Virus batte Dio 10 a 0. L’invisibile ci attrae, ci atterra, ci terrorizza. Viaggio pandemico verso la bellezza eclatante

Posted on Febbraio 25, 2020, 12:46 pm
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L’invisibile ci attrae, ci atterra, terrorizza. Al momento, il virus vince Dio 10 a 0. Le Chiese si svuotano, i supermercati rigurgitano di fedeli. Gli uomini in mascherina, per strada, sembrano appartenere a una nuova setta. In Chiesa il prete, megafono dell’organizzazione mondiale della sanità, magnifica l’ordine, avvisa di non dare la pace, che non introdurrà l’ostia nella bocca dei fedeli.

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Affascinante. La fede si scioglie al sole del contagio: ma non dovremmo credere in Dio fino alla morte, proprio perché c’è qualcosa oltre la morte? Effettivamente, crediamo nell’invisibile potenza del virus più che nel contagio della fede in Cristo. Nelle Chiese, vuote come l’eco nel deserto, decuplica la paura: il prossimo non è fratello, è ostile.

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Alessandro Manzoni, con candido cinismo, racconta – capo 32 dei Promessi sposi – la fatidica processione che dovrebbe, in favor di Dio, stroncare la peste, mentre ne rinforza il potere. “Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima”. La sagacia di Manzoni è crudele: un conto è la fede, un conto il fanatismo; un conto l’obbedienza, un conto la presunzione.

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Domenica mattina, treno. Da Rimini verso il Nord. Il contagio si moltiplica, i passeggeri non parlano d’altro. l’uomo scopre la propria atroce solitudine, la sua connaturata pericolosità: ci si guarda con sospetto, ognuno è un contagio. D’altronde, siamo vivi, corpi corrotti dai bacilli, spugne grevi di virus. È la purezza, al contrario, che dovrebbe essere sospetta, è agghiacciante.

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Vorrebbero dare un volto al Coronavirus – se avesse un brutto viso la nostra preoccupazione svanirebbe. Se fosse un nemico visibile. Restiamo corpi estetici, crediamo che ogni cosa abbia un corpo, possa essere corrompibile, corrotta.

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Anche nella Bibbia è raccontata la pestilenza: secondo il primo libro delle Cronache, “il Signore mandò la peste in Israele; caddero settantamila Israeliti” (1 Cr 21, 14). La pestilenza accade quando Davide, il prediletto, è re. Davide decide di censire i suoi sudditi, di dare un corpo al proprio potere: non capisce che i numeri sono il segreto di Dio, che niente è proprietà del re, che il primo è il primo dei servi. Così, Dio lo punisce. L’immagine della peste è plastica: “Davide, alzàti gli occhi, vide l’angelo del Signore ritto fra terra e cielo, con la spada sguainata in mano, tesa verso Gerusalemme” (1 Cr 21, 16). La peste riporta equilibrio tra i patti che legano Israele a Dio: Davide riconosce di aver peccato di presunzione, costruisce una “casa del Signore Dio”, un tempio, perché la maledizione si scombini in bene e si torni al dialogo con l’invisibile. Allora, “il Signore ordinò all’angelo e questi ripose la spada nel fodero” (1 Cr 21, 27).

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Ovviamente, i fatti non sono consecutivi, ma naturali. Se non vogliamo leggere i segni, per lo meno intendiamo la prova, proviamoci.

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Gli uomini, impalliditi dal contagio, privi di contegno, pavidi, sembrano più belli: tutti vedono le cose come cose ultime, che brillano.

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Stazione di Milano. Cancellano i treni. Al posto di defluire, il traffico umano dilaga. Salgo sul Frecciarossa. Ritardo di un’ora. Dopo un’ora, cancellano il treno. Caos. Schianto. Urla. Chiedo informazioni a una deputata a dare informazioni. Meglio non viaggiare. Certo, ci arrivo anch’io, ma le contingenze, il contagio… Domani ci sono gli stessi problemi, fa. Quindi, chi passa per Milano è obbligato a restarci, dico. È un problema planetario, non posso farci nulla, fa l’informatrice. Esito: un gorgo umano s’infogna nel solo treno in partenza, verso Napoli, che parte con tre ore di ritardo. Ora: se il rischio è tanto importante, i treni vanno cancellati, e stop. Il paradosso, altrimenti, è radicale: nel treno una vocina avverte di lavarsi spesso le mani, benché gli uomini siano accatastati, carne su carne, giocando a ping pong con i virus.

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Una ragazza, mascherata, è al telefono con la madre, preoccupata. Di fronte al pericolo, tutti vogliono conservare la bastarda vita che bestemmiano ogni giorno. Una signora è radicale: le pestilenze sono utili a falciare l’umanità, siamo in troppi, se capitasse a me, mi andrebbe bene.

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Ero sul Lago Maggiore – giornata di abbagliante splendore. I fiori sembrano le migliaia di bocche del nostro mostro interiore. Convertiti, convertiti, mi fa, la coscienza in migliaia di fiori, indicando le montagne, bianche. Riccardo Sappa, avvocato di dilagante nitore, dice che lo scrittore è colui che apre dei passi tra i monti impervi, che sa seguire i lupi, l’etica delle loro tracce, che impara, eventualmente, a cavalcarli. Marco Merlin mi fa leggere una egloga che ha uno sfarfallio di versi bellissimi:

Non c’è innocenza, ogni intenzione è sporca,
ma tu sai la retorica che serve
perché il dono sia un rischio e porti in sé
l’innesco della decomposizione.

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Qui il contagio è la bellezza, inesplicabile, mi dico. Il lago non riflette, recupera i contorni, li precisa, fa scempio di ciò che deve essere conservato, rende lecito l’indimenticabile. Con Maura ci raccontiamo la vita, per liberarcene. Qualcosa di invisibile mi scassa, mangia – una fermezza più salutare. (d.b.)

*In copertina: Guido Reni, “L’arcangelo Michele schiaccia Satana”, 1636