In onore di Antonin Artaud, il poeta che ha rubato l’ombra alle parole

Posted on Marzo 29, 2019, 7:41 am
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L’esperienza dello sgradevole, l’esternazione dell’ingrato, fino a essere grati a ciò che è sgraziato, è disgraziato. L’arte è questo, anche: ingresso nello sgradevole – per sgravarci. Cioè: non più adornarsi degli orpelli, adorati da chi degna all’arte una attenzione meschina, da sobborgo della borghesia. Uscire dall’ombra del ‘bello’, autentico osceno.

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Tutto è chiaro dalle fotografie, per altro. Antonin Artaud nel 1926: un calco nel diamante. Un volto così affilato che se lo sfiori ti tagli – ed è quella l’arte, vedi?, un florilegio di sangui. Sanguisuga, piuttosto, è la ‘società’, ciò che l’uomo sacrifica – pardon, mortifica – per adattarsi al quieto vivere, lui, creatura inquieta, inquietante, incuneata nella solitudine. Guarda, invece, AA nel 1948, poco prima di crepare, le crepe che lo fratturano, canyon di rughe, denti decollati nell’aldilà della fame. “Il mattino del 4 marzo 1948 la morte ti accasciava ai piedi del letto, mentre infilava una spina di ferro sotto ciascuna delle tue ossa. Non è sicuro che morire risolva un enigma, che porti a compimento una frase. Piuttosto, la morte renderebbe eterna una mania dell’anima, una postura presa durante tutta la giornata: il fuoco in cui sono immerse le statue distese dei defunti faceva raggrinzire le loro mani quando erano vivi; nel loro ritiro, potevano sentire i profumi che imbalsamano i corpi illividiti dei santi”, scrive Christian Bobin in L’uomo del disastro, sintonizzato con la vita di AA (stampa, come tanti libri di Bobin, AnimaMundi, 2015; ristampato lo scorso anno). Bobin delinea le vite in breviario: tutto, leggendo, va pregato, è piaga, e le parole, così, ti inginocchiano.

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Nonostante gli anniversari, AA è scontato, è dato per letto, meglio non leggerlo. Parola che semina virus, la sua, che infetta, invia affetto ai folli.

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Bobin scrive di “un uomo che ha perduto la propria ombra” – direi, un uomo che ha scrostato di ombre le parole. Così. Prendi una parola e la levighi fino al nudo, finché non è né luce né ombra, finché non è che lei. Sgravata. Sgradita. Artaud, un uomo senza ombre che inspira ombre.

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Dunque poeta dell’oltre, dell’oltranza linguistica, della lingua a oltranza, scagliata. Oppure, del prima, dell’anteriore deteriorato.

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Nel 1946 “Les Cahiers du Sud” pubblica la Lettera su Lautréamont di AA. “Insisto su questo punto che Isidore Ducasse non era né un allucinato, né un visionario, ma un genio, che non smise mai per tutta la vita di vedere chiaro quando guardava e attizzava nel maggese dell’inconscio ancora inutilizzato. Il suo, e nient’altro, perché non ci sono nel nostro corpo punti in cui ci si possa incontrare con la coscienza di tutti. E nel nostro corpo siamo soli”. Solitudine. Cioè. Glossolalia. Parlo una lingua ignota agli altri – parlo la lingua dell’altro, sperando che dagli altri tempi, dal vigore vorticoso dell’alterità, qualcosa risponda, corroda questa lingua in talenti.

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Artaud e la collezione dei ‘suicidati dalla società’: il poeta, irriconoscente a questo tempo, non viene riconosciuto. La riconoscibilità è criterio perverso: il poeta non va verso la folla dei fan, piuttosto, si affilia tra fratelli. “Mi spiace di aver smosso troppo la sacralità della vita e della morte”, mi scrive il poeta artaudiano Giorgio Anelli. Ma il poeta non fa che questo, gli rispondo, accusando la mia debolezza. Ormai, la poesia, lì come un tronco miliare, fetta di femore del titano, mi sembra proprio parola che prega, che sbenda.

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“Ed è così che Isidore Ducasse è morto di rabbia, per aver voluto, come Edgar Allan Poe, Nietzsche, Baudelaire e Gérard de Nerval, conservare la propria individualità intrinseca invece di diventare… l’imbuto del pensiero di tutti”. L’individualità è spaventosa e sgradita – si è grati al poeta se ci ricorda che siamo anime belle, anime salve, giustificate al rito contratto con gli oscuri, tanto c’è il poeta. Il poeta assolve e assorbe gli oscuri, non ne è servo – lecca i residui della tenebra, fa gargarismi con gli inferi. Il poeta alieno, tutto individuo, per cui la fama è claustrofobia, viene castrato, esiliato, suicidato.

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“Perché l’operazione non consiste nel sacrificare il proprio io di poeta e, in quel momento, di alienato, a tutti, ma nel lasciarsi penetrare e stuprare dalla coscienza di tutti, in modo da non essere più, nel proprio corpo, nient’altro che il servo delle idee e delle reazioni di tutti”. L’Io è l’Altro che ti sopraffà, ti spoglia, ti sperpera. Il poeta è corpo sedotto, frantumato e seminato. Il poeta si fa disseminare nei campi – le parole crescono. Fiati fatui di riso a cui si appoggiano gli aironi, destrieri a servizio dei morti. A un gruppo di studenti dico. Appena svegli, in quello stato ancora notturno, con spine di notte tra i capelli, leggete un poeta: Rimbaud, Dickinson, Leopardi, T.S. Eliot, Yeats, Montale, Brodskij… L’importante è non capire (finalmente, qualcosa che non si capisce, che sfugge, beato all’inafferrabile!), piantarsi in un altro regno del conoscere, lasciare che le parole – che sono vive – vivano, vegetino, vaghino, proliferino profetici arbusti nel corpo, nel cervello.

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Ancora Christian Bobin, sbobina l’anima di Artaud, che ha derubato l’ombra alle parole: “Antonin Artaud, l’uomo che va nel mondo come in un deserto. La terra dove camminiamo non è quella vera. Il cielo dove beviamo non è puro. Un’arte manca alla vita… Un’arte delle cose semplici. Il meraviglioso è la radice dello spirito. E lui va a dissotterrarla, sotto le pietre della leggenda, in Messico, in Irlanda. Altrove. Scandaglia la terra e insieme il profondo di se stesso. Come un affamato, cerca. Scava nelle ferite della terra. Cerca l’uomo nudo, l’uomo affrancato dalla vergogna”.

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Sgradevole il blabla di AA, il poeta che, scrive ripetutamente a amici & passanti, ha depositi d’oro alla Banque de France, crede di essere derubato, derubricato dal mondo, che gli uomini siano tutti stregoni, fanno fatture e snaturano cabbale, una balistica della menzogna e del sortilegio, sorte bastarda, la sua, dove l’anima è nelle feci, lo spirito si caga dal di dietro, scandito per scorregge, finché il corpo, vuoto come un guanto, si può impugnare. Sgradevole AA: neppure ‘uomo del sottosuolo’ – c’è qualcosa di dandy nel razzolare tra gli ultimi – ma colui che sottostà al sotto, senza sotterfugi né redenzioni, Rodez ridotta a una stagione di shock, qualcosa che rode l’eroso.

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“Non ricordo di essere mai nato. Ricordo di non essere mai nato”, nel 1946, ad André Breton. Così poesia non è il racconto della rinascita, la cronaca bianca delle tante nascite, né lo squittio della morte, ma il detto di ciò che precede il nato. L’innato. (d.b.)