26 Luglio 2024

“Che tu sia lodato, Nessuno”. Paul Celan e la maledizione del numero 20

PAUL

Il numero 20 nella Cabala ebraica rimanda alla prima sefirah, chiamata Keter, che significa «corona». Corona è anche il titolo di una poesia di Paul Celan, il poeta ebreo di lingua tedesca nato a Cernauți, in Bucovina, una regione dei Carpazi dalla storia travagliata: all’epoca della nascita di Celan, nel 1920, era passata dall’impero asburgico alla Romania, successivamente, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1940, fu annessa all’Urss, l’anno dopo occupata dalla Romania collaborazionista della Germania nazista (che vi edificò un ghetto in cui furono stipati 50.000 ebrei destinati alla deportazione), e nel 1944 riannessa all’Unione sovietica (oggi fa parte dell’Ucraina). 

«Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna».

La poesia fu scritta nel 1948. Celan (nato Antschel), per sfuggire alle deportazioni si era prima trasferito dalla sua Cernauți a Bucarest, poi da Bucarest a Vienna e infine da Vienna si era stabilito a Parigi. L’«amata» della poesia era Ingeborg Bachmann, la scrittrice austriaca con cui avviò proprio in quell’anno una relazione.

Perché quel titolo? Era un’allusione al numero 20 della cabala? E perché proprio quel numero? Keter, la Corona, è definita nello Zohar «la più nascosta di tutte le cose nascoste». A questo vuole alludere il poeta quando scrive: «Ci diciamo cose oscure»? Keter rappresenta il primordiale desiderio dell’En Sof, ovvero dell’In-finito, di entrare nella vita dell’essere, e dunque di automanifestarsi. È, se così si può dire, Dio al suo stato potenziale, e dunque in questa forma non contiene alcun contenuto proprio dell’Essere Supremo, ma ne racchiude tutte le sue possibilità, e per questo è anche il Nulla (ayin), una luce nascosta, l’unica cosa che esisteva prima della creazione dell’universo. 

Celan era infatuato della mistica ebraica e appassionato di Cabala, in particolare della lettura dei testi di Gershom Scholem sulla Cabala. Se il numero 20 rimanda al Nulla prima della creazione, non è difficile immaginare quanto potesse affascinare Celan, l’uomo traumatizzato dalla Storia. La creazione dell’universo, nel momento in cui diventa l’inizio della Storia, coincide anche con il suo male – male della Storia e male dell’uomo –, poiché coincide con l’esilio di Dio. Solo il tzimtzum, ovvero il ritrarsi di Dio nell’atto della creazione del mondo, così come fu concepito audacemente dal rabbino Yitzhak Lauria, può spiegare il silenzio di Dio ad Auschwitz. Quel «nero latte dell’alba» che ricorre nella più celebre poesia di Celan, Fuga di morte, altro non è, in fondo, se non l’abbandono di Dio all’alba del mondo, e l’origine del male che si sarebbe incarnato nella Shoah, a cui il poeta sopravvisse, ma che gli portò via suo padre e sua madre. Era il 27 giugno del 1942: Celan provò in tutti i modi a convincere i genitori a scappare con lui, a nascondersi dai rastrellamenti nazisti che si prevedevano per il giorno dopo, ma non ci fu nulla da fare. Litigò perfino con suo padre, ma alla fine andò via da solo. Quando ritornò a casa trovò la porta sbarrata. I suoi genitori erano stati presi. Non li avrebbe più rivisti: il padre morì di tifo in un campo di concentramento romeno, la madre, ritenuta «inabile al lavoro», con un colpo di pistola alla nuca in un campo ucraino. Celan non si riprese mai più, costretto a sopravvivere in perenne lotta tra la necessità dell’oblio (il «papavero») e la condanna al ricordo di ciò che era stato (la «memoria»), ovvero la voragine buia in cui furono inghiottiti sei milioni di ebrei della diaspora. Costretto a sopravvivere nella colpa, nel marchio, come l’esito di un errore nella spietata catena degli eventi, errore casuale e immeritato.

Celan era un uomo dotato di enorme fascino, un uomo dal meraviglioso sorriso, ma aveva anche una personalità difficile, una psiche ferita, provava risentimento e sospetto verso tutti, anche ingiustificatamente. Tutto lo feriva e pertanto la sua vulnerabilità gli rendeva impossibile la vita, come un Kafka che fosse sopravvissuto all’Olocausto. La sua enorme sfida di continuare a fare poesia dopo Auschwitz, lanciata in aperta contrapposizione ad Adorno che lo riteneva impossibile, e soprattutto di farla nella lingua degli assassini, e con risultati altissimi, gli costò una instabilità mentale che lo costrinse a numerosi ricoveri in cliniche psichiatriche. Fu proprio la sua ossessione per la parola – la parola materna e aguzzina allo stesso tempo – a travolgerlo?

Durante uno di questi periodi più critici, gli fu assegnato il premio Büchner, a Darmstadt, il 22 ottobre 1960. Il discorso tenuto in occasione del conferimento del premio, intitolato Il Meridiano, rappresenta un’importante dichiarazione di poetica per gli studiosi di Celan (ma anche uno struggente referto psichiatrico). C’è un passo che colpisce, in particolare, quando il poeta afferma:

«Forse si può dire che a ogni poema rimane inscritto il suo “20 gennaio”? Forse la cosa nuova nelle poesie che oggi si scrivono è precisamente questa: che si tenta con la massima possibile chiarezza di non smarrire il senso di tali date? Ma non è forse da queste date che noi deduciamo la nostra sorte? E a quali date la votiamo?».

Il numero 20, ancora una volta, non può passare inosservato. Ma che cosa intendeva dire Celan con quella frase? Il «20 gennaio» è un riferimento all’incipit del Lenz di Büchner, un racconto postumo e incompiuto del grande scrittore tedesco a cui era intitolato il premio: «Il 20 gennaio Lenz se ne andò per i monti»… È l’inizio di quella «passeggiata dello schizofrenico», come è stata definita, del poeta romantico J.M. Reinhold rifugiatosi per un breve periodo del 1778 presso un pastore luterano sulle montagne dei Vosgi, in Alsazia, nella speranza di sfuggire alla malattia mentale che lo perseguitava.

«Pareva del tutto ragionevole, parlò con la gente – si legge nelle ultime righe del racconto –; faceva tutto come facevano gli altri, ma c’era un vuoto orribile in lui, non sentiva più alcuna paura, alcun desiderio; la sua esistenza gli era un peso necessario».

Lenz tenta più volte il suicidio. Lenz sente le voci. Lenz ha un «vuoto orribile» in lui. Lenz è Paul Celan, che ha dedotto la sua sorte da quel racconto. Il numero 20, allora, riappare in questa data, ma è ancora una volta un’allusione all’esilio di Dio dal mondo creato. Quello stesso 20 gennaio, infatti, è anche la data in cui si svolge, nel 1942, la Conferenza di Wannsee, a Berlino, per decidere la «soluzione finale». Affermare che a ogni poema rimane inscritto il suo «20 gennaio» voleva dire dunque che la poesia porta il segno non solo della follia schizofrenica, dell’inevitabile dissociazione dall’Altro, ma anche il segno incancellabile della «soluzione finale». E del resto, non fu la poetessa Marina Cvetaeva a dire che «tutti i poeti sono ebrei», quasi a riaffermare la necessità della testimonianza, dell’elaborazione del lutto attraverso la parola in versi?

Quello stesso anno, qualche mese prima, la moglie del poeta Ivan Goll aveva denunciato pubblicamente Celan di plagio. Lui cercò di difendersi, ma avvertiva attorno i segnali di una campagna denigratoria dietro la quale non era difficile scorgere l’onda sempre rimontante dell’antisemitismo. Nel febbraio 1966 Celan fu ricoverato di nuovo, dopo aver tentato, in preda al delirio psicotico, di sgozzare la moglie Gisèle con un coltello. Si diffuse la notizia, poi smentita, di un suo suicidio. Le sue condizioni peggiorarono sempre di più. Soffriva di paranoia, di allucinazioni. L’anno dopo si separò dalla moglie e dal figlio. Nel 1969, dal 30 settembre al 17 ottobre, compì il suo ultimo, simbolico viaggio in Israele, a Gerusalemme, invitato dall’amica di infanzia Ilana Shmueli, che si era trasferita a vivere lì. Furono tra i giorni più intensi della sua tormentata vita. Il giovane stato ebraico gli appariva come una promessa d’illuminazione anche per lui, che aveva scelto di proseguire la diaspora. Il profumo dei pinastri e le distese di fichi, i ragli degli asini davanti alla tomba di Assalonne, la luce crepuscolare riflessa sulla cupola d’oro della moschea di Omar, tutto ciò che vide e sentì e assaporò andando in giro per Gerusalemme con Ilana rimase impresso nella sua mente e nei suoi sensi.

Al ritorno in Francia scrisse venti poesie dedicate alla Città Santa. Quel viaggio, a tutti gli affetti, fu un compimento. Si trasferì subito dopo il rientro a Parigi in una grande casa ad Avenue Émile Zola, una casa con pochi mobili, quasi nuda. Sei mesi più tardi, il 20 aprile 1970 – ancora il numero 20, ancora quel Nulla che ritorna, quel Nulla a cui aveva dedicato qualche anno prima una delle sue più grandi poesie, Salmo («Che tu sia lodato, Nessuno. / È per amor tuo / che vogliamo fiorire. / Incontro a / te. / Noi un Nulla / fummo, siamo, / resteremo, fiorendo: / la rosa del Nulla, / la rosa di Nessuno») – nella notte dell’incipiente primavera parigina, Celan raggiunge il Pont Mirabeau, a pochi passi da casa, e si tuffa nella Senna, andandosi a schiantare contro la vita, «reso alato dalle ferite», come aveva scritto in una poesia del 1962, in cui preannunciava il suo suicidio da quel ponte.

In quella stessa data, 20 aprile – ancora il numero 20 della Cabala, ancora quell’esilio di Dio – nel 1889, in un piccolo comune dell’Alta Austria, nasceva Adolf Hitler.

Fabrizio Coscia

*Tutte le poesie di Celan sono citate nella traduzione di Giuseppe Bevilacqua (Paul Celan, Poesie, Meridiani Mondadori, 1998)

In copertina: © Paul Celan, fotografato da Gisèle Celan-Lestrange. Copyright owner: Eric Celan (Paris) and Suhrkamp Verlag (Berlin)

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