“Ogni scrittura cerca l’impossibile, non ha pace”: dialogo con Marco Ercolani, artefice di apocrifi (ha ricreato la voce di Robert Walser, Bruno Schulz, Giacomo Leopardi, Beethoven, Van Gogh, Proust…)

Posted on Ott 02, 2018, 11:08 am
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Sarà che non sopporto pressoché nulla di quello che c’è oggi in libreria, questa specie di pasticceria del cattivo gusto. Pigliatemi per uno sfaccendato dandy, per uno sfacciato cialtrone – pigliatemi a calci sul muso. Mi irritano i libri scritti per essere letti, senza alcun pericolo, senza alcuna gita sull’abisso che separa il colpo di genio dal colpo a vuoto. Così, quando per casuale gentilezza Marco Ercolani mi invia Atti di giustizia postuma, libro pubblicato nel 2014 da un editore microscopico, Matisklo, rimango sbalordito, c’è una tale fioritura di invenzione, uno sfolgorio di creatività. Ercolani – che scopro essere un perfetto poligrafo, professione psichiatra, quotidianamente a contatto, senza spettri romantici, con le alterità – è un propagatore di ‘apocrifi’. In quel piccolo libro s’inventa decine di testi fasulli ricamati sulle labbra di Giacomo Leopardi (“Ti supplico. Restami accanto. Mi mancano i libri: non mi manchi la tua mano. Cos’è la lingua umana? Acqua che non c’è”), di Cioran (“La ripugnanza è un sentimento normale. Chi può avvicinarsi a me senza rivelarmi involontariamente lo stadio della sua corruzione, il livido destino che gli incombe addosso? Ogni sensazione è funerea, ogni voluttà sepolcrale”), di Anna Achmatova (“Sembrate vivi, voi che ci uccidete. Che le zolle abbiano pietà di voi”), s’inventa brandelli di un epistolario smarrito tra Thomas S. Eliot e Ezra Pound (“Se proprio vuoi saperlo, Ezra, tu che hai eseguito la Cesarea Operazione della mia Waste Land, c’è un piccolo dettaglio che ignori e che non ti fa onore, come, ovviamente, disonora me, l’illustre Premio Nobel Thomas Stearns Eliot: quaranta versi del mio poema erano già apparsi nel 1920 sulla rivista Criterion firmati da Fanny Marlow”), fa risorgere una lettera di Cristina Campo ad Alessandro Spina (“Io, Cristina Campo, osservavo il mare di sbieco, con pazienza e costanza, come un monaco stilita”). La percezione – che un po’ inquieta la mia spina dorsale zarista – è quella di trovarsi di fronte a un libro di culto, per altro leggibilissimo, che unisce una cultura smodata – i ‘calchi’ sono molto convincenti – e una capacità d’introdursi nell’anima altrui stupefacente, propria, forse, dell’attitudine professionale dell’autore. Ad ogni modo, Marco Ercolani, che tra l’altro ha ricostruito i colloqui di Robert Walser, naturalmente apocrifi, nel romanzo Preferisco sparire (Robin, 2014; esempio: “Si può amare solo con la fantasia. Fare figli è una cosa incivile. Aggiungere al mondo esseri che domani si uccideranno con nuove guerre, è uno schifo. Il mio solo progetto, Weiss, è non fare nulla. Non procreare. Non aggiungere disordine a disordine accumulando sul pianeta altri esseri piangenti e desideranti”) e i Taccuini di Aleksandr Blok (Ripostes, 1992), è scrittore tra i rari e potenti, oggi, non si capisce perché non sia lì, a surfare sul piatto d’argento dei massimi editori del Paese. Forse una sorta di pudore che lo cinge, oltre alla spudorata disattenzione degli editor dei transatlantici editoriali. Ercolani sa che la scrittura non si misura con la realtà, costruisce la realtà; non imita né modifica, crea; non si adatta né addomestica, osa. (Davide Brullo)

Apocrifi. Perché ti attrae la scrittura dell’apocrifo, cosa sottintende, a cosa mira, che libertà – o costrizioni – formali ti permette?

Scrivere un apocrifo mi permette di dimenticare il mio io e di identificarmi con l’altro in una sorta di piccola allucinazione. Io sono come se fossi l’altro, e in quel momento non esiste né l’io né il non-io, ma una terra-limite dove nascono visioni, che in sintesi sono riletture immaginarie – ma plausibili – di autori a me affini perché anticanonici o sventurati, la reinvenzione di taccuini o lettere o confessioni altrui mi fa sognare che potrebbero essere esistiti davvero. Il debito con Jorge Luis Borges è intenso, ma io più che alla magica Biblioteca dello scrittore argentino penso ai magici intrecci fra destini ed opere, contro la convenzione del tempo cronologico. Tutto, nella scrittura apocrifa, è sempre “presente”, tutto è attuale e inattuale simultaneamente.

ercolani walserQual è l’apocrifo che è stato più difficile da scrivere, o meglio, la personalità più ardua da indagare; quale quella che hai sentito come una tua ‘seconda’ natura?

Ho scritto, oltre che diverse centinaia di racconti apocrifi, tre romanzi di quel genere, dedicati rispettivamente ad Aleksandr Blok, Bruno Schulz, Robert Walser. Il romanzo nato più naturalmente è Preferisco sparire (Robin 2014), dove immagino una serie di colloqui fra un Walser ormai anziano e un giovane psichiatra dell’istituto di Biel dove da decenni è ricoverato. Scritti sulla falsariga dei colloqui reali dello scrittore con Carl Seelig, sono frammenti in cui la sola voce a parlare è quella del timido e folle scrittore, mentre lo psichiatra intelligentemente tace. Molto più complessa è stata la costruzione de Il mese dopo l’ultimo (Graphos, 1999), dedicato allo scrittore polacco Bruno Schulz, il visionario autore de Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra, ucciso tragicamente da una pallottola alla nuca nel ghetto di Drohobycz nel 1940: nel mio libro alterno i taccuini dello scrittore, le sue lettere all’amico e alla donna amata, e l’abbozzo di alcune scene de Il Messia, il romanzo che Schulz scrisse e che andò perduto negli anni dell’olocausto. Il mio libro allude proprio al mese in cui arriverà il sospirato Messia della tradizione ebraica, “il mese dopo l’ultimo”. E vuole essere un “atto di giustizia postuma” nei confronti dei mille libri eccezionali dispersi per sempre dalla natura criminale dell’uomo e dall’orrore degli stermini.

Ti occupi, per mestiere, di follia e di folli, della folla dei folli: come si fa? Cosa hai scoperto della scrittura, della tua scrittura, a contatto con la follia?

Come si fa ad affrontare i folli è un’ottima domanda. Per la quale esiste una sola risposta: ascoltandoli senza ingabbiare i loro messaggi con diagnosi difensive o prudenti farmacoterapie. Si ascolta un delirio cercando le realtà da cui ha avuto origine. Lo si analizza come la fuga comprensibile da una realtà subìta come intollerabile e violenta. Lo psichiatra deve distogliere il malato dalla letteralizzazione del sintomo per portarlo alla metafora della sua rappresentazione, proprio attraverso le vie molteplici della scrittura. Riproviamo a leggere Campana e sentiremo sia i rintocchi funebri del sintomo che le felicità ariose di un’invenzione irregolare. Ogni vera scrittura cerca l’impossibile, e quindi è una forma di follia irriverente a ogni canone. Ma qui occorre distinguere tra sofferenza psichiatrica – bloccata in dolori immutabili – e mobile immaginazione poetica, che traversa i confini.

Che rapporto c’è, a tuo avviso, tra scrittura e follia? Secondo Norman O. Brown, un po’ romanticamente, i folli “soffrono della verità” e i poeti, per natura, sono un po’ folli: è così?

I folli, è vero, ‘soffrono della verità’. La sentono a un così alto grado di temperatura emotiva che spesso non evitano il caos. Ma la scrittura, se è autentica e non banale, si situa sempre nel territorio della ulteriore possibilità, è come una seconda chance rispetto alla realtà. Non si accontenta. Non ha pace. Vuole esistere contro le norme statuite. Vuole evadere dalle sensazioni prevedibili e diventare una galassia parallela. Guai se non fosse così. Non avremmo mai potuto leggere Dostoevskij o Céline. Se è vero che i poeti “sono un po’ folli”, io analizzerei proprio questa relatività, che allontana dall’assoluto del sintomo, e permette di studiare forme rigorose e nuove, che sappiano rappresentare in modo perturbante ma persuasivo le vie della sragione. Io e Lucetta Frisa, nei nostri libri scritti a quattro mani, Anime strane e Sento le voci, abbiamo registrato le voci vere dei folli con pacato realismo, esattamente come sono risuonate alle mie orecchie nel corso di quasi 40 anni di “ascolto” professionale del dolore, ma nel costruire questi due libri di racconti abbiamo dovuto inventare un ragionevole sviluppo narrativo che consentisse a quelle voci di non essere soltanto avulsi frammenti.

Nel tuo ultimo libro di poesia, “Nel fermo centro di polvere” (Il Leggio Libreria Editrice, 2018) insisti – da poligrafo – sul silenzio. “Leggere, non/ scrivere più” e poi, “Il segreto è tornare a tacere”. Parola che flirta il silenzio, presenza scritta che si avvalora nell’assenza. Epos della contraddizione. Cosa vuoi dirci, cosa significhi?

Più che un flirt, il silenzio è la necessità ultima della mia scrittura. Scrivere molto, e in molti generi, da poligrafo come giustamente sottolinei, significa paradossalmente corteggiare il silenzio. Ogni scrittura sembra cancellare la precedente, come se tutte fossero scritte nell’acqua. È ancora Walser, qui, che ci toglie la voce e scrive: «Correva dunque, e il vento gli alitava sul bel volto». Io sono un medico e uno scrittore ma talvolta mi sembra che non sia più necessario parlare o scrivere o curare. Ma sentire il vento alitare sulla faccia sì. Lo scrittore che a 78 anni cadrà nella neve e vi morrà assiderato ci conferma che il viaggio continua e che bisogna camminare ancora. Per uno che si ferma altri non lo faranno, sovversivamente pronti ad abbattere il prossimo muro. Neppure Odisseo, dopo il lungo viaggio, si fermerà stabilmente a Itaca ma sarà riafferrato dal demone del mutamento e dalla febbre del prossimo viaggio. Epos della contraddizione, sì. Non morire dentro l’unica tappa, fosse anche sublime e riconosciuta, ma cambiare maschera e proseguire.

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Babel

Isaac Babel’, il grande scrittore de “L’armata a cavallo”, è stato arrestato dal regime sovietico nel 1939 e fucilato l’anno dopo

Pubblichiamo per gentile concessione un brano da “Atti di giustizia postuma” (Matisklo Edizioni, 2014). Il racconto, intitolato “La bocca sul cuscino”, ha per soggetto Isaak Babel’.

 

La bocca sul cuscino

Ultimi appunti di Isaak Babel’ (1940 circa).

Majakovskij si ammazzò come un idiota, ma doveva rendere omaggio al suo gigantismo. Così Esenin – che, fino all’ultimo, volle bere alla feccia romantica del suo spirito. Tutte fini idiote, dove la calda e stupida vita sovraccarica di metafore la necessità di sparire. Io scompaio in silenzio. Qui, in questo letto d’ospedale, a chi mi chiede ancora dei miei racconti e del mio destino, volto la testa e non rispondo più. La fronte premuta sul guanciale, smetto di guardare. Il corridoio converge in un punto sotterraneo dove il mio nome è sillabato da un coro di voci infantili. Sono fresche e meravigliose. Mi ripagano di questo mondo di volgari assassini dove nessuno si è accorto dei ritmi che ho infuso nella grande lingua russa: grazie a me, la liturgica salmodia dei monaci, la banale cantilena dei cortigiani, la solenne parola degli zar, è esplosa in frasi fulminee come proiettili. Non per amore della lingua mi sono appassionato alle parole, ma per restituire alla memoria dell’uomo un mondo nuovo che le vecchie frasi avrebbero soltanto sfiorato: un mondo senza poeti, servi, paesaggi.

Il pensiero umano ha avuto bisogno della punteggiatura. Io l’ho trovata per lui. Ecco tutto. Ritmi barbari. Forme esatte. Nella superficie, l’anima. Nel fulmine, il tuono. Ora dimenticate il mio nome, e il nome dell’ospedale. Io chiudo qui. Non aspetto più niente. Punto. Volto testa come volterei pagina. Ecco la mia frase più breve: Isaak gira la testa e muore. Non avrete altre storie. Né un cenno del capo, né un’ombra del foglio. Muoio senza spie, la bocca sul cuscino.