“Il bosco sta lì indipendentemente da noi: ci precede e ci sopravviverà”. Tre domande a Sandro Campani

Posted on Giugno 25, 2020, 9:53 am
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“Il Paese”: quasi un personaggio, come nel precedente romanzo Il giro del miele. È il luogo dell’appartenenza in senso positivo e negativo: se da un lato il paese dà una dimensione, dall’altro chiude altri orizzonti. Che “paese” è quello del romanzo I passi nel bosco?

È, come per tutte le mie storie, un paese immaginario in una valle immaginaria dell’appennino Tosco-emiliano. Ma, a pensarci, è una dimensione su cui non ho mai ragionato, ed è buffo, perché ci sono cresciuto, in un paese, fatto di borgate sparse e piccolissime (che d’inverno erano praticamente vuote, alla completa mercé di noi bambini, e d’estate si riempivano di villeggianti). La dimensione del paese come centro in cui vedi costantemente chi c’è davanti al bar, sai tutto di tutti, e ti senti oppresso dal costante controllo dello sguardo degli altri, l’ho provata soltanto di striscio, quando si andava “a corte”, e cioè nel centro della mia frazione; e pensando al fatto che da questo me ne sono andato (visto che abito in un luogo relativamente più comodo alla città, adesso, ma molto più isolato) mi verrebbe da dire che il paese non scaturisca da quello che scrivo come analisi consapevole di una presenza, ma quasi trasudando, perché a un paese appartieni anche senza volerlo né saperlo. È un rapporto che non puoi risolvere: o ti ci schiacci dentro e ne subisci la grettezza, o ti ci assesti e ne riproduci la grettezza, o te ne vai: e se te ne vai, resti strappato in due e sradicato; sempre fuori posto. Non riesci a stare in un posto più grande: l’inutilità, la fatuità affannata del grande e del veloce ti sono chiare; il non senso di tutto ti è chiarissimo. Per questo agli altri Luchino fa paura: perché in mezzo a questo non senso, a questa grandezza, alla casuale intercambiabilità degli orizzonti, Luchino ci sguazza.

Possiamo dire che protagonisti sono due, Antonello e Luchino: due personaggi antitetici. Spietato nel suo bisogno di affermazione il primo, libero e anticonformista l’altro. Luchino è ciò che tutti vorrebbero essere, l’unico che dal paese va e torna. Quale la dinamica di questi due protagonisti così diversi?

Luchino è quello che si prende distrattamente tutto perché non dà importanza a nulla; quello la cui assenza incanta, quello che viene coccolato da tutti, che riceve tutto in dono perché non chiede niente: è un po’ come la parabola di Gesù sui gigli del campo e gli uccelli del cielo: il Signore non pensa forse a loro? Antonello è l’opposto: la conquista rabbiosa di una posizione, il definirsi attraverso il potere e la presenza; Antonello c’è sempre, sempre, sempre. Presidia il suo territorio, costringe gli altri a subire la sua stella. Colpo su colpo ha accumulato la sua roba, il suo giudizio utilitaristico sul mondo e sulla gente; eppure Antonello sa che di fronte alla noncuranza di Luchino, perderà. La partita che c’è per lui, non c’è per l’altro: Luchino puoi persino lasciarlo pestare a sangue, denudare e buttare in un roveto, ma non otterrai niente: lui fluttua in un’altra dimensione, e tu rimani frustrato. Antonello, dentro di sé, capisce di essere un perdente. Questo scarto che gli brucia dentro ne fa probabilmente il personaggio più complesso del romanzo, quello a cui in fondo è affidato il ruolo dell’antagonista in un duello. Anche l’uso dello spazio lo rimarca: Luchino non è in nessun luogo ma aleggia nei discorsi di tutti, le voci si alternano, e girano in tondo, mentre Antonello rimane da solo, a chiudere il libro con una tirata, accerchiato dagli altri, che non sanno niente di quello che gli si è incancrenito dentro e lo fa star male, ne vedono solo gli effetti: pare che a loro interessi soltanto di vederlo cadere, e lui lo sa. C’era una storia di Topolino in cui Zio Paperone si innamorava di un cane da corsa, e vedendoci un profitto lo strappava al suo proprietario, in campagna; lo portava a gareggiare nelle grandi occasioni; alla fine tutto si risolveva in una grande tristezza, il cane veniva riportato indietro, e Zio Paperone diceva: preferisco che sia il campione del suo paesino, piuttosto che uno fra i tanti in città. Per tornare al paese: Luchino è andato, Antonello è restato; lui è il campione nel suo paesino: il prezzo è di essere odiato da tutti, e incompreso.

Il bosco: si potrebbe definire un altro protagonista della vicenda. Ha una voce. La lettura del romanzo mi ha riportato a un autore, Thomas Hardy, e al suo Nel bosco. In quest’ultimo la natura è simbiosi, vita. Com’è invece il bosco nel tuo romanzo?

È quello, e anche altro. Gli possiamo attribuire un aspetto salvifico, ad esempio, ma il bosco non sta lì per controbilanciare la nostra perdizione e il nostro esserci votati al demonio della vita accelerata, a ricordarci le cose positive, il contatto con la natura, eccetera; queste sensazioni possiamo sentirle, ma il bosco sta lì indipendentemente da noi: ci precede e ci sopravviverà. Contiene una quantità di cose sconosciute che sono al di sopra della nostra portata; contiene un tempo molto più lungo del nostro, e più certo; un tempo che va indietro a quando noi non avevamo nemmeno consapevolezza di esistere, e un tempo che continuerà quando saremo morti. Per questo possiamo cercare nel bosco tutti i segni che desideriamo, ma il punto è che non esiste in relazione a noi: esiste al di là di noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di metterci in relazione con il bosco – e ciascuno dei miei personaggi lo fa a suo modo. Quello che succede in Appennino, ma credo ovunque in montagna in questo tempo, è che il bosco sta tornando a riprendersi gli spazi che l’uomo gli aveva strappato a fatica: se guardi le valli dall’alto, e le confronti con foto anche solo di dieci anni fa, per non parlare di trenta, vedi che il verde scuro si sta richiudendo sul verde chiaro dei prati. I prati coltivati erano il segno dell’uomo che viveva e lavorava quotidianamente qui; il bosco non più manutenuto, disordinato e sporco, è quello che succede quando l’uomo se va. La comunità umana sparisce, i paesi si spopolano. Non è mia intenzione dare del bosco un’immagine rassicurante; quello che fanno i personaggi del libro è cercare di pulire e riassestare un luogo che era allo sbando: per qualcuno di loro è un compito puramente pratico, uno ha un rapporto animistico con un albero in particolare, per qualcun altro quel taglio significa tenere vivo il ricordo di un morto. Per Luisa, sì, è una presenza piena di simboli e di sinestesie, da cui lei si lascia prendere, ma accetta di non poter capire: in questo, forse, il rapporto di Luisa con il bosco è il mio.

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Lui è Sandro Campani; photo Pietro Campani

La mia lettura. Vivo in una casa isolata, vicina a un bosco, pertanto ho respirato il romanzo di Sandro Campani dalla prima all’ultima pagina. Per goderne della lettura però non bisogna per forza aver fatto una scelta così estrema: sono la parola e la storia la vera forza di questo romanzo;  ascoltiamo le diverse voci dei personaggi le cui azioni, i cui pensieri, sono determinati da un personaggio che non c’è, che tutti – per un motivo o per un altro – aspettano: Luchino. Ma arriverà Luchino? Chi lo sa, Luchino è imprevedibile.

C’è il paese-mondo, luogo nel quale tutti si conoscono, dove gira la giostra dei sentimenti e dei rapporti (l’invidia, l’amore, l’inganno, la disillusione, l’incapacità, il fallimento) e dal quale si vorrebbe fuggire senza riuscirci perché non tutti sono coraggiosi come Luchino. Il paese che somiglia alla stanza che abitavamo da ragazzi nella quale mettevamo i poster che amavamo, dove dormivamo la notte stipando i nostri sogni sul cuscino, ma che poi odiavamo di giorno, quando gli adulti invadevano i nostri spazi con le loro parole, i loro rumori, e gli umori. Il paese e il suo bar, quello dove tutti si incontrano, epicentro dei racconti e dei pensieri, il punto di osservazione dell’esistenza propria e altrui, il posto dove scegliere di raccontare menzogne o dire la verità. E sopra ogni cosa, là, in alto, il bosco, che tutti frequentano per il taglio, ma che nessuno possiede: rimane misterioso, bello e imprendibile, come Luchino. Una storia che rivela un autore sensibile e alchemico (come già per il precedente romanzo Il giro del miele), che sa usare alla perfezione gli ingraggi della narrazione e della lingua, provocando meraviglia.

Nel bosco puoi riconoscere i segni, ma soltanto se lo conosci a fondo, come Luisa, la prima “voce” del romanzo che pronuncia le parole incipit del romanzo: Io temo l’odore dei salici, amo quello delle querce; riconosco i passi di Luchino sulle foglie”. Luisa che sa riconoscere i passi di Luchino non dalla sua camminata, ma dai suoi “piedi”, ovvero dai suoi Passi nel bosco.

L’autore. Sandro Campani vive e lavora in un paese dell’Appennino tosco-emiliano, dove è nato nel 1974. Ha pubblicato È dolcissimo non appartenerti piú (Playground 2005), Nel paese del Magnano (Italic Pequod 2010) e La terra nera (Rizzoli 2013). Per Einaudi ha pubblicato Il giro del miele (2017) e I passi nel bosco (2020).

Daniela Grandinetti

*In copertina: Isaac Levitan, “Foresta”, 1885-1889