Borges con la pinta di birra scozzese che sogna Alessandro Magno (o: per i 35 anni di “Atlas”)

Posted on Febbraio 21, 2019, 7:36 am
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Della cosa più felice che mi lega a lui per ora taccio – è certo, però, che Atlas, pubblico nel 1984, due anni prima della sua morte, è stato scritto quando il mignolo di Jorge Luis Borges sapeva tramutare ogni fatto in enigma, ogni evento casuale in emblema. Quel libro “di suoni, di idiomi, di crepuscoli, di città, di giardini e di persone”, appuntato in compagnia di María Kodama, è una specie di album dell’inafferrabile: Plotino si alterna a Cesare, uno schizzo sull’Irlanda è avvicinato a una poesia sull’“ultimo lupo d’Inghilterra”, Istanbul e Venezia condividono lo spazio con Il Tempio di Poseidone e con William Blake. Insomma, è Borges. Più sintetico. Nostradamus che balla il tango sulla punta di un’unghia.

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A Buenos Aires i savi hanno una venerazione per Borges. Quando fui lì, un anno fa, il fato e il favore d’amare mi portarono alla Recoleta, in una via che si chiama Peña, e ha in sé l’origine della pena. Ad ogni modo, da Peña si diparte un piccolo viale, La Cortada de Bollini, eternato da Borges in Atlas – che in italiano è Atlante. “La gente di quella periferia sceglieva (ci raccontano) questa cortada per duelli a coltello”. La mia cara ‘Sole’, ogni volta che passavamo di lì, non faceva che ricordarmi che quella “traversa” esisteva perché ne aveva parlato Borges.

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L’esordio potrebbe essere questo: fui devoto ad Alessandro Magno. Facile follia. Quando ero ragazzo collezionavo i testi degli storici che ne censivano le imprese – Plutarco, certo, ma poi Arriano, Curzio Rufo, e altri il cui nome mi è rimasto sotto le palpebre. La mia preghiera quotidiana era Alexandros del Pascoli, con quell’esordio fulmineo (“Giungemmo: è il Fine”) e l’immagine, indelebile, del condottiero macedone dagli occhi dispari, uno “nero come morte” l’altro “azzurro come cielo”. Di Franz Kafka adoravo il racconto che cominciava così: “Abbiamo tra noi un nuovo avvocato, il dottor Bucefalo. Nel suo aspetto esteriore ricorda poco il tempo in cui era destriero di Alessandro il Macedone”. In uno dei messaggi sibilanti e sibillini di Atlas, Borges racconta una storia legata ad Alessandro Magno, questa: “Alessandro non muore in Babilonia all’età di trentadue anni. Dopo una battaglia si perde e vaga in una foresta per molte notti. Infine scorge i fuochi di un accampamento. Uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla lo accolgono, lo salvano e infine lo arruolano nel loro esercito. Fedele al suo destino di soldato, partecipa a lunghe campagne nei deserti di una geografia che ognora. Un giorno pagano il soldo alla truppa. Riconosce un profilo su una moneta d’argento e mormora: Questa è la medaglia che feci coniare per celebrare la vittoria di Arbela, quando ero Alessandro di Macedonia”. La battaglia di Arbela – o meglio, di Gaugamela – accadde nel 331 avanti Cristo, nei pressi di Mosul, in Iraq – la Storia torna sempre, ozioso coccodrillo, negli stessi luoghi – e vede la vittoria del Macedone sull’esercito di Dario III, sbaragliato.

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Il cammeo di Borges su Alessandro conclude una ‘cartolina’ che s’intitola Graves a Deyá. Borges racconta il suo incontro, nel 1981 e nel 1982, a Maiorca, con Robert Graves, il grande poeta, l’autore de La Dea Bianca. Graves sta morendo da molti anni, “nulla più distante da una lotta e più vicino a un’estasi di quell’immobile anziano, seduto, circondato dalla moglie, i suoi figli, i suoi nipoti, il più piccolo sulle sue ginocchia, e numerosi pellegrini da più parti del mondo. (Tra di esso, credo, un persiano). L’altro corpo continuava a compiere i suoi doveri sebbene non vedesse, né sentisse, né articolasse una parola: l’anima era sola”. Il secondo incontro è di delicata angoscia. “La moglie gli dava da mangiare col cucchiaio e tutti erano assai tristi e in attesa della fine”. Il grande alfiere della poesia e della sua autorità – nella Prefazione a La Dea Bianca scrive: “L’oggi è una civiltà… in cui il denaro può comprare ogni cosa eccetto la verità, e chiunque eccetto il poeta posseduto dalla verità” – ridotto a un vecchio inerme, corroso dalla furia poetica.

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L’episodio di Alessandro Magno, va da sé, è connesso alla vicenda terrena di Robert Graves, scopritore di miti e re dei poeti. Il corpo di Graves muore da anni, ma la sua anima continua, senza turbamento, a vivere, combattere, sognare. Che buffo: Robert Graves morirà il 7 dicembre del 1985, qualche mese prima di Borges, che muore il 14 giugno del 1986.

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Le mie peregrinazioni tra Borges, Graves e Alessandro Magno, per festeggiare i 35 anni di Atlas, libro che è ancora pimpante, mi portano a un articolo pubblicato di recente su Literary Hub. Jay Parini, esimio scrittore americano, racconta il suo incontro con Borges in un articolo sgargiante, The time I drank with Borges in a Scottish Pub. Incipit borgesiano – “Sento l’odore di Borges nei miei sogni, e spesso sogno di lui” – per uno sketch sfizioso. Preso alla sprovvista – “Non avevo mai sentito parlare di Jorge Luis Borges e non riuscivo a trovare nulla nella libreria locale” – Parini si trova di fronte un “vecchio arruffato, cieco, con una testa enorme e le gambe magre”. Borges – per via di madre, austera e raffinata traduttrice dall’inglese – conosce a menadito gli inglesi, da Shakespeare a Stevenson e Wilde, “poteva recitare a memoria lunghi brani di poesia anglosassone”, è in Scozia per un convegno e vuole farsi portare in un pub. “Borges chiese una birra, gli portai una pinta, quella che si beve comunemente. Annusa la spuma della birra, intinge un dito, lo lecca dopo aver mescolato. Beve. Si asciuga la spuma rimasta sulle labbra sulla manica della giacca. I grandi occhi rotolano lungo il cranio”.

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Dopo la bevuta, i due chiacchierano. Borges dice a Parini le cose che ci attendiamo da Borges. “Gli chiesi: Ha mai scritto un romanzo? Mi rispose: ‘Buon Dio, no. Scrivo solo racconti brevi. Piccole cose. Di una pagina. Forse meno. Per tutta la vita, però, ho sognato di scrivere un romanzo, una epopea ambientata nella Pampa. Con gauchos, puttane e criminali. Una saga familiare che dura l’arco di diverse generazioni, con amori falliti, incesti, momenti spettacolari. Guerre. Matricidi. Fratricidi. Un volume da un migliaio di pagine, direi’. Mi incuriosii. E cosa accadde?, gli chiesi. ‘Il romanzo, mio caro ragazzo, non è arrivato. Fu frustrante. Dopo molti decenni, un giorno, ho scritto una pagina su questo immenso romanzo e tutto è finito lì, ho soddisfatto il mio istinto’”.

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L’incontro scombinato tra Borges e Parini accadde per tramite di Alastair Reid, poeta scozzese morto cinque anni fa, che ha tradotto Borges in inglese. Reid fu allievo di Robert Graves. “Aveva imparato a scrivere andando a lavorare come segretario di Graves a Maiorca. Traduceva per Graves le Vite dei Cesari di Svetonio. Reid faceva una bozza che Graves correggeva, per poi inviare il testo a Penguin, da cui aveva avuto la commissione”. Parini incontra Borges negli anni in cui Borges va a trovare l’infermo Graves. Quando si parla di Borges, il caso ha sempre una disciplina bizantina.

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Io leggo Atlas nel ‘Meridiano’ Mondadori che raduna Tutte le opere di Borges, è raccolto nel “Volume secondo”, la cura è di Domenico Porzio. L’ultima frase del racconto dedicato a Graves, riferita alla leggenda ustoria di Alessandro Magno è questa: “Questa favola meriterebbe di essere molto antica”. La frase termina con una nota. La pagina è la 1375. Controllo. La nota non c’è. Ricontrollo. Idem. Che cosa avrebbe raccontato quella nota? Forse che, a posteriori, la favola di Alessandro Magno che continua a vivere come soldato semplice in un esercito d’Oriente riguarda Graves e Borges, insieme? Forse l’appellativo “molto antica” può essere affisso sullo stipite dell’opera di Borges e di Graves. Su questo ci sarebbe da scrivere un racconto.

Davide Brullo