Tanti auguri Dino! 100 anni fa un tribunale decise che Campana, il più grande poeta italiano, era pazzo. E lo rinchiusero in manicomio, sperando di ucciderlo

Posted on agosto 20, 2018, 7:07 am
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Il 20 agosto è il compleanno di Dino Campana. Campana è nato nel 1885. Quest’anno, però, l’anniversario è funesto. 100 anni fa, infatti, Dino Campana è accolto tra i matti, detto matto, cestinato a Castel Pulci. “12 gennaio 1918: per ordine del sindaco di Lastra a Signa è ricoverato d’urgenza all’ospedale psichiatrico di Firenze. Ammesso in via definitiva e dichiarato pazzo dal Tribunale in data 18 marzo, viene trasferito nei mesi successivi al cronicario di Castel Pulci, in comune di Badia a Settimo” (Sebastiano Vassalli).

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Il 9 marzo del 1931, al fratello Manlio: “…la mia vita trascorre monotona e tranquilla. Leggo qualche giornale. Non ho più voluto occuparmi di cose letterarie stante la nullità dei successo pratici ottenuti. Il mercato librario in Italia è assolutamente nullo per il mio genere…”. L’anno prima si lamenta dell’edizione Vallecchi dei Canti Orfici: “…potei notare i continui errori del testo che è così irriconoscibile”. Campana muore nel 1932, “il 10 marzo, alle ore undici e tre quarti”; così lo descrive lo psichiatra – e biografo – Carlo Pariani: “l’aspetto era di malato grave: viso terreo, lingua arida e impaniata, sudori, vomiti, diarrea, sensorio ottuso; le mani annaspavano, vaneggiava inquieto…”.

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Wikipedia italia, voce ‘Dino Campana’: “è stato un poeta italiano”. Wikipedia, versione english: “was an Italian visionary poet”. L’aggettivo, visionary, visionario, racconta l’attenzione dispari che si ha verso la voce poetica. L’Italia, il paese dove nasce la poesia moderna, uccide i poeti.

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Campana WrightCharles Wright è tra i grandi poeti viventi in lingua inglese. Americano, scopre la poesia a Verona, folgorato da Ezra Pound. Quando ottiene il Bollingen Prize, nel 2013, ha il coraggio di dire, “è l’unico premio che avrei voluto vincere perché è l’unico premio che hanno avuto il coraggio di assegnare a Pound”. Poi ricorda Dino Campana, il “visionario”. Charles Wright, il grande poeta americano – leggetelo: è tradotto da Crocetti, Jaca Book, Donzelli – ha tradotto gli Orphic Songs nel 1984. Pound e Campana – in forma più viscerale di Montale, che pure ha tradotto – sono i maestri di Wright.

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Nell’ultima antologia di Charles Wright tradotta da Moira Egan e Damiano Abeni per Donzelli, Italia, una poesia per Dino Campana, tratta da China Trace (1977):

Dopo le canzoni tristi sul dente di cane,
la mandragola e il giusquiamo stellato
– gigli di sangue che il cuore coltiva –,
la tua bocca è la porta azzurra da cui passo,
la lampada accesa, la tavola apparecchiata.

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Nel sito della Treccani resta, a indelebile memoria dell’idiozia italica, la nota di Arnaldo Bocelli del 1938: “non sempre, anzi di rado l’innesto di tali modi si risolve, nella pagina, in effettiva sintesi poetica (e meno si risolve nelle poesie che nelle prose): la tendenza visionaria spesso spinge il simbolo verso l’astrazione, l’ineffabilità verso un deteriore ermetismo, e la ‘frammentarietà’ propria del genere prescelto verso una frammentarietà che è mancanza di intima coerenza stilistica, saltuarietà di respiro lirico”.

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Finché la follia, il mattatoio dei matti, non diventa una griffe, una moda. Con la Merini ci sono riusciti – con Dino no, elettrifica le candide pudenda dei poeti imbarbariti dal noto.

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Più di Rimbaud, mitologizzato, Dino Campana è il poeta lasciato solo, un colpo di coltello alla gola del sistema editoriale italico, amicale, alleato ai perbenismi anche quando si finge avanguardista. Campana è il poeta che chiede amore (cento anni fa, gennaio 1918, dal manicomio di S. Salvi, Firenze, ancora a Sibilla: “se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita”) e non lo trova.

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L’edizione che amo di più dei Canti Orfici è una modesta Garzanti del 1995, terza edizione (la prima è del 1989). Sono un feticista degli affetti. Era l’edizione che aveva in casa Marco Pesaresi, il grande fotografo riminese, che nel dicembre del 2001 ha deciso di volare, al porto di Rimini. Si è introdotto negli inferi dell’uomo, anche lui: uno con la poesia, l’altro con la macchina fotografica. Anche Pesaresi, come Campana, ha fatto il viaggio oltreoceanico, ebbro di esotismo. Importante, appunto, è lo sguardo: guardare allo splendore – e allo splendore del mostro.

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Amo tanto la Lettera aperta a Manuelita Etchegarray, perché mi ricorda la ‘straniera’ di Saint-John Perse, perché ha nervature esotiche, perché è una promessa. Ed ecco… la poesia non realizza, ci pone su un’attesa tormentata di tramonti, in equilibrio sul cristallo.

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Bisogna essere buoni – bisogna armarsi di bontà in questo mondo di feroci. Bisogna essere buoni perché l’uomo è brutale, è spietato. Bisogna essere buoni, non saprei come dirlo, fino all’idiozia, fino alla vergogna, fino allo sputo in faccia. Per me Campana è l’emblema della bontà. (d.b.)

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Dualismo

(Lettera aperta a Manuelita Etchegarray)

CampanaVoi adorabile creola dagli occhi neri e scintillanti come metallo in fusione, voi figlia generosa della prateria nutrita di aria vergine voi tornate ad apparirmi col ricordo lontano: anima dell’oasi dove la mia vita ritrovò un istante il contatto colle forze del cosmo. Io vi rivedo Manuelita, il piccolo viso armato dell’ala battagliera del vostro cappello, la piuma di struzzo avvolta e ondulante eroicamente, i vostri piccoli passi pieni di slancio contenuto sopra il terreno delle promesse eroiche! Tutta mi siete presente esile e nervosa. La cipria sparsa come neve sul vostro viso consunto da un fuoco interno, le vostre vesti di rosa che proclamavano la vostra verginità come un’aurora piena di promesse! E ancora il magnetismo di quando voi chinaste il capo, voi fiore meraviglioso di una razza eroica, mi attira non ostante il tempo ancora verso di voi! Eppure Manuelita sappiatelo se lo potete: io non pensavo, non pensavo a voi: io mai non ho pensato a voi. Di notte nella piazza deserta, quando nuvole vaghe correvano verso strane costellazioni, alla triste luce elettrica io sentivo la mia infinita solitudine. La prateria si alzava come un mare argentato agli sfondi, e rigetti di quel mare, miseri, uomini feroci, uomini ignoti chiusi nel loro cupo volere, storie sanguinose subito dimenticate che rivivevano improvvisamente nella notte, tessevano attorno a me la storia della città giovine e feroce, conquistatrice implacabile, ardente di un’acre febbre di denaro e di gioie immediate. Io vi perdevo allora Manuelita, perdonate, tra la turba delle signorine elastiche dal viso molle inconsciamente feroce, violentemente eccitante tra le due bande di capelli lisci nell’immobilità delle dee della razza. Il silenzio era scandito dal trotto monotono di una pattuglia: e allora il mio anelito infrenabile andava lontano da voi, verso le calme oasi della sensibilità della vecchia Europa e mi si stringeva con violenza il cuore. Entravo, ricordo, allora nella biblioteca: io che non potevo Manuelita io che non sapevo pensare a voi. Le lampade elettriche oscillavano lentamente. Su da le pagine risuscitava un mondo defunto, sorgevano immagini antiche che oscillavano lentamente coll’ombra del paralume e sovra il mio capo gravava un cielo misterioso, gravido di forme vaghe, rotto a tratti da gemiti di melodramma: larve che si scioglievano mute per rinascere a vita inestinguibile nel silenzio pieno delle profondità meravigliose del destino. Dei ricordi perduti, delle immagini si componevano già morte mentre era più profondo il silenzio. Rivedo ancora Parigi, Place d’Italie, le baracche, i carrozzoni, i magri cavalieri dell’irreale, dal viso essiccato, dagli occhi perforanti di nostalgie feroci, tutta la grande piazza ardente di un concerto infernale stridente e irritante. Le bambine dei Bohemiens, i capelli sciolti, gli occhi arditi e profondi congelati in un languore ambiguo amaro attorno dello stagno liscio e deserto. E in fine Lei, dimentica, lontana, l’amore, il suo viso di zingara nell’onda dei suoni e delle luci che si colora di un incanto irreale: e noi in silenzio attorno allo stagno pieno di chiarori rossastri: e noi ancora stanchi del sogno vagabondare a caso per quartieri ignoti fino a stenderci stanchi sul letto di una taverna lontana tra il soffio caldo del vizio noi là nell’incertezza e nel rimpianto colorando la nostra voluttà di riflessi irreali!

Dino Campana