“Sono attratto dal mondo sotterraneo”: Ilaria Palomba dialoga con Gabriele Galloni (che redige un manifesto lunatico del “Gallonismo”)

Posted on Giugno 25, 2019, 11:30 am
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Primariamente poeta – ha esordito nel 2017 con “Slittamenti”, l’anno scorso ha pubblicato “In che luce cadranno” – Gabriele Galloni ha sensibilità di potenza ctonia. Lo ha dimostrato, su questo foglio digitale, curando la rubrica ‘Cronache dalla fine’, micidiale ciclo di interviste a diversi malati terminali. Setacciando le loro storie, differenti e aureolate da diverse tonalità di indifferenza, Galloni sembrava, con ansia, voler scoprire i recessi della morte, i suoi sconfinamenti nella vita, mettendo un piede nell’al di là dall’al di qua. Una simile ossessione per la morte torna nel dialogo che pubblichiamo, intrattenuto con la scrittrice Ilaria Palomba a partire dall’ultimo libro di Galloni, “Sonno giapponese” (Italic Pequod, 2019), “silloge di racconti molto brevi, spesso brevissimi… a uso e consumo dei seleniti”. Entriamo dunque, nella mitologia lunare e lunatica di Galloni.   

Sonno giapponese (Italic Pequod, 2019) è un libro di racconti di genere fantastico, realismo magico potremmo azzardare, con suggestioni bibliche, in cui la morte e l’aldilà giocano un ruolo fondamentale. Hai voluto creare una continuità tra questo testo di prosa e le tue precedenti opere poetiche?

Credo di avere un immaginario ben definito; potremmo già coniarlo l’aggettivo galloniano, effettivamente. Indubbiamente una continuità c’è, ma solo per il fatto che sono stato io a scriverlo. E, francamente, non avrebbe potuto farlo nessun altro.

Dimmi qualcosa riguardo la tua fascinazione per la morte.

Ne sono affascinato come, credo, ne sono affascinati tutti gli esseri umani. Ma più che la morte, che è un dettaglio, mi interessa il morire; o quello che succede dopo. La morte, ancor prima della nascita, è la nostra prima certezza. Da bambino avevo, ricordo, una personale mitologia mortuaria. Veneravo di nascosto dai miei genitori un piccolo scheletro di plastica; mi piaceva immaginarmi nei panni (si fa per dire) di quello scheletro. Pensavo di essere io; pensavo fosse un’estensione di me, un altro me addirittura, a cui tributare doni, preghiere, etcetera. Forse è nato tutto da lì, chissà. Una volta uno scrittore mi disse: “Sei un sacerdote di Ecate, tu”. Ma più che un sacerdote sarebbe interessante provare a essere Ecate stessa. Almeno per comprendere l’ampiezza del suo orgasmo.

Come nasce Sonno giapponese e a quale dei racconti sei più legato?

La storia del libro parte da lontano. Il racconto più vecchio è del 2015; il penultimo. Quello è probabilmente il racconto a cui sono più affezionato: e forse, benché sia un fautore della finzione e non della biografia, il più biografico e personale di tutti.

Quali sono le linee guida della tua poetica?

Ecco un esauriente manifesto del Gallonismo:

1) Attrazione per il mondo al di là – o sotterraneo. Per il rimosso, il tabù, il limite. Il morire, la ritualità del morire; la Morte. I morti (of course). La civiltà dei defunti, l’architettura funeraria.

2) Ossessione per l’estate. L’estate delle piccole cittadine costiere del Lazio – Torvaianica, San Lorenzo, Nettuno, S. Marinella e via dicendo. Le notti estive, il lungomare; sic transit gloria mundi.

3) Il culto (questo sì tutto intimista) della memoria, del particolare elevato a universale.

4) Una sessualità obliqua, inclassificabile, che sia veicolo di qualcos’altro; non un fine, ma un mezzo espressivo – o un semplice incidente. Tipo voi.