02 Marzo 2022

“Abbassa il fucile, rifiuta di sparare”. La non violenza secondo Tolstoj

Lev Tolstoj scopre la scrittura facendo la guerra. In un celebre dagherrotipo del 1856, in divisa, avvolto nel mantello dal collo di pelliccia, il conte ha una bellezza lungimirante: il viso fiero rotto da una pallida inquietudine, la mano che sporge, allungata, nobile, verbale. Aveva 27 anni, precipitò nella vita militare, semplicemente, perché non sapeva che altro fare. Amava il gioco d’azzardo, il conte Lev, preferiva sperperarsi, percepì, distinto, tintinnante, a morsi, il nulla. L’insensatezza del vivere, il dominio molteplice del caos, l’abulia. Ventenne, aveva seguito il fratello Nikolaj nel Caucaso; lo credevano un nullafacente, un dandy. Non diede grande prova di sé: adorava la divisa dei cosacchi, l’ambiente militare, tuttavia, per contrasto, lo ispirò: prese a scrivere Infanzia che, pubblico nel 1852, fece gridare al “mirabile talento”; preferì firmarsi con le iniziali “L.N.T.”, una certa insicurezza lo attanagliava sempre. Disprezzava gli ufficiali, inetti, a suo dire, abili alla gozzoviglia, ma gli piaceva il cameratismo dei soldati, rude, e la vita all’aria aperta. Vestiva da soldato anche in città: a Bucarest, spese ciò che aveva andando a teatro, in pasticceria, al tavolo da gioco. Prendeva la guerra come una moda, una fuga, il conte. “Vivo assolutamente come un animale”, scriveva, con una specie di indomata fierezza. Lo consideravano vanitoso, insopportabile.

Come si sa, lo ‘scatto’ accadde durante la guerra di Crimea, scoppiata nel ’53. L’Impero russo si scontrava contro i turchi, appoggiati da Francia, Regno Unito e Regno di Sardegna; Tolstoj fu prima a Odessa, infine a Sebastopoli, presso la 3a batteria leggera della 14a Brigata d’artiglieria: lo animava il desiderio di “tornare alla guerra vera – come una voglia di tormenta, di riprovare a perdersi, dopo tanta vacanza. Amore del rischio, patriottismo e impulso di morte traboccarono” (Igor Sibaldi in Album Tolstoj, Mondadori, 1994). I Racconti di Sebastopoli, stampati nel 1855, gli garantiscono il primo autentico successo: in particolare, il primo ciclo – Sebastopoli nel mese di dicembre – sorprende lo zar, che “dà disposizioni affinché sia tradotto in francese e pubblicato in qualche paese neutrale, ché serva da propaganda” (Sibaldi).

Nel corso della guerra, Tolstoj non lesina critiche all’esercito russo; partecipa alla battaglia della Cernaia, che si risolve in un disastro: l’esercito imperiale si disfa – ottomila soldati morti, tra cui sessantanove ufficiali e tre generali – sotto i colpi del Corpo Sardo guidato dai fratelli La Marmora. “Mi duole pensare al luogo ove vi trovate… Suvvia, v’è un limite a tutto; non bisogna sfidare la sorte, che è fin troppo felice di deluderci a ogni passo. Sarebbe meraviglioso invece se riusciste a strapparvi alla Crimea. Avete dimostrato a sufficienza di non essere un vile; e del resto la carriera militare non fa per voi. La vostra missione è d’essere un letterato, un artista del pensiero…”, gli scrive Ivan Turgenev, genio dei salotti di Pietroburgo. Tolstoj non riuscirà ad adattarsi nella voliera di cristallo degli intellettuali russi, alcova di menzogne: proprio durante una cena in suo onore, ordita da Turgenev, manderà tutti a quel paese.

Un’altra fotografia ritrae Tolstoj in Crimea. È a Gaspra, sul Mar Nero, deve compiere 74 anni; gli hanno ordinato una lunga convalescenza, per riprendersi da diversi collassi, la malaria, un crollo complessivo di energie. Resta un uomo in guerra, un combattente: è mutato il raggio d’azione e la strategia. L’anno prima, nel febbraio del 1901, il Santo Sinodo scomunica lo “scrittore di fama mondiale, russo di nascita, ortodosso per battesimo ed educazione” che “si è levato contro Dio, contro il Cristo, contro il Suo santo retaggio” e “predica con lo zelo d’un fanatico l’abolizione di tutti quanti i dogmi della Chiesa Ortodossa”. Da qualche tempo, per ispirazione del discepolo e segretario personale, Vladimir Čertkov, erano sorte qua e là comunità di “tolstoiani”, che improntavano la vita alla povertà, all’amore per il prossimo, al ripudio dei sistemi sociali coercitivi (cioè: lavoro nelle industrie, abitare nelle città, alveari del disumano, appartenenza a qualsiasi istituzione politica o religiosa). Tra i tolstoiani più ambiziosi va ricordato Gandhi; in genere, Tolstoj guardava con sospetto queste comunità, malsopportava che i propri pamphlet occasionali diventassero un ‘sistema’, favorissero sette.

Il guerriero Tolstoj, ora, combatte contro lo zar, contro ogni nazione che per sopravvivere inaugura una guerra, contro tutti gli eserciti. Predica la non violenza, la resistenza pacifica, l’obiezione di coscienza. “Ciò che sostiene l’attuale sistema sociale è l’egoismo degli uomini che vendono la propria libertà e il proprio onore per i loro piccoli vantaggi personali”, scrive Tolstoj in un saggio del 1900, Non uccidere, ispirato dall’assassinio di Umberto I ad opera di Gaetano Bresci. “Non occorre assassinare gli Alessandri, i Carnot e gli Umberti e gli altri, ma occorre spiegar loro che sono essi stessi degli assassini, e occorre soprattutto non permettere loro di assassinare altra gente, rifiutarsi di assassinare su loro comando. Se gli uomini non agiscono ancora a questo modo, ciò si deve unicamente a quell’ipnosi in cui li tengono tanto accuratamente i loro governi, spinti a ciò da un istinto di autoconservazione”.

Nel 1902, con il Promemoria di un soldato, Tolstoj invita all’obiezione di coscienza: “Ti hanno sempre fatto credere che tu non sei responsabile di quello che può avvenire in conseguenza del tuo sparo. Ma tu sai che quella persona che cadrà dopo il tuo sparo, inondandosi di sangue, sarà stata uccisa da te e da nessun altro, e sai che potresti non sparare, e che allora quella persona non verrebbe uccisa. Cosa devi fare? Che tu abbassi il fucile e ti rifiuti lì per lì di sparare sui tuoi fratelli, non vuol dir nulla. Un domani tutto questo potrebbe comunque ripetersi e perciò, che tu lo voglia o no, devi riflettere e domandarti che cos’è mai quella qualifica di soldato che ti ha messo nella situazione di dover sparare sui tuoi fratelli disarmati… E perciò, se vuoi davvero agire come ti comanda Dio, quel che devi fare è una cosa sola: gettar via da te il nome di soldato, che è vergognoso ed è un’offesa a Dio, e star pronto a sopportare tutte le sofferenze che poi essi ti faranno patire per questo”. Scrive agli ufficiali, Tolstoj – “Non si può cancellare da un uomo tutto ciò che egli ha di umano e ridurlo alla condizione di una macchina, se non torturandolo… e facendogli patire, nel modo più raffinato e crudele, insieme alle torture, anche tutta una serie di inganni. E chi fa tutto ciò siete voi ufficiali” –, ai politici, allo zar; scrive, nel 1908, in un articolo intitolato Non posso tacere, contro la pena di morte: “Ristabilire la quiete e l’ordine significa per voi, rappresentanti del potere cristiano, funzionari, ministri, approvati e incoraggiati dai ministri della chiesa, distruggere negli uomini gli ultimi residui della fede e della morale, compiendo i peggiori delitti: la menzogna, il tradimento, ogni genere di torture, e poi l’ultimo e il più orrendo dei delitti, quello che più ripugna ad ogni cuore umano che non sia già in tutto e per tutto depravato: non l’assassinio, non un solo assassinio, ma molti, infiniti assassinii, che voi pensate di giustificare con svariati e stupidi rimandi a questo o quest’altro articolo che voi stessi avete scritto nei vostri stupidi e bugiardi libri a cui avete dato, per bestemmia, il nome di leggi”.

A molti dava fastidio il sommo scrittore tramutato in maestro spirituale, eroe di una specie di cristianesimo anarchico, a modo suo. I pamphlet – raccolti in Italia per la cura di Igor Sibaldi in Perché la gente si droga?, Mondadori, 1988 – venivano divulgati clandestinamente. Giuseppe Romualdi, avvocato, giornalista, commediografo, socialista, scrisse, sul numero speciale de “Il Giornale d’Italia” del 21 novembre 1910, che “Ricordando la vita di Tolstoj inevitabilmente il pensiero ricorda la vita di San Francesco d’Assisi. Comune all’uno e all’altro una giovinezza ardente, avventurosa, gioconda; comune l’improvviso pentimento, comune il desiderio di umiltà, di povertà, di sacrificio”. Romualdi accennò, beccando giusto, anche all’“ascetismo nichilista” di Tolstoj. Braccato dal nulla, lo scrittore lottava, di getto, sbrindellato. Nel pieno delle battaglie, nonostante gli onori e le buone evangeliche intenzioni, sussurrava al suo diario la “quieta disperazione” che lo agguantava ovunque, di continuo: “ho voglia di scappare, di scomparire per sempre”.

Gruppo MAGOG