“Per fortuna c’è qualcuno che si ribella alla morale”: dialogo con Carlo Rovelli (che spiega la gravità quantistica a un bambino)

Posted on giugno 16, 2018, 7:03 am
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Così, da una stroncatura può nascere il virus sottile della sintonia, la lama della stima. Ho visto Carlo Rovelli, la prima volta, su un palco, a Rimini, parlava di Giacomo Leopardi insieme ad Antonio Prete. Assai pimpante, non mi parve esprimere pensieri particolarmente profondi. Il fisico italiano più noto del pianeta, attualmente superprof al Centre de Physique Théorique dell’Università di Marsiglia, Rovelli è passato dalla contestazione studentesca – riassunta nel libro stampato da Bertani nel 1977, bologna marzo 1977… fatti nostri…, “autori molti compagni”, ma la curatela è di Enrico Palandri, Claudio Piersanti, Maurizio Torrealta e Rovelli, erano gli anni dell’uccisione di Francesco Lorusso e della chiusura di Radio Alice da parte della polizia – al bestseller, Sette brevi lezioni di fisica (stampa Adelphi), uscito nel 2014, tradotto in 40 lingue, all’edizione numero 27, oltre un milione di copie vendute. Battuta banale: Rovelli si arrovella sui grandi problemi della fisica – cito dalla nota Treccani: “I suoi studi vertono soprattutto sulla gravità quantistica, Rovelli ha introdotto la Teoria della gravitazione quantistica a loop” – e riesce a divulgarli con agio, come classifica dei libri denuncia. Così, tento di leggerlo. Parto con L’ordine del tempo, l’ultimo libro di Rovelli in ordine di tempo. Il libro funziona per gli altri – è alla settima edizione – ma non per me. Non lo capisco. Non mi piace. Trovo la trattazione fumosa assai. Con varie sviolinate in direzione della visione indù, viva l’Oriente. In sintesi, scrivo una stroncatura per Linkiesta. Di solito, le reazioni degli stroncati sono due. Silente incazzatura. Oppure. Diffida, querela, ludibrio pubblico. Al contrario. Rovelli mi contatta per capire perché il suo libro non mi è piaciuto. Parliamo di Rainer Maria Rilke (“ho amato Rilke alla follia”), mi spiega la ragione profonda del suo libro (“Parla solo del mistero più tremendo, il tempo, di come stordisce un povero fisico che cerca di capire e non ci riesce”), mi invia un altro libro, La realtà non è come ci appare (Cortina, 2014), perché anch’io, che ho studiato fisica leggendo il Pascoli e Thomas S. Eliot, voglio tentare di capirci qualcosa. Il libro mi incuriosisce come mi incuriosisce la gentilezza di Rovelli – d’altronde, chi cavolo sono io se non uno scrittore sul baratro? Lo leggo. Divulga. Certo. Ma non spalma facili soluzioni. Il volume mi piace. Fin dall’incipit. “Siamo ossessionati da noi stessi. Studiamo la nostra storia, la nostra psicologia, la nostra filosofia, la nostra letteratura, i nostri dèi. Molto del nostro sapere è un rigirare dell’uomo intorno a se stesso, come fossimo noi la cosa più importante dell’Universo. Credo che a me la fisica piaccia perché apre la finestra e guarda lontano. Mi dà il senso di aria fresca che entra nella casa”. Sento mia – come ogni scrittore, credo – questa idea di fuga, di ampiezza, di apertura. Perché il poeta, disobbedendo alle norme grammaticali, crea costellazioni e fa affiorare miti dal frinire di un verso, dal finimento di un aggettivo. Perciò, ricontatto Rovelli. Facciamo una chiacchierata pubblica, ci stai? Eccola.

Ricordo di aver letto, qualche mese fa, sul “Corriere della Sera”, un suo vago ‘programma politico’. In sintesi: no guerra, ambire a sanare i divari economici, risolvere il riscaldamento globale, eliminare l’atomica. Ora, elezioni passate, siamo come siamo. Mi pare, cioè, che nessuno dei temi che ha proposto sia stato considerato. Come giudica la situazione politica: con preoccupazione, con interesse, indifferenza…?

Ha ragione, il mio non era certo un ‘programma politico’, neanche vago: era un appello a ricordare che abbiamo davanti a tutti noi problemi molto seri, esattamente quelli che elenca, guerra, divari economici crescenti, riscaldamento globale, grandi armate atomiche pronte ad essere usate. Politici lungimiranti, a mio parere, dovrebbero affrontarli questi problemi. Non li ho visti in campagna elettorale, non li ho visti nei tentativi di programma di governo. Spero che la prossima campagna elettorale li metta più al centro. Almeno le crescenti disuguaglianze economiche. Il mondo non si sta impoverendo, si sta arricchendo, ma la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani di sempre meno persone.  Perché non ci sono più politici che parlano di questo?

Che ruolo ha la ‘politica’ nello sviluppo della cultura?

C’è chi pensa che politica e cultura debbano stare separate perché la cultura non deve farsi contaminare dalla politica. Io ho un’idea più alta della politica. La politica, nel bene e nel male, è il nostro sforzo collettivo di vivere insieme. Di trovare il modo migliore per vivere insieme. È ciò che fa funzionare la comunità umana. Alla fine ogni opinione è politica, perché ogni opinione tende a influenzare la nostra vita collettiva. Perfino l’idea che la cultura debba tenersi lontano dalla politica è un’opinione politica (spesso un’opinione politica di destra, infatti).

Rovelli

Carlo Rovelli è l’autore del bestseller “Sette brevi lezioni di fisica” (Adelphi, 2014), tradotto in 40 lingue

Meglio un modello ‘statalista’ (università oliate dai soldi pubblici) o privato?

Dipende da cosa si intende per privato. Se guardiamo al passato e ci chiediamo da dove sono venute le grandi idee che hanno permesso al nostro mondo di essere quello che è, per esempio i grandi risultati della scienza, vediamo subito che si tratta di ricerca finanziata da enti che non avevano bisogno di un ritorno economico diretto. Stati, grandi principi, magnati…. Anche oggi i centri di sapere che producono cultura di alta qualità, quella che migliora e migliorerà la nostra vita, sono finanziati da stati, o comunque basati su uno statuto che non richiede alle ricerche di avere utilità immediata. Le università di Harvard e Cambridge per esempio sono grandi fondazioni autonome.

Modesto parere. Nel Novecento i nuovi Platone e Aristotele mi paiono essere Einstein, Heisenberg, Bohr… i fisici che hanno cambiato il nostro modo di vedere la realtà. Ecco: cos’è la realtà?

La realtà è quello che c’è. Noi la conosciamo solo a pezzetti. Ne scopriamo un aspetto dopo l’altro, come ragazzi che crescono. La scopriamo spesso differente da quello che pensavamo prima. Come ragazzini che scoprono che il mondo non è solo quello delle mura domestiche. Prima non lo sapevamo, poi abbiamo scoperto che ci sono gli atomi e le galassie. E anche i buchi neri e i campi elettromagnetici. Non siamo arrivati in fondo a decifrarla del tutto la realtà, e va bene così. Restano molti misteri. Penso che dobbiamo semplicemente saper dire che non sappiamo.

A proposito. Nel suo libro “La realtà non è come ci appare” afferma, tra l’altro, che l’infinito non esiste. Meglio: “il punto centrale è la ribellione contro la rinuncia a voler conoscere. Una dichiarazione di fede nella conoscibilità del mondo e una replica orgogliosa a chi si accontenta della propria ignoranza, chiama infinito ciò che non comprendiamo e delega altrove la sapienza”. Ci spieghi meglio, allora, fuor di metafora: cos’è il cosmo? 

La frase che cita si riferisce a uno scritto in cui azzardavo un accostamento fra un bellissimo testo di Archimede, uno dei pochi che ci restano, e un passaggio del libro dell’Ecclesiastico, nella Bibbia. I due testi sono quasi contemporanei. Nella Bibbia si dice “Chi può contare i granelli di sabbia?”, per dire che solo Dio ha la conoscenza: per noi sono infiniti, perché non li possiamo contare. Il testo di Archimede invece fa proprio questo: conta quanti granelli di sabbia ci sono nell’universo. Per farlo, Archimede inventa un modo nuovo per scrivere numeri grandissimi. Grandissimi, ma finiti.  Ho provato ad azzardare l’idea, non so quanto difendibile, che Archimede rispondesse proprio alla sfida di cui parla l’Ecclesiastico. L’Ecclesiastico ci chiede di chinare il capo e rinunciare a voler provare a conoscere, ci chiede di delegare la sapienza a qualcosa di altro dalla nostra ragione. Quello che mi affascina in Archimede è il suo voler accettare la sfida di provare a conoscere cose che sono più grandi di noi. Penso che non sappiamo cosa sia il Cosmo. Ma scoprire di non sapere è anche la scintilla che accende la curiosità, ci spinge a voler guardare un po’ più in là. La storia della crescita dell’umanità è anche la storia di questo desiderio di guardare un po’ più il là. Di guardare oltre la collina.

Di cosa parlano due fisici al bar?  

Un po’ di tutto, come tutti.  Ma li senti anche infervorarsi su questioni incomprensibili che capiscono solo loro. O neanche loro, dato che spesso poi li vedi in silenzio impensieriti e confusi….

Mi pare che la speculazione teorica abbia raggiunto profondità fascinose quanto incomprensibili ai più. A volte, ai più, sfugge la necessità di questo sforzo teorico. Faccio la domanda dello sciocco. A cosa serve sporgersi verso l’ignoto, non basta accontentarsi del proprio? Che elementi di ‘utilità’ ci sono nella sua ricerca? 

Se l’umanità si fosse ‘accontentata del proprio’, saremmo ancora ad adorare faraoni, l’aspettativa media di vita sarebbe di trent’anni come è stata fino a poco fa, e la maggior parte di noi farebbe i contadini, svegliandosi all’alba per zappare la terra, con una vita dura e amara. Lo sforzo di tutti quelli che non si sono ‘accontentati del proprio’ ci ha dato il mondo che abbiamo, con i suoi disastri, ma anche con la dolcezza della vita di oggi, così migliore che nel passato, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Ma sopratutto ci ha dato la poesia, la musica, la letteratura, l’idea della giustizia sociale, ci ha raccontato la storia del pianeta, ci ha permesso di vedere dentro la materia, nelle galassie lontane, ci ha fatto scoprire i buchi neri, le onde di spazio… Io trovo questa avventura umana straordinaria. Anche se poi tutto ritornerà alla polvere. Possiamo anche vivere come bruti, ovviamente, nessuno ci obbliga a niente, abbiamo il diritto di restare stupidi, ma io preferisco provare a continuare il folle volo.

I poeti vanno al di là del linguaggio consolidato; gli scienziati vanno al di là dei limiti conoscitivi imposti da morale, decoro, consuetudine…

…c’era un tempo in cui i limiti imposti da morale, decoro e consuetudine includevano la schiavitù, l’idea che solo i maschi e non le femmine avessero un’anima, e che andasse bene fare sacrifici umani. Per fortuna c’è sempre qualcuno che si ribella a morale, decoro, consuetudine, per cercare di spingere il mondo verso qualcosa che sia meglio per tutti.

Intendevo dire, lei cita spesso nei suoi libri i poeti, Rilke, ad esempio, oppure Leopardi, Mario Luzi: perché?

Perché sono poeti che mi hanno toccato dentro il cuore, e che hanno lasciato segni forti: mi hanno dato occhi per vedere cose che prima vedevo male, e parole per dire cose che prima non sapevo dire. Le loro parole risuonano dentro di me da sole. Questa io credo sia la grande poesia, qualcosa che ci apre gli occhi e resta poi per sempre con noi nel cuore.

Quali sono le letture su cui si è ‘formato’?

Tante, credo. Ho sempre letto molto, fin da ragazzo. Non facevo i compiti, magari, ma leggevo, leggevo. I libri erano un’apertura straordinaria: mi raccontavano di personaggi, idee, situazioni, era un continuo slargarsi della realtà. I miei gusti sono sempre stati molto convenzionali: le cose che finivano per piacermi di più erano i grandi libri. Ho riletto all’infinito l’Odissea, i Fratelli Karamazov. Un libro che all’inizio mi era molto ostico e poi ha finito per lasciare una traccia fortissima è l’Etica di Spinoza.

Spieghiamo a un bimbo la ‘gravità quantistica’. 

Semplice. Guarda questo piccolo centimetro di spazio vuoto che c’è fra la punta delle tuo indice e la punta del tuo pollice. Pensa ad uno spazietto più piccolo, ancora più piccolo: grande come la più piccola capocchietta di spillo. Pensa di levare tutto, anche l’aria, fino a che non resta che un piccolissimo spazio vuoto. Come è fatto? Una piccola distesa continua di spazio? No, se avessimo occhi per guardare giù a piccola piccolissima scala, vedremmo un pullulare furibondo di minuscolissimi granellini di spazio. La ‘gravità quantistica’ è la descrizione precisa di questo pullulare di granellini elementari di spazio.

Notte. Alziamo gli occhi. Vediamo le stelle. Qualcuno pensa alla prossima partita di calcio, disinteressato allo spettacolo luminoso. Un altro tenta una poesia. Lei, cosa vede? 

Più che vedere, sento un tuffo al cuore. Il cielo notturno stellato è per noi come un oblò da cui guardare fuori. Fuori dalla piccola astronave in cui conduciamo la nostra vita: il nostro pianetino, la Terra. Guardare fuori vuole dire guardare verso spazi sterminati, verso l’immensità di quanto non conosciamo, vuol dire guardare la nostra piccolezza. Il nero nitido e compatto del cielo è il vuoto sterminato della lontananza. Lo guardo e ripenso al ragazzetto adolescente che ero io, che lo guardava a bocca aperto chiedendosi come sarebbe stato il viaggio davanti a lui. Lo guardo e sento il senso fortissimo di quanto sia limitato il mio punto di vista, di quanto poco quello che so…

Sappiamo che siamo unghie di carne in un pianeta marginale destinato, prima o poi, a squagliarsi. Sappiamo che quello che vediamo non è ‘la realtà’, ma una interpretazione, una formula. Che senso ha la vita, ora?

La vita è essa stessa un pullulare di senso. Il problema non è la mancanza di senso, è che siamo noi stessi travolti continuamente da cose che hanno senso per noi e spesso in conflitto fra loro: da desideri, necessità, sete, fame, sete d’amore, ambizione, avidità, sete di giustizia, curiosità… e per questo un bicchiere d’acqua è pieno di senso per un assetato, lo sguardo di una donna è pieno di senso per un uomo innamorato, un libro è pieno di senso per una ragazza curiosa, gli occhi di un figlio sono pieni di senso per un padre, il colore di un’alba è pieno di senso per chi lo aspettava… Noi siamo senso. La nostra vita è senso, perché siamo fatti così, perché siamo stati accuratamente limati dall’evoluzione per essere pieni di desideri, per leggere ovunque nel mondo senso e valore… Chiedere che senso abbia la vita, a me sembra, è il sintomo grave di una malattia che ha preso una civiltà che aveva deciso di estromettere da sé il senso, e reificarlo in una entità troppo esteriore, un Dio, o altro… e poi si sente spersa per vedere la vuotezza di questi simulacri. La risposta più bella che ho letto, alla domanda del senso della vita, viene da un vecchio Sioux: il senso della vita è rivolgerci con un canto ad ogni cosa che incontriamo. Ecco: il senso scaturisce continuamente da dentro di noi, sorgivo. Il senso è il canto.

Dove la porta la sua ricerca? 

Da nessuna parte. È come un sentiero in montagna. Non lo si fa per arrivare. Lo si fa perché è una strada bellissima.

Davide Brullo