César Mermet, il poeta infinito. In vita non pubblicò nulla: fu il mito di Jorge Luis Borges. E il cantore di Carlos Monzón

Quasi una storia natalizia. Muore 40 anni fa un ‘classico’ della poesia argentina. Poeta da quando aveva 17 anni, decise di non pubblicare un verso, ossessionato dalla perfezione. Nel 1980 fu esaltato da Borges: “Ha preferito sognare, scrivere e correggere bozze infinite”

Posted on Dicembre 24, 2017, 10:37 am
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Strana aria a Buenos Aires durante i Mondiali di calcio del 1978. L’Argentina che vince l’Olanda in finale e ottiene il primo alloro planetario vive sotto il tallone del regime militare di Jorge Videla, sommersa dalla propaganda calcistica e da qualche timida sommossa da parte degli intellettuali europei – un tentativo di boicottaggio con petizione firmata, tra gli altri, da Roland Barthes, Jean-Paul Sartre, Yves Montand. L’anno prima le Madri di Plaza de Mayo cominciano a far esplodere la loro voce, penetrante, ma la stampa è attenta soltanto a elogiare un baby fenomeno, Diego Armando Maradona, che fa il suo esordio in nazionale. Tuttavia, nel ’78 il ‘Pibe de Oro’ non c’è, a fare la parte del leone sono Mario Kempes e Daniel Passarella, l’Italia di Paolo Rossi, quarto posto, prende le misure per il Mondiale di Spagna. Nell’incuranza della Storia e della stampa, quell’anno, durante i Mondiali di calcio, muore, a 54 anni, César Mermet, nome che svirgola come una lucertola, il grande mistero della letteratura sudamericana, quasi una Emily Dickinson argentina. Proprio durante i Mondiali di calcio, tra la febbre dei tifosi e il dolore degli oppressi, César Augusto Rolando Mermet, classe 1923, nato in un sobborgo di Santa Fe, Malabrigo, 7mila abitanti – oggi – e tonnellate di noia – oggi come allora – figlio di un ingegnere ferroviario, intima alla moglie di lasciare una cassa al suo amico Félix della Paolera. Félix è una specie di turbinoso Zelig della letteratura argentina: giornalista, traduttore, poeta all’occasione, per quasi quarant’anni ha condiviso il pranzo con Jorge Luis Borges, quando aveva qualche dubbio filosofico scriveva a Martin Heidegger – ottenendo risposta – e se era colto da vizi alcolici, faceva una telefonata a William Faulkner, con cui ha scambiato più di un drink. Può darsi che agli occhi di Félix, César Mermet apparisse come un personaggio estratto dai sogni di Borges, l’ombra di un’ombra del caso che s’incarna in un volto, fuggevole, fuggitivo.

César Mermet

Lui è César Mermet (1923-1978): una vita a scrivere senza pubblicare un rigo

Di Mermet si conoscono alcuni dati piuttosto elusivi. Nel 1944, a Paraná, comincia a trafficare con la radio, esperienza che continua a Rosario e a Buenos Aires, dove si trasferisce dal 1956. Nella capitale, Mermet fa il consulente creativo per una agenzia pubblicitaria e lavora alla televisione, su Canale 7, per cui scrive dei programmi. Ciò che colpisce di Mermet è il talento linguistico, naturale e bulicante. In effetti, Mermet è poeta. Lo è da quando è adolescente. Solo che Mermet è, soprattutto, un tipo strano. Nel 1951, a 28 anni, vince un premio per la poesia inedita, a Mendoza. Ogni poeta, sbavando per la fama, avrebbe usato i soldi per farsi pubblicare il libro. César no. Con i soldi si paga un lungo viaggio in Cile. Per questo, quando Félix, fiuto fine per la letteratura buona, un po’ dandy, gran conversatore, apre la cassa che gli viene recapitata dalla moglie di Mermet – sposata a Mendoza, sull’onda della gioia per il premio di poesia, e da cui ha due figli – sa già cosa attendersi. Un vagone di testi inediti. Testi straordinari, raccolti in faldoni dal 1965. E del tutto inediti. Félix è uno dei rarissimi lettori di César, forse l’unico. “César diceva che ero il suo unico lettore; probabilmente era così, ma l’aveva deciso lui, per due volte ha desistito dal pubblicare alcune poesie che avevamo scelto insieme. Perché non ha pubblicato? Continuava ossessivamente a correggere le sue poesie, un compito che si ramificava all’infinito. César preferiva scrivere al pubblicare, preferiva silenziarsi lavorando all’arborescente revisione della sua opera, e esiliarsi dal mondo intellettuale, lavorando in segreto”, ha detto Félix, custode dell’opera di Mermet, che ha deciso di rendere pubblica, almeno in parte, attraverso un sito dedicato. Dieci anni fa vede luce una Antología ragionata dei testi di Mermet, curata da Félix e da un gruppo di lavoro specifico: “all’improvviso, ebbi l’occasione fortunata di ripetere il lavoro di Max Brod, anche se in questo caso dovevo affrontare scritti decisamente più indecifrabili di quelli di Kafka”. I manoscritti di Mermet, in effetti, sono un terreno di guerra: intorno al dattiloscritto fioriscono cancellature, abrasioni, appunti, correzioni in corsivo, simili a elementi barbarici, a granate di scrittura etrusca. Già allora, tuttavia, Mermet è inserito, timidamente, nelle antologie dei ‘classici’ d’Argentina. La prima placca postuma, che raccoglie le poesie giovanili, La lluvia y otros poemas, fu pubblicata infatti nel 1980, con uno scritto di Jorge Luis Borges, che in Mermet vedeva una specie di gemello ustorio. “In una delle sue lettere, Emily Dickinson ha scritto che pubblicare non è la parte essenziale del destino di un poeta”, scrive Borges, “non sappiamo se César Mermet abbia letto questa scandalosa affermazione, ma la sua vita la conferma. Ha preferito sognare, scrivere e correggere bozze infinite. Ho parlato un lui un paio di volte; non mi ha mai detto che era poeta. Era un lettore curioso, la sua memoria era popolata di versi. Forse pensava che pubblicare è rassegnarsi a un testo definitivo. Non dirò che fu un grande poeta perché, in questo caso, l’epiteto sminuisce il sostantivo. Dirò qualcosa di più, dirò che fu pienamente un poeta”. Sembra, davvero, la didascalia di un racconto tipicamente borgesiano: il poeta che corregge all’infinito la stessa poesia, incompiuta perché tesa verso gli assoluti. César Mermet, agli occhi di Borges, è l’emblema della biblioteca infinita, dell’opera inafferrabile; nelle parole del grande scrittore, pare risuonare un trasalimento d’invidia.

Davide Brullo    

 

In attesa che venga pubblicato in Italia, pubblichiamo in anteprima un testo di César Mermet dedicato al pugile argentino Carlos Monzón

 

Carlos Monzón

Se uno ci pensa bene, non è altro che uno smilzo. Ha l’aria maldestra dello smilzo comune, quello robusto “per ora”. Sì, è vigoroso, però innanzitutto è uno smilzo. Ostenta un’aria burbera di fame infantile, tardivamente ripagata, ma mai cancellata. Muscoli longilinei, scapole alate confitte come alti monconi di ali recise a un angelo caduto… nella miseria, per lungo tempo. Gomiti lunghi come quelli di una pavoncella gigante e clavicole evidenti, da anemico che non dimentica; costole patetiche e la goffaggine priva di grazia dello smilzo lungo, mascherato da uomo potente, pieno di soldi. E adesso è lì, si muove. Guardi come colpisce, come fosse fuori ripresa, come se perdesse due battute del ritmo del rivale. Guardi come lancia un sinistro, all’apparenza troppo scontato, ma che dopo due vane schivate dell’avversario, si troverà lì, dov’è la sua mandibola, esattamente dove arriva la mazza ferrata del suo guantone. Non sferra colpi qui e ora. Preme il grilletto adesso per colpire dopo; come l’artiglieria, la sua balistica traccia un grande arco nel tempo. E contempli come il colpo sembri avanzare con forza, non come un fulmine. Ma è un fulmine. Un fulmine durante una mareggiata. Il colpo erosivo dell’acqua dolce del fiume. Un colpo dritto, alto, logorante e agile, come una mareggiata notturna. Monzón è un barcaiolo di fiume che fa il pugile. Faccia attenzione al suo stile da vogatore, che avanza a braccia distese. Ora osservi bene quanto immoto sembri il suo movimento. Un centro immobile. Compie la sua danza e combatte in equilibrio, come fermo sopra una canoa. Vive al rallentatore, in un tempo che confonde il rivale. Il fatto è che la sua lentezza è accurata. La sua è la placida calma del fiume. Vigore sommerso: sopra la coda oscura, vagamente criptica; sotto l’immobile occhio del pesce desto, vigile.

Mermet y Grillo 03

1975: César Mermet insieme a Félix della Paolera, il suo Max Brod

Ma che testa strana che ha! Una frangetta aspra, liscia, velo di malumore sulle ciglia. Cuculo Guira sul cocuzzolo, come uccello d’isola. Rudi le ciglia sui suoi occhi fissi e attenti. E vale la pena dire delle sue labbra: grandi, prominenti, asimmetriche, con l’espressione del bambino a cui mancavano i denti. Appena e rozzamente, ma ride, con i movimenti incerti di un timido, un debole, ma rude danzatore nel mondo ostile. È un indio argentino che consegna giornali. Un bambino sfacciato, controcorrente rispetto ai ragazzacci tesi sotto la luna. Diffidente, prevenuto, preso a colpi da sempre. É un indio argentino di Alto Verde: isola nelle vesti di caimano che vaga alla ricerca di zanzare, sole, mate e stelle; piaga e fame e piogge orchestrali, tra il porto e il Paraná, scorcio verde ed esteso, dinanzi all’accorta e femminea città di Santa Fe. Ma guardi come gli stanno larghi i pantaloni! Le gambe fuoriescono e proseguono da sole. Gambe orfane, povere, che eppure culminano nel lieto fine di quei bianchi stivaletti di lusso. Proprio adesso è il momento in cui punta, mira e a poco a poco, con la lentezza fatale di un puma famelico, inizia la sua caccia. Adesso è l’istante in cui, giunto al momento palpabile del suo proposito, colpisce e stende il rivale. Questi si risolleva, mentre lui continua a muoversi senza foga, nell’anfibia durevolezza della sua implacabile determinazione, già volta all’epilogo. E questa è l’istantanea del momento in cui, inesplicabilmente, dubita. Colpisce e dubita. Sul finale, prima del gran finale, prova uno stupore contrariato ma infantile, di quelli forti ma feriti. Di ragazzo solo in mezzo al ring della vita, inconsapevole di ciò che arriva adesso. Da una fessura nel dubbio si nota filtrare lo sconcerto. Quando il rivale è pronto per il sonno, lui vacilla. Ma quando questi reagisce, la sua pazienza circospetta di cacciatore si trasforma in certezza distruttiva e mette in ginocchio la sorte. Lo chiamano escopeta, ma più che uno schioppo è una magica mazza india. È riuscito a dimostrare che il suo istinto primordiale è superiore alla sterile, irragionevole intelligenza del mondo della tecnica. È più duro di questo secolo. Ma non più freddo. Sì, più serio. Più tragico. Monzón non scende a compromessi. Ormai è fatta. Ha fatto una specie di giuramento con il destino. Come un fanatico scetticismo. A volte dice: “Posso battermi con chiunque”. Ma non lo dice per vanità. Lo mormora a denti stretti, con sentire letale, diretto, senza paura del proprio fato, qualunque esso sia. Si chiama Monzón. Strana cosa: un indio canoista, nome di vento rabbioso, di altri cieli remoti. Adesso lo ascolti: parla con una manioca fra i denti, imbronciato, aggressivo. Ma non gli creda. Dalle faglie sboccia e ritorna lo sporco fiore celeste del suo sorriso di bambino, il futile giacinto d’acqua. Questo tizio che viaggia molto, ha radici profonde. Non solo nella terra e nelle acque. Nel fango di Alto Verde. Sconcerta Pasolini, Yves Montand e tutta Montecarlo. Ma non i compagni di bevute. Loro sanno che Monzón ne ha ancora. E risorge. Beffa l’avversario avvantaggiandolo. Ma rinasce. Come le piene cicliche del fiume. Come il monte eterno delle isole.

(traduzione di Chiara Buzzoni con la supervisione di Mercedes Ariza)