Peter Hille e Thierry Metz: due santi della poesia

Posted on Novembre 04, 2019, 7:21 am
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A tentoni scopro notizie di Peter Hille. Prima in un libro straniante di Ernst Jünger, L’albero. “Ancora oggi, in un mondo privo di dei, ci assale un trepido timore all’udire il vento che va e viene nel bosco… ecco che, toccato più profondamente che dagli accordi dell’organo, si risveglia in noi qualcosa di antico e da tempo dimenticato:

Fluttua a tratti sulle cime
come prendesse respiro e si gonfia
in un’onda e mugghia
e si allontana –
e si fa muto –
e sibila.

Così Peter Hille, un poeta poco familiare e da tempo dimenticato che spesso, ‘muscoso sognatore’, ricorreva al riparo del bosco. Nella sua vita, come molti prima e dopo di lui, cercò nel bosco conforto e libertà. Fratello uomo ci ha già più volte abbandonati, fratello albero mai”.

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Nato in Vestfalia nel 1854, Peter Hille fu poeta per istinto, visse poeticamente, da irregolare: non conclude gli studi, si dedica alla dissipazione e al vagabondaggio, intriso di utopie socialiste. Fa il giornalista a Brema, si accoda a una compagnia di attori in Olanda, frequenta gli anarchici a Londra. Conosce Swinburne, riceve da Victor Hugo una lettera di elogi, in Svizzera fa amicizia con Gottfried Keller. Sperperò la breve eredità paterna, anelando la vita sugli abissi: tornato a Berlino dopo un picaresco viaggio in Europa – che comprende Italia, Ungheria, Spagna –, ci avvisa la scarna nota Treccani, “vagabondo e anarchico, divenne il principale esponente della locale bohème. Assommando in sé elementi misticheggianti e altri utopistico-socialistici, si palesò maestro impareggiabile soprattutto nella composizione breve e aforistica”. In un ritratto di Lovis Corinth del 1902, si vede il poeta in posa da guru, con gli occhi spiritati e i capelli al vento, la barba lunga, fogli unti in una mano. La stanza è malmessa. Durò altri due anni, il poeta: morì nel maggio del 1904, anno in cui gli amici cominciarono, per Schuster & Loeffler, a raccogliere la sua opera.

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Un’altra traccia di Peter Hille la scopro leggendo la grande poetessa Else Lasker-Schüler: “Fra i poeti conosce lo ‘spirito affine’ Peter Hille, errabondo bohémien cattolico-umanitario, che la definisce ‘il cigno nero d’Israele’ e la introduce nel gruppo radical-socialista e pacifista della ‘Grün Deutschland’ e nei circoli letterari… nel 1906, due anni dopo la morte dell’amico, Else gli dedicherà Das Peter Hille Buch”, scrive Maura Del Serra nell’introduzione alle Ballate ebraiche e altre poesie di Else (1995). In un libro del 1932, Konzert, Else Lasker-Schüler scrive: “Più volte mi sono deliziata a dire del nostro caro poeta San Peter Hille. Tutti i profeti sono grandi poeti, e Peter Hille fu tra questi… Peter Hille avrebbe potuto essere un papa – per tutto il mondo. Avrebbe illuminato le persone. Una politica cosmica, retta su vertiginosa giustizia. Peter Hille era intelligente! La sua intelligenza mi rendeva invidiosa. I cittadini giustificavano la sua povertà estrema (perché essere intelligenti non significa necessariamente essere pratici) chiamandolo bambino… Non ho mai dubitato della profezia di Peter Hille”.

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Amo questi poeti devoti al gesto quotidiano, sfasciati e senza futuro, concentrati sull’atto e dimentichi dell’esito, in perpetua estasi per le battaglie improbabili, che dormono nei boschi per desiderio d’insicurezza. “Sembrava il profeta di un tempo perduto, questo tedesco dai capelli fluenti e dalla barba fiammeggiante: Peter Hille, il filosofo del bello, il confessore dell’eterna giovinezza, il beato bambino. Un occhio pacifico, sollevato dai tormenti del mondo, conferiva ai suoi lineamenti pallidi qualcosa di alto, di solenne. Il suo sguardo era spalancato, come la faccia chiara del cielo: guardarlo da lontano, dava l’idea di una gioia piena, una bella giornata di maggio… Finché il desiderio del bene e del bello non si estingueranno, si parlerà anche di quest’uomo, che ha saputo preservarsi anche nei giorni d’angoscia, che è sempre stato poeta”. Così scrive Fritz Droop, giornalista, studioso (nella sua vita si occuperò soprattutto di Kierkegaard), nel 1909, raccogliendo una selezione di aforismi di Hille. Alcuni sono molto belli:

Non ha senso dire ai bambini di obbedire agli adulti – è assurdo perché l’infanzia ha uno stile, una nobile schiettezza che può essere distrutta ma non può essere sostituita.

L’infanzia dovrebbe essere tutelata più che tollerata. Ha una struttura a sé, non può essere violentata da corrosi concetti.

Le norme sono rette dall’invidia – chi è debole non ha divieti.

Scopriamo il bambino! È la più grande scoperta ed è semplice farla: non richiede audacia oltraggiosa né eroismo. Non è un Polo Nord.

Ammiro il bambino che ha terminato il suo gioco perché è lui il vero inventore.

Scuole e università servono per imparare le buone maniere, per adattare il cervello al buon gusto sociale – a nient’altro.

La cultura deve avere natura. Maturiamo soltanto diventando selvaggi.

L’uomo è legge che respira.

Dio non vuole la mutilazione, ma la perfezione del nostro essere.

Alla gente piace impilare ciò che deve essere soltanto messo accanto.

Puoi anche precipitare – è il rischio di chi è profondo.

Solo i forti possono accedere alla vita interiore – chi ha manganelli nella mente costruisce chiese storpie.

Le violazioni provengono solo dai comandamenti.

Meglio un diavolo libero che un angelo incatenato.

Un’anima senza costrizioni non ha vizi.

La paura di Dio è blasfemia.

Catechismo? Una religione “appresa” è di per sé sospetta.

Le stelle sono ballerine divine – la rondine è la soubrette della natura.

Elsa Lasker-Schüler: il cigno nero d’Israele, una Saffo che ha infranto il mondo. Il suo spirito poetico è un diamante nero che taglia la fronte e fa male.

Gli editori soffrono di un solo male: non funzionano senza gli scrittori.

*

L’altro ‘santo’ in questo dittico di poeti sganciati dalle comuni dei poeti, in costante comunicazione con l’ispirato è Thierry Metz. Così lo descrive l’editore-artista Jacques Brémond in un testo che introduce Sulla tavola inventata, raccolta edita con magnificenza artigiana dalle Edizioni degli Animali (2018): “Thierry Metz, un ‘suicidato dalla società’ per riprendere le parole di Antonin Artaud su Van Gogh. Poeta a vent’anni, morto a quaranta. Poeta e manovale, un dramma personale e familiare – la morte del secondo figlio Vincent a otto anni, investito da una macchina davanti ai suoi occhi – e la sventura lo perseguiteranno durante tutta la sua breve vita. L’alcool e gli ospedali psichiatrici porteranno questo poeta meraviglioso, amante delle parole precise, giuste, grande lettore, infaticabile indagatore, mai sazio dell’umanità dell’uomo, a una continua sofferenza. Sino alla tragica fine senza remissione, a Bordeaux il 16 aprile 1997”. Diffuso per edizioni minuscole e nobili – L’uomo che pende è un titolo di Via del Vento – eppure perfino in catalogo Gallimard (Le journal d’un manoeuvre), di Metz è uscito per Pierre Mainard un testo finora disperso, Le Grainetier. Poeta distante dal chiasso dell’ambizione, cerchiato dalla certezza della poesia, che ti rovina in una gioia arcaica o in uno splendore di tenebra, Metz va tenuto in tasca, vicino alle mani, come un oggetto di ferro, uno scacciademoni – chi muore nel verbo, muore perché i salvi siamo noi. Verso Metz, come verso i poeti dalla natura fragile, lacustre, come Peter Hille, ci vuole una prossimità senza giudizi. Per le edizioni di M.me Webb, l’amico Federico Scardanelli ha tradotto Lettera alla bene amata: si tratta di cartoline avventurose, un cartone ripiegato, una tratta dello stupefacente, fuori tono, fuori contesto, di continentale luce. Eccone un tratto:

Entrare e uscire nei verbi, come in una casa.
Ritrovo, finché ho fede nell’improbabile,
un silenzio – una parola – imprigionata.

Esaltare. Scomparire. Ascoltare la casa. Paura
di aver dimenticato qualcosa.

Nella rivolta tutto è autore del libro. S’impianta.
Tutto si può ancora incidere tra i margini, dentro il bianco.
Un salto d’umore.
Devo tornare ad asciugare la notte.
Rimboschire l’istante.

Ora: un uccello potrebbe irradiarsi senza dolore.
So che siamo appesi alla sofferenza,
a questa transumanza. Ma non possiamo che misurare
ciò che c’è – la vita.
Non parliamo – siamo
dove quattro venti ci hanno condotti.

Questo è il pozzo. La sua bocca sembra una miniera
è simile ad adolescenti che hanno mangiato fragole
o hanno lanciato delle pietre
per udire che suono ha la distanza.

Thierry Metz

*In copertina: una fotografia che ritrae Peter Hille (1854-1904)