“Volevo essere Amleto, ho fatto visita a Emily Dickinson”: le confessioni ultime di Jorge Luis Borges (per i suoi 120 anni)

Posted on Marzo 07, 2019, 7:36 am
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Nel 1980 Franco Maria Ricci, editore esteta, per cui Jorge Luis Borges dirige la fatidica collana ‘La Biblioteca di Babele’, fa un regalo al geniale scrittore. “In onore di J.L. Borges nel suo 80° compleanno” pubblica, come numero 19 della fatidica collana, dopo London e Papini, dopo Léon Bloy e William Beckford e P’u Sung-ling e Hawthorne, quattro “racconti inediti” di Borges. Il volume è di magnetica bellezza: in copertina, una rosa rosa – che si riferisce al racconto La rosa di Paracelso – si spalanca in una selva da cui si staglia, in ruggito allucinato, una tigre – che rimanda al racconto Tigri azzurre. “Dominano in queste pagine due colori, l’Azzurro e il Rosa, colori delle nascite e della letteratura, colori mentali caduti dal cielo e riassaporati nel fondo della cecità”, specifica l’editore. Borges nasce nel 1899, il 24 agosto – quest’anno farebbe 120 anni.

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In calce al volume, Franco Maria Ricci pubblica una intervista a Borges a cura di María Esther Vázquez – che con JLB ha curato una Introducción a la literatura inglesa e la mirabile Literaturas germánicas medievales. L’ultima domanda dell’intervista è questa, “Lei crede in un’altra vita?”. Risposta laconica di JLB: “No. Credo che non ne esista altra, e non mi piacerebbe che esistesse. Io voglio morire completamente. Non mi piace neppure che mi ricordino dopo morto. Spero di morire, di dimenticarmi e di essere dimenticato”. In questa volontà di nulla, ovviamente, si vede una certa voluttà.

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In quello stesso 1980 un’altra donna reclama Borges all’intervista. Si chiama Liliana Heker, ha 37 anni, ha continuato a scrivere, a esercitare l’arte del pensare a Buenos Aires, nonostante il regime dei militari – e litigando, per questo, pubblicamente, con l’amico Julio Cortázar. Fondatrice e codirettrice – insieme ad Abelardo Castillo e a Sylvia Iparraguirre – della rivista El Ornitorrinco, voce culturale autonoma e autorevole in quell’era di tenebra, ha già pubblicato alcune raccolte di racconti – il ‘genere’ in cui è maestra – di pregio: Los que vieron la zarza (1966), Acuario (1972), Un resplandar que se apagó en el mundo (1977). Borges è Borges e basta. L’intervista di Liliana Heker inizia dove termina l’intervista di María Esther Vázquez: la scrittrice costringe Borges a indagare la morte. “La parola ‘morte’? Mi suggerisce… una grande speranza. La speranza di smettere di essere”, attacca Borges. Poi specifica cosa intenda quando parla di voler essere dimenticato. “Vorrei che venisse dimenticata la mia biografia, e il mio nome, e che venisse ricordato qualche mio racconto o qualche mio verso. Io vorrei sopravvivere nelle mie opere, ma non, diciamo, come soggetto di un lemma in un’enciclopedia… Sono convinto che uno, quando scrive, ha la speranza che l’opera sopravviva. Ma, se può sopravvivere nell’anonimato, meglio; se può far parte del linguaggio o della tradizione, meglio ancora”.

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Il motivo per cui, nel 1980, Liliana Heker sente la necessità di discutere la morte, dunque di riscattare la vita, ha fondamenta storiche. “Non c’erano morti, malgrado tutti sapessimo, o sentissimo, che la morte ci circondava da tutte le parti. Era dunque necessario strapparla a quegli specialisti della morte, recuperarla come una questione esistenziale, filosofica e biologica che ci riguardava; ripensare al senso che ha morire per ragioni ideologiche, riparlare della trascendenza e dell’angoscia, del sogno di immortalità e di una morte degna. Almeno su un terreno in cui quegli assassini non avrebbero mai potuto sottrarci, sul terreno intellettuale; dovevamo restituirci la vita e la morte. Questo è un libro che va letto con uno spirito dialettico e con la mente molto aperta. Dubito che il lettore possa scoprire tra le sue parole un indizio di ciò che avvisterà nell’aldilà ma è probabile che trovi qualche elemento per riflettere sul suo essere aldiqua. Si tratta precisamente di questo”. La Heker intervista antropologi, psicoanalisti, scrittori, artisti. Mentre l’Argentina muore, la scrittrice sembra voler tutelare dal belato dell’oblio il concetto di morte. Per questo ha bisogno di parlare con Borges, l’uomo che ha disintegrato il valore dello spazio-tempo, che ha sul palmo i millenni, le saghe islandesi, i coltelli argentini, il sorriso di Stevenson, gli haiku giapponesi, i viaggi mistici di Dante e quelli inferi di Poe. Il suo Diálogos sobre la vida y la muerte, coltivato per anni, sarà pubblico nel 2003; il dialogo con Borges, finora inedito in Italia, è ora pubblico per Castelvecchi, nella traduzione di Mercedes Ariza, come Diffido dell’immortalità.

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“Quando ero giovane ero incline alla tristezza, a teatralizzare me stesso; volevo essere Amleto o Raskol’nikov”. Borges vuole essere un personaggio letterario, non un eroe storico. Il personaggio che si interroga sull’essere e sul non essere – fino a confondere i piani dell’essenza con quelli del nulla; lo studente dostoevskijano roso dalla colpa, che vuole farsi raccogliere e amare, senza condizioni. In ogni caso, la vita è espiazione.

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Tra i tanti temi che Borges tocca, stimolato da Liliana Heker – una donna che si accende negli abissi – c’è anche quello del suicidio. “Che cosa strana che i cattolici condannino il suicidio quando lo stesso Gesù Cristo fu un suicida. Una religione al cui vertice vi è un suicida – e tale suicida, per di più, è Dio – che condanna il suicidio. Perché si capisce che il sacrificio di Gesù fu volontario, vale a dire, che fu un suicidio. È molto strano, i cattolici condannano il suicidio e io non riesco a spiegarmi perché”. Dio è morto, dice Nietzsche; Dio si è suicidato, dice Borges. La prospettiva è opposta: per Borges non è l’uomo ad avere ucciso Dio, ma è Dio che si è ucciso, sacrificandosi, perché l’uomo non debba più sopportarlo. Il suicida si uccide sempre perché qualcuno si salvi, al suo posto. Il tema del suicidio ha una assonanza mistica con uno dei racconti inediti pubblicati nel 1980 da Franco Maria Ricci. In 25 agosto 1983, Borges inscena la sua morte, profetizzata da un altro se stesso. Egli parla con il suo avatar, “proprio qui, tanti anni fa, in una delle stanze del piano di sotto, iniziammo la minuta della storia di questo suicidio… in quell’abbozzo, io avevo preso un biglietto di andata per Adrogué, e nell’Hotel Las Delicias ero salito alla camera numero 19, la più appartata. Lì mi ero suicidato”. Non è inutile ricordare che il 19 è il numero del volume della collana ‘La Biblioteca di Babele’ in cui è pubblicato questo racconto. “Posso morire in qualunque momento, posso perdermi in ciò che non so e continuo a sognare il doppio”, scrive Borges. “Beh, ciò che vorrei io sarebbe morire in modo repentino. Perché ho assistito a lunghe agonie: l’agonia di mia madre, l’agonia di mio padre, anche l’agonia di mia nonna, tutti stavano anelando la morte”, dice Borges a Liliana Heker.

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Borges è affascinato dall’oblio, dal fatto che l’opera possa essere disinnescata – basta togliere una parola e le altre, come l’acqua in un lavandino, quando si toglie il tappo, si perderanno nel fausto gorgoglio – dall’inconciliabile distanza tra scrittura e lettura, tra scrittore e scritto. Per questo adora la Dickinson. “Emily Dickinson disse: «Non credo che la pubblicità faccia parte del destino di uno scrittore». E non volle pubblicare nulla. Quando morì, nei suoi cassetti trovarono centinaia o migliaia di versi, e li pubblicarono. Ma lei non aveva voluto pubblicarli. Al tempo stesso non li distrusse neppure. Ma non disse nulla”. Forse una sontuosa invidia coglie Borges: egli sa che la scrittura autentica riposa nel nascosto, si priva di sguardi. “Ho visitato la sua casa, nel New England, un paese come altri paesi, un po’ sperduti. Lei vi trascorse tutta la vita. Credo che stesse per sposarsi e non lo fece. E anche le sue lettere sono molto belle. Le poesie non so se possano sopravvivere nella traduzione, perché lei curava molto la forma”.

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“La vita… io credo che, per quanto sfortunato uno sia – e tutti a volte lo siamo –, si debba essere grati per il fatto di vivere. Chesterton ha detto: «A un uomo deve bastare pensare che è un uomo, che è in piedi, che è sotto le stelle». Se questa è già una felicità così grande: il fatto di esistere; ora, esistere per sempre? Credo che sarebbe una grande sventura”. Occorre continuamente raspare la morte per dare luce alla vita; Borges, vivendo, ha disseppellito tradizioni e volti, idiomi e icone, facendo coincidere la cronologia umana alla propria immaginazione privata – la letteratura è una fune di diamante che lega le caviglie dei morti al collo dei vivi. (d.b.)