02 Settembre 2026

“Il dolore addomestica il mio cuore”. Intorno a una nuova traduzione dell’epopea di Gilgamesh

Anna Achmatova preferiva a tutto – comprese le enciclopedie di pretendenti che le facevano visita – l’epopea di Gilgamesh. Sembra strano: la poetessa degli amori ferini e serali, messi in serra, degli addii sulla soglia, del gelo e dei gatti – poesie che le ragazze di Pietroburgo si passavano di bocca in bocca, come candele che dissigillano, d’improvviso, il cielo, recludono tra i lacci gli angeli – amava la saga mesopotamica, l’eroe ingenuo e coraggioso, costruttore di città – lei, che pareva edificare fiori. 

Si dice che il marito, Nikolaj Gumilëv, avesse approntato la prima traduzione in russo di Gilgamesh per lei. Gliela leggeva di notte – traduceva dal francese. Quando la traduzione fu pubblica – Gil’gamesh: Vavilonskii epos, San Pietroburgo, Z. I. Grzhebin, 1919 – Anna lo mollò per unirsi a Vladimir Shileyko. Poeta, assiriologo, aveva introdotto la versione di Gumilëv; stava traducendo Gilgamesh dalla lingua d’origine. Anna voleva andare alla fonte – dell’uomo, dell’amare. Stessa scena: Vladimir che legge alcuni passi della saga ad Anna, che ascolta, rapita. Il secondo matrimonio durò poco: Anna – autentica Ishtar della letteratura russa – divorò l’orientalista; si separarono nel 1922. Continuarono a scriversi, però; quella per Gilgamesh era, per Anna, una autentica ossessione. Forse questo riguardava l’antichità del testo e le ancestrali inquietudini che lo lacerano; forse perché lei, erede di un khan della Grande Orda, Akhmat, credeva nel primato asiatico più che in quello occidentale. Gli eroi omerici, in fondo, i pilastri d’Occidente, parevano burattini, figure di foglie, al cospetto del potente, ingenuo, piagato re di Uruk. 

Non aveva tutti i torti, Anna Achmatova. Se Odisseo è l’uomo dal “multiforme ingegno” (così la formula di Pindemonte), Gilgamesh – prima tavoletta dell’epopea canonica – è “colui che vide le profondità/ le fondamenta della terra/ colui che apprese ogni cosa/ facendosi esperto di tutto” (cito dalla formidabile traduzione di Giovanni Pettinato in: La Saga di Gilgameš, Mondadori, 2004). Se il carattere di Odisseo è la scaltrezza – un ingegno nel linguaggio che sfocia ora nei dialoghi platonici e nella dialettica ora nella sua stortura, la sofistica – quello di Gilgamesh è l’ingenuità, la meraviglia che sboccia in dolore, la forza che si fa brama d’essere, di esistere. La sapienza di Odisseo è orizzontale – gli permette di orizzontarsi nell’ignoto e di far fronte allo sconosciuto –, spettacolare – imbottita com’è di mostri – e circolare: l’eroe piega le avversità in vista del ritorno. Odisseo non è un enciclopedista: forse non fa neppure esperienza; non muta spirito nel corso del suo vagare. La sapienza tentata da Gilgamesh – che si rivela vanità – è, al contrario, verticale: vuole scoprire perché si vive per morire, perché la morte ci sottrae chi amiamo. Vuole la vita eterna – la vita vorace. Il suo ritorno a Uruk è mutilo: “Non ho ottenuto nulla di buono”, dice; il fiore della giovinezza che voleva portare nel suo regno, a favore degli anziani, gli è sottratto da un serpente. La tavola XII, che conclude – ampliandola – la saga, narra il triste incontro tra Gilgamesh e lo spettro di Enkidu, l’amico fraterno emerso dagli inferi. Versi strazianti, da leggere insieme all’undicesimo libro dell’Odissea, quello che racconta l’evocazione delle anime dall’Ade. Nessun nome, però, qui, stringe un destino, intinge una genia: Gilgamesh chiede notizie sulla sorte del “sovrintendente di Palazzo”, su quella dell’“uomo affetto da lebbra”, del “morto annegato”, del “caduto dall’albero della nave”, del “morto prematuramente”, di “colui che cadde in battaglia”. Su ciascuno – che è dunque: ciascuno di noi – grava infinita pena; al termina della saga, ogni saggezza si frantuma – unica sapienza: sapere che si muore – addestrarsi a morire – dunque: esagerare nell’amare.

Redatta su tavolette d’argilla scoperte scavando nel sito dell’antica Ninive – nei sobborghi dell’attuale Mosul, Iraq – per tramite del British Museum, l’epopea di Gilgamesh è stata tradotta per la prima volta da George Smith. Assiriologo autodidatta, Smith pubblicò, nel 1872, il frammento della saga che riguardava il diluvio universale. Nella tavola XI dell’epopea, il racconto di Utnapishtim è speculare a quello biblico di Noè: ne scaturì un clamore mondiale. Smith morì troppo giovane, quattro anni dopo, trentaseienne, in un villaggio nei pressi di Aleppo. 

A questa circostanza – e alle gite al British Museum, ad ammirare le fatidiche tavolette – si riferisce Simon Armitage, poet laureate del regno inglese, autore di una “new verse translation” di Gilgamesh, in uscita a ottobre per Faber – di cui in calce proponiamo alcuni passi. Un evento in questo tempo smitizzato in perenne ricerca di miti, di eroi a cui ancorarsi, di interrogativi in cui annidarsi. In sede introduttiva Armitage scrive di aver tradotto “uno dei più antichi poemi del mondo” con l’intento di ricrearne l’atmosfera, la musica, il ritmo. “La mia priorità è che questa traduzione sia, anzi tutto, un poema, che trovasse il modo e il tono di esserlo migliaia di anni dopo la sua redazione”. 

“Quando il poema di Gilgamesh fu messo per iscritto, dopo aver vagato per molto tempo nelle menti e sulle labbra di uomini e donne, la sua forma emulò i toni dell’implorazione, del canto, del linguaggio ritualizzato che si differenziava dal parlato, dalla conversazione consuetudinaria. Sia nel contenuto che nello stile, la saga portava con sé un’atmosfera di nostalgia, il richiamo del passato, il lascito della traduzione, operando secondo meccanismi secolari, consolidati. Ecco il genio della mia traduzione”. 

Simon Armitage

Per il poeta, in fondo, è un modo per riconquistare il dire delle origini – cioè: una originaria originalità, nuova. Poeta pop, Armitage lavora ancorandosi agli antichi da sempre. Nel 2006 ha realizzato una versione di Homer’s Odyssey per la BBC Radio, nel 2012 ha tradotto The Death of King Arthur; particolarmente riuscita è la sua interpretazione lirica di Sir Gawain and The Green Night, il poema cavalleresco del XIV secolo (pubblicato da Guanda nel 2011 a cura di Massimo Bocchiola). Ogni poeta ha un ‘classico’ a cui votarsi; in questo voto conta al contempo il ‘servizio’ e la rapina, la razzia del linguaggio. William Butler Yeats si sintonizzò, dopo aver ricreato l’epos d’Irlanda, con il teatro nō giapponese e con le Upanishad, antico regesto della sapienza indiana. Nessuna traccia di esoso esotismo intaccò il suo tradurre, di nitida purezza, di fate in forma di geisha. Seamus Heaney, traduttore infaticabile e geniale – si veda: The Translations of Seamus Heaney, Faber, 2022, a cura di Marco Sonzogni – trovò una lingua moderna e bellissima per Beowulf (edito, in Italia, da Fazi, 2002, per traduzione-di-traduzione di Massimo Bacigalupo). Ted Hughes, il poeta-sciamano, il poeta-lupo, ha attraversato Ovidio, Eschilo, Seneca, Euripide, ma la sua vera creazione-traduzione fu Orghast, riscrittura del mito di Prometeo per la messa in scena di Peter Brook a Shiraz, in Iran, nel 1971 (il tutto narrato in un libro di A.C.H. Smith, Teatro come invenzione, edito da Feltrinelli nel 1974). Ungaretti trovò un gemello in William Blake; Clemente Rebora traduceva Tolstoj; Mario Luzi preferiva Coleridge e Shakespeare; Giorgio Caproni virò su Céline e René Char; Massimo Bontempelle su Giobbe, Qoelet, l’Apocalisse. Salvatore Quasimodo non sarebbe il poeta che è senza il passaggio nei lirici greci (ma andrebbero riletti anche i suoi tentativi Dall’Odissea, Mondadori, 1951). Sbarbaro diede la sua lingua a Sofocle. 

In questi legami con gli emiri del passato si può tracciare il sintomo di una poetica, un valico – che a volte sfocia in conversione, in ritorno senza ritorno. Non esiste poeta che non sia trapper, scopritore di fossili, truffatore, ladro di conchiglie e di anticaglie. 

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Da Gilgamesh 
nella versione di Simon Armitage

Disse Shiduri a Gilgamesh:
“Per salvarmi mi sono barricata.
Sgattaiolata sul tetto per paura
che tu mi uccida: resta lì e racconta”.

Disse allora Gilgamesh a Shiduri:
“Enkidu era mio amico, fratello d’arme. 
Spalla a spalla abbiamo scalato i picchi
intrappolato e trafitto il Toro del Cielo
distrutto Humbaba della Foresta dei Cedri
scotennato i leoni di montagna”.

Così Shiduri replicò a Gilgamesh:
“Se la caduta di Humbaba è opera vostra
se avete vinto il guardiano nella foresta fortezza
e massacrato il Toro che venne dal Cielo
se davvero avete squartato i leoni di montagna
perché il tuo viso è un buco, il tuo corpo
trema, è zoppo lo spirito? Perché rasoiate 
di dolore solcano il tuo cuore
il tuo sguardo è quello di un nomade
la faccia sventrata dal sole e dal gelo?
Perché vagare per il nulla con la pelle della fiera?”

Gilgamesh disse a Shiduri che mesce il vino:
“Perché il mio viso non dovrebbe essere un vuoto
il mio corpo fragile, il mio spirito rotto?
Perché il dolore non dovrebbe addomesticare
il mio cuore, perché il mio sguardo non dev’essere
vago come quello di un migrante, scalfito
dalla calura e dal gelo? Perché non dovrei
vagare per le selvagge terre come un leone?
Piango Enkidu, il mulo che scalcia, il capro
di montagna, il leopardo dei pascoli, lui
che profondamente amavo, fratello nelle avversità
fedele compagno nella lotta e nel male
che ha visto la fine che tutti attende. 
Ho pianto sei giorni e sette notti
ho protetto il suo corpo dalla sepoltura
finché un verme non è sbucato dalle sue narici. 
Timore improvviso per la mia vita mi avvince. 
Vago per il nulla, terrorizzato da morte. 
La morte dell’amico è dura da capire: 
per questo mi perdo tra strade perdute. 
La morte di Enkidu pesa sul mio cuore
per questo preferisco le vie solitarie.
Come posso essere in pace 
se l’amico che amavo è tornato polvere?
Enkidu, l’uomo che amavo, è nulla:
sono pari a lui? Mi coricherò anch’io
un giorno per non rialzarmi più?
Davvero è eterna la morte?”

Così disse Gilgamesh a Shiduri che mesce il vino.
“Mostrami la via per Utnapishtim: anche
se velata dal segreto svelala a me, ora. 
Dammi la rotta, dimmi i punti necessari. 
Se l’oceano si può varcare, lo varcherò
altrimenti, la mia ragione è il deserto”. 

**

Utnapishtim così disse a Gilgamesh:
“Perché lamento ti lamina?
Tu, carne d’uomo e di dio, creato
a immagine di tua madre e di tuo padre.
Ricorda la favola del folle nel palazzo:
gli costruirono un trono, gli intimarono
siediti: di scarti era piena la sua tazza;
lo nutrirono non di pane ma di pula
stracci invece di preziose vesti
corda invece di gemmata cintura
nessuno saggio saggezze 
sibilava nel suo orecchio.
Impara la lezione Gilgamesh. 
Sforzo vano il tuo, vaneggiare tra vanità.
Ti sei spinto nel nulla per nulla. 
Hai provato i tendini con l’azione
avvicinando il giorno della tua morte. 
Ogni generazione è come canne al vento
recise dal tempo: i giovani
morte può inghiottirli d’improvviso.  
La morte ti agguanta senza preavviso. 
Nessuno ha visto il viso della morte. 
Nessuno ha udito la voce della morte
assassina silente, invisibile, selvaggia. 
C’è un tempo per costruire case
tempo in cui riempire il nido
tempo della faida e dell’odio
tempo dell’eredità dell’ira.
C’è un tempo di piena e di inondazione:
un attimo prima la libellula livellava il fiume
corpo iridescente sotto il sole
poi – d’improvviso – tutto muore. 
I perduti e i morti sono simili: 
nessuno può dipingere il profilo
della morte – i morti non danno 
il buongiorno ai vivi. 
Presso l’assemblea degli Anunnaki
la dea Araru ha decretato destino 
d’uomo: gli dei danno la vita levano –
ora di morte l’uomo ignora”.

Gruppo MAGOG