“Non è il bel viso quello che si ama, è il viso che abbiamo distrutto”. Elias Canetti, lo scrittore necessario. Leggere per credere

Posted on Gennaio 24, 2020, 7:19 am
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Improvvisamente, ho capito che Elias Canetti è lo scrittore fondamentale del secolo scorso. Certo, è una asserzione assoluta, forse cretina, questa. Di solito, preferiamo, con giustizia, leggere altro, darci al romanzo – che sia James Joyce o Philip Roth – oppure alla filosofia, a seconda dell’umore, delle singole convinzioni che ci convincono di condurre una esistenza singolare.

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Elias Canetti è uno scrittore per esseri umani compiuti: se si costringe al romanzo è per infrangerlo, per svuotarlo di senso narrativo; se indugia nel saggio – Massa e potere – è per svelare la ferocia del marchingegno storico, la corruzione che agita l’uomo vanificandone gli sforzi, il concetto che l’uomo, in fondo, si riduce a mordere più che a verbalizzare poemi, che la sua intelligenza è nei denti e negli occhi più che nel cervello. Ma che scrittura straordinaria, quella di Canetti: asciutta e cinica, senza sfibrata accademia, come uno storico bizantino che ghigna immaginando le persecuzioni e le perversioni di cui è campione il suo sovrano. Allo stesso modo, Canetti è selvaggio: ha l’autorità di un volgarizzatore di Plotino e la nitidezza di uno che incide su pietra.

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Non nega la gloria e dice il fango, Canetti. Che sia sostanzialmente inattuale, rispetto a troppi cialtroni del verbo, è il metro della nostra ignavia – non siamo in grado neanche di essere decadenti, di cadere, hanno digitalizzato perfino l’abisso. Non tanto Auto da fé – che si cita per dimostrare di aver letto qualcosa oltre il consueto – ma la trilogia autobiografica La lingua salvata, Il frutto del fuoco, Il gioco degli occhi è una perla narrativa, un’opera fondamentale. Canetti è un cacciatore d’anime, ha sguardi da cecchino, descrive il labirinto delle relazioni umane con genio da Dedalo. Per paradosso, è come se gli uomini esistessero perché c’è lui, monolitico, infine, all’apparenza, innocuo, a raccontarli. L’istante narrativo in cui Elias Canetti, insieme a Hermann Broch, si tormentano con la domanda capitale, “esisteva un uomo buono?”, è memorabile. La domanda – “gli mancavano certe qualità che servivano da molla agli altri?” – presuppone che l’uomo sia naturalmente creato alla malvagità. Sviscerando la domanda, con violento candore da esegeta biblico, Canetti incontra il fatidico “dottor Sonne”, dandone una descrizione indimenticabile. Il primo aspetto che colpisce Canetti di questo stralunato sapiente, poeta abortito, edotto in tutto, l’incarnazione del ‘giusto’, è che “c’era l’assenza di ogni riferimento personale. Sonne non parlava mai di sé. Non diceva mai niente in prima persona”.

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Forse imitando il fatidico Sonne, Canetti, ricevendo il Nobel per la letteratura, è il 1981, fece quattro passi indietro. Prima accennò a tre città – Vienna, Londra, Zurigo – “divinità cittadine speciali… che si distinguono per minaccia, incommensurabilità, trasfigurazione”. Poi accenna all’Europa – “mi auguro… un tempo così benedetto che al mondo nessuno più maledica il nome dell’Europa” – infine a “quattro uomini appartenenti all’autentica Europa, e da cui non voglio separarmi”. I quattro sono: Karl Kraus – “il più grande satirico in lingua tedesca” –, Franz Kafka – a cui Canetti dedica un libro importante, L’altro processo. Le lettere di Kafka a Milena –, Robert Musil – “mi ha sempre affascinato, forse soltanto ora sono in grado di afferrare completamente il suo lavoro” – e Hermann Broch. “Per me, è impossibile, oggi, non pensare a questi quattro uomini. Se fossero ancora vivi, è chiaro, uno di loro dovrebbe essere al mio posto, qui”. Nella gratitudine è il paradigma del genio.

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Canetti ci pone nel quarzo della contraddizione: non bisogna credergli, ma accettarlo – con l’accetta.

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E cosa importa se uno scrittore non incarna i suoi scritti?, l’importante è che essi si intaglino in noi, ci scarnifichino, fino all’inchino supremo, allo scalpo.

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Allo stesso tempo, varcando in latitudine tutto il Novecento – nato nel 1905, muore nel 1994 – Canetti sfascia il diletto filosofico, sconfigge l’illusione romanzesca, scandisce di ruderi il millennio prossimo. Proprio così. I suoi quaderni, gli abbozzi di romanzi sfiorati, sfrontati, gli aforismi che celano galassie, i paragrafi visionari e violenti, costituiscono una specie di Pompei marziana, disseppellita nel 2200, d’imperiale potenza eppure fugace come un miraggio. Masticare gli episodi verbali di Canetti – “La loro libertà e spontaneità, la convinzione che i quaderni stessero a sé e non servissero ad alcuno scopo, l’assenza di responsabilità, per cui non li rileggevo mai e non vi correggevo nulla, mi salvarono da un irrigidimento fatale” –, ammetto, è una specie di rito, un veleno con cui desidero inquinare i miei giorni. Il fatto che i testi ‘laterali’ di Canetti siano il cuore della sua opera, che lo spontaneo – cioè: il vitale – ne sia il carisma, e l’irresponsabile la formula estetica li pone nella teca del sacro – e dunque, del dissacrante.

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I quaderni di Canetti – lettura da bisbigliare in sprezzo agli archeologi della letteratura – sono editi da Adelphi, in tomi come Il cuore segreto dell’orologio, La tortura delle mosche, La provincia dell’uomo. Quest’ultimo, in particolare, procede a corrodermi, promette provvidenziali vertigini. Va aperto a caso, letto ovunque, sulla tazza del bagno o sul posto di lavoro, guardando il prossimo con acida superiorità, certi del proprio niente. (d.b.)

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Solo un’immagine può piacere interamente, mai una persona. Origine degli angeli.

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Dio è il più grande atto di superbia dell’uomo; e quando egli l’avrà espiato, non ne troverà mai uno più grande.

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Le cariche onorifiche sono per gli imbecilli; meglio vivere nella vergogna che negli onori; soprattutto, niente onorificenze; libertà ad ogni prezzo, per pensare. Gli onori sono appesi come arazzi sugli occhi e sulle orecchie; chi riesce più a vedere, a sentire! Negli onori asfissiano i sogni e si disseccano gli anni buoni.

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La morte la voglio seria, la morte la voglio terribile, e che il punto più terribile sia quando non c’è più da temere se non il nulla.

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Non è il bel viso quello che si ama, è il viso che abbiamo distrutto.

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La cosa più stupida sono le rimostranze: c’è sempre qualcuno verso il quale nutrire rancore. Capita sempre che l’uno o l’altro ci abbia offeso. Capita sempre che l’uno o l’altro ci abbia fatto un torto. Cosa gli è saltato in mente, che vuol dire questo e stavolta non la passerà liscia. Questa piccineria sciocca continua a frullarci in testa; piccineria, perché riguarda soltanto noi stessi, e anzi solo una minima parte della nostra persona, i suoi confini sempre artificiosi. Di tali rimostranze la vita si riempie come se fossero prove di saggezza. Invadono tutto come cimici, si moltiplicano più in fretta dei pidocchi. Si va a dormire con loro, ci si sveglia con loro; la ‘vita di relazione’ degli uomini non consiste d’altro.

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Nel silenzio, di notte, quando dormono tutti coloro che conosce bene, diventa un uomo migliore.

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Dell’aldilà è rimasto il nulla, la sua più pericolosa eredità.

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Le costellazioni erano state concepite come fossero dei consigli, ma sono consigli che nessuno ha mai capito.

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Da quando ho visto l’andatura di un ghepardo, questa ebbrezza del movimento mi ha assalito. La bellezza fisica noi la percepiamo innanzitutto negli animali. Se non ci fossero gli animali, nessuno più sarebbe bello.

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Poiché senza parole non mi è dato di esistere, devo conservare fiducia nelle parole, e posso farlo soltanto se non le travesto. Ogni pretesa esteriore che sia basata sulle parole mi è dunque impossibile. Posso scriverle e conservarle in qualche posto, al riparo. Non posso gettarle in faccia a nessuno, né esercitare con essere alcun commercio. Mi ripugna anche soltanto mutare in esse qualcosa, una volta che sono state scritte. Tutte le chiacchiere sull’arte, specialmente quelle provenienti da chi ne pratica una, mi riescono insopportabili. Mi vergogno per costoro come per i ciarlatani, con la differenza che questi ultimi sono più interessanti. I libri mi sono sacri, ma questo non ha nulla a che fare con la letteratura, tanto meno con quella che scrivo io. Molte migliaia di libri sono per me più importanti dei pochissimi che ho scritto. Di fatto, ogni libro è per me la cosa più importante, in un modo fisico, che mi è difficile spiegare. Detesto la bellezza irreprensibile della prosa troppo consapevole… La bella prosa, che si muove nella sfera delle rimasticature e delle copie, è simile a una sfilata di moda della lingua, continua a girarsi e rigirarsi, non riesco nemmeno a disprezzarla.

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Tutto è meglio dell’io, ma dove metterlo?

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Il buddismo non mi soddisfa perché rinuncia a troppo. Non dà una risposta alla morte, la aggira. Il cristianesimo ha comunque posto al centro il fatto del morire: che altro è la croce? Non c’è nessuna dottrina indiana che veramente tratti della morte, perché nessuna si è posta assolutamente contro di essa: la vita, mancando di valore, ha sgravato la morte. Rimane ancora da vedere quale fede sorga nell’uomo che vede e riconosce l’enormità della morte e le nega ogni significato positivo. L’incorruttibilità che presuppone una tale concezione della morte finora non è mai stata raggiunta: l’uomo è troppo debole e abbandona la lotta prima di avere preso la decisione di cominciarla.

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Tutto quello che si è dimenticato grida aiuto nel sogno.

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Mi interessano gli uomini vivi e mi interessano i personaggi. Detesto gli ibridi fra le due cose.

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Improvvisamente fu la fine di ogni fede. Un senso di infinita felicità si diffuse tra gli uomini. Ognuno danzò fino a crollare esausto. Ma poi, sempre da solo, qualcuno si risollevava. Il sole brillò più forte. Ma l’aria era sottile. Il mare divenne incomprensibile.

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Mistica: lo svelarsi è avvenuto una volta per tutte. È sempre lo stesso svelarsi. Avviene senza avvenimenti. Non può tirarsi indietro.

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Il prestigio che gli scrittori ricavano dai loro martiri: da Hölderlin, da Kleist, da Walser. Così, con tutte le loro pretese di libertà, apertura e invenzione, non sono nient’altro che una setta. Io sono stufo di approfittare di questa gran boria degli scrittori. Non sono ancora nemmeno un uomo.

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Ogni scrittore che si è fatto un nome e tiene ad affermarsi sa molto bene che, appena lo fa, cessa di essere scrittore, perché allora amministra una posizione sociale come qualsiasi borghese. Eppure sa di alcuni scrittori che erano scrittori e basta, fino a tal punto che proprio non riuscivano in alcun modo a sostenersi nella società. Finiscono spenti e soffocati e hanno la scelta fra un vivere di peso a tutti, come mendicanti, e il manicomio. Chi sa farsi valere sa anche che quegli scrittori erano più puri di lui, e sopporta mentalmente di averli vicino a lungo, ma è senz’altro disposto a riverirli al manicomio. Essi sono le ferite distaccate dal suo corpo, e come tali continuano a vegetare. È edificante osservare e conoscere le proprie ferite, purché non le si sentano più sul proprio corpo.

Elias Canetti

*I testi sono tratti da: Elias Canetti, “La provincia dell’uomo”, Adelphi, 1978; traduzione italiana di Furio Jesi