“La libertà d’espressione non si lottizza. Trovo la letteratura antisemita noiosa, ripetitiva, spesso idiota, ma i famigerati pamphlet di Céline vanno pubblicati”. Una intervista ad Alain de Benoist

Posted on Agosto 08, 2020, 8:38 am
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Si è più abituati a vedere Alain de Benoist prendere posizione intorno a questioni filosofiche o politiche, ma ciò non toglie che anche qui sappia quel che dice. Non ha forse scritto Céline et l’Allemagne, 1933-1945: une mise au point [Céline e la Germania, 1933-1945: una messa a punto], oltre che una Bibliographie internationale de Céline [Bibliografia internazionale di Céline]?

I pamphlet di Céline meritano che li si rilegga allo stesso titolo dell’insieme dell’opera?

Perché non lo meriterebbero? In realtà, personalmente non ho una grande predilezione per i pamphlet. Ho letto con piacere quelli di Léon Bloy, di Emile Pouget o di Jean Cau, per citarne alcuni, ma sul piano generale preferisco le dimostrazioni alle esclamazioni, e tantomeno le eruttazioni, anche se talentuose. Trovo del resto la letteratura antisemita noiosa, ripetitiva e il più delle volte estremamente idiota. Tuttavia non mi rammarico di aver letto i pamphlet di Céline, cosa che d’altra parte ho fatto abbastanza tardi. Perché? Semplicemente, perché c’è del Céline in essi. Anche quando redigeva delle posologie di farmaci, Céline faceva del Céline. Quando si ama lo stile di Céline, si raccolgono anche le briciole più piccole, per quanto controverse.

Siete tra quelli che ritengono sia il tempo di ripubblicarli?

Non so se sia il tempo, ma non vedo proprio per quali ragioni non lo si possa fare. La libertà d’espressione non si lottizza. Chi si oppone a questa ristampa lo fa in generale per delle ragioni morali (“l’antisemitismo è sbagliato”). Io, sono tra quelli che non tengono in alcun conto la “morale”, quando si parla di letteratura. Nel caso specifico, d’altra parte, i nostri moralisti sono fuori strada. Non è con dei pamphlet che si formano delle convinzioni personali. Nessuno è mai divenuto antisemita leggendo La bella rogna o Bagatelle per un massacro – come nessuno si è mai convertito al “razzismo” dopo aver letto Tintin in Congo! Il dramma è che noi contemporanei vogliamo assolutamente leggere le opere del passato con le lenti dell’oggi. Questa lettura anacronistica contrasta con l’accoglienza che fu riservata ai pamphlet alla loro pubblicazione. Leggete il saggio di André Derval su L’accueil critique de Bagatelle pour un massacre [La ricezione critica di Bagatelle per un massacro] (Écriture, 2010), che riunisce particolarmente gli articoli di Marcel Arland, Jean Renoir, Victor Serge, André Gide, Emmanuel Mounier, etc. Avrete delle sorprese! [Il libro, pur essendo un successo di vendite con 86.000 copie vendute – numeri tuttavia di gran lunga inferiori al Viaggio al termine della notte – suscitò un vivo dibattito critico-letterario tra favorevoli e contrari, anche all’interno del milieu di destra e conservatore, NdT] I pamphlet cadranno in ogni modo nel pubblico dominio tra poco tempo. E oltre le versioni che circolano su Internet, sono anche stati oggetto di numerose ristampe “selvagge”. In merito a Bagatelle, nella bibliografia che ho dedicato a Céline, elenco cinque o sei edizioni pirata in lingua francese uscite dal 1945 in poi.

Lei è più un raccoglitore bulimico di testi a stampa che non un cacciatore di libri rari. Céline fa sicuramente parte degli autori dei quali colleziona pressoché tutto, comprese le traduzioni nelle lingue più improbabili. Eppure, la si crede più vicino a un Montherlant o a un Drieu la Rochelle che a Céline…

Non si sbaglia. Ammiro incondizionatamente l’opera di Céline, ma mi sento molto lontano dal personaggio. Amo il medico dei poveri, ma non lo scrittore lagnoso, ossessionato dai soldi, restio ad assumersi le proprie responsabilità.  Anche il suo stile non corrisponde che ad una sfaccettatura della mia sensibilità.  Amo ugualmente, ma per ragioni differenti, il grande stile classico. E infatti, con Drieu o Montherlant (più il primo che il secondo), mi sento più a mio agio. Céline è stato tradotto in quasi tutte le lingue, il che è paradossale quando si sanno le difficoltà alle quali tutti i traduttori della sua opera si trovano immancabilmente a confrontarsi. Viaggio al termine della notte, per esempio, è stato tradotto in 61 lingue diverse, tra le quali il giapponese, il serbo-croato, lo sloveno, il greco, il catalano, il cinese, il coreano, il basco, il farsi, il bulgaro, il vietnamita, il lituano, l’albanese, il turco, il georgiano, lo slovacco, il macedone, senza dimenticare l’ebraico e l’esperanto. E per finire di rispondere alla vostra domanda: no, non possiedo tutte queste edizioni!

*Intervista raccolta da François Bousquet, in “Éléments” n°185, agosto-settembre 2020. Traduzione di Andrea Lombardi (qui in una discussione céliniana ricca di spunti, libri, edizioni rare)