entra la poesia? Ogni lirica è sospensione del tempo, la “felicità” dell’artista (Leopardi) nell’entrare in punta di piedi nel Totalmente Altro, sospensione del reale, e così è la paleontologia. Il tempo contro il tempo, qui ed ora. C’è da non credere, toccare la morte, infrangerne il limite, la sua distanza e la sua separazione dal Tutto, eppure un essere-per-la-morte, un divenire temporale, esserne parte, l’oscuro, il mistero. E tu lì, concentrato, in silenzio, che scruti, raccogli, in parte te ne impossessi, ma altro non sei se non oggetto tra gli oggetti, che ancora oggi esalano interamente vita, esattamente come te, in ogni istante, quand’eri bambino! Non è forse l’esistenza da miliardi di anni un’infantile frazione del Divenire?

La guerra poi, il dolore che ancora trasuda da quello che resta delle trincee tra il silenzio delle vette e il rumore dei miei passi. Il dovere, il sacrificio, l’essere al proprio posto, la domanda sofferta, dolorosa, di ciascuno e poi la Tecnica come destino. Tutto questo c’è ancora, è ancora lì, presente, tra scatolette alimentari arrugginite, caricatori integri, bossoli e altre memorie di una tragedia, la nostra. Non abbiamo conosciuto la guerra, siamo stati i primi fortunati dopo secoli di conflitti. Detesto la Seconda guerra mondiale, la morte ideologica, la ferocia ideologica, il ridurre l’Altro ad una sola proiezione di un Io totalizzante e totalitario. L’infamia delle ideologie, gli uomini padroni della vita altrui, l’uomo Dio che giudica e decide, la spoliazione della dignità propria e altrui. L’Uno (tutto) ad esclusione dell’Altro. L’atomica. Sono ancora troppo ideologico e ne colgo i pericoli, per non infastidirmi allo spettacolo osceno, torbido, squallido di certi ideologismi attuali.

Dalla domanda scaturisce la parola e ciascuno ne è custode. Un dono degli dèi, forse, che se ne sono andati, probabile, unica ricchezza che ci hanno lasciato: la possibilità della UrspracheSilenzio e angoscia, beatitudine e disperazione, tragico e redenzione, codici binari. Così l’uomo, abbandonato, in mezzo alla terra di nessuno, a costruire e depositare valori, speranze, attese, delusioni. La parola che ti prende, che ti rende parlante traendoti e traendo nomi dal Nulla, la creazione è continua come l’evoluzione biologica. Eppure ora stanno strappando l’umano all’uomo, spogliandolo prima del linguaggio (i dialetti sono già scomparsi nel primo mondo), e poi devastandone l’identità, ogni identità. Un uomo che finirà con il non credere più a nulla, crederà inevitabilmente a “tutto”, prima di ogni altra cosa, al mercato. Ritenendosi padrone della propria vita perché libero, ma mai liberato, l’uomo è già hic et nunc, pedina liquida e fluida di un capitalismo fiero, narcisista e seducente. L’ideologia del medesimo nell’assoluta (presunta) disponibilità del sé, contrapposto ad ogni forma di responsabilità etica, anche la più elementare, la famiglia, l’amore.

L’attacco al linguaggio, desolatamente sempre più ridotto a puro scambio di informazioni, è parte e struttura di questo meccanismo, oltre ogni polisemia, oltre ogni pluralità di significati, simboli e segni ad esso legati. 

La parola del poeta non è fatta per essere innanzitutto capita, è carne, è sangue, è grido, è vita. E anche noi non siamo fatti per essere capiti ma accettati, è lo stesso destino dei versi, non ce ne accorgiamo, ci camminiamo accanto.

Claudio Zuccaro

*In copertina: Eugène Delacroix, Letto sfatto

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