Davanti ad Anita Pallenberg anche Keith Richards se la dava a gambe. Biografia di una donna inesorabile, che ha sempre fatto quello che le pareva

Posted on Gennaio 03, 2020, 9:20 am
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Il 2020 inizia col botto, il 26 gennaio cambia il mondo, è il nuovo Big Bang, lo sconquasso: ci sono le elezioni regionali, sì, e ’sti ca*zi, ’sti grandissimi ca*zi di chi vince e se cade il governo, se si rimpasta, chissenefrega, tu segna questo: il 26 è giorno speciale perché esce She’s a Rainbow, la biografia di Anita Pallenberg, scritta da Simon Wells.

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Anita Pallenberg, la mia musa, è oggi materia letteraria: da non crederci! Lei che era – ed è – icona di stile e vita. Perché Anita è una donna che ha fatto quello che le pareva e come più le piaceva. SEMPRE. Vincendo, sbagliando, pagando ogni volta in prima persona, ma vivendo la vita che voleva lei ovvero da fuorilegge, nomade, fuggiasca, senza regole davvero: una vita che puoi biasimare, ma che in verità vorresti vivere, assaporare, come lo vorrei io, anche solo un giorno, o una notte. Anita soggetto di un libro quando lei stessa rifiutava cifre folli per firmarne uno. Fedele e leale, fino alla fine, anzi no, per rabbia, nostalgia, ha sgarrato, una volta, per Victor Bockris, per il suo Keith Richards Anita qualcosa ha detto e sul sesso, sul legame omoerotico Jones-Jagger-Richards: “Io li conosco e lo so: Brian andava a letto con Mick, ma Mick è innamorato di Keith, e secondo me lo è ancora. Keith è l’uomo che Mick vorrebbe essere, e non può. Io Mick Jagger posso schiacciarlo semplicemente con una parola”.

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Anita Pallenberg era italiana, romana de Roma, nata e vissuta in una villa “piena di libri, di grandi quadri di donne nude, di statue che giocavo a vestire e svestire, come fossero manichini. Una casa piena di musica, di Kurt Weill”. A 15 anni, i suoi genitori la spediscono in un collegio tedesco per farle imparare le regole dell’alta società. Pochi mesi e Anita si fa cacciare, “per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop”, quindi il padre la fa ritornare a Roma, la iscrive a una scuola di disegno, ma Anita non ci va, ha di meglio da fare: bigia perché è innamorata, lui fa il pittore, vive a via Ripetta, è drogato perso, e si chiama Mario Schifano. Anita va a vivere con lui, passa i pomeriggi al Caffè Rosati a Piazza del Popolo, posto frequentato da pittori, scrittori, artisti, gente come Fellini, Pasolini, Moravia, Penna. Schifano è chiamato a New York da Ileana Sonnabend, che ricorda un’Anita “tutta truccata di verde”, ma Anita la frequenta poco, a New York va dritta alla Factory, e da Frank O’Hara, dai Beat. Schifano “ha nostalgia della mamma e della pastasciutta”, torna a Roma, Anita non lo segue perché l’agenzia di moda più prestigiosa dell’epoca (quella che gestisce Twiggy) la mette sotto contratto. Anita inizia a fare la modella, gira il mondo, sta di base a Monaco. Qui una sera va al concerto dei Rolling Stones: nel backstage Keith Richards la nota ma Anita no, lei sceglie Brian Jones: le piace Brian perché “mi parla e non fa l’idiota”. “Quando ho conosciuto Anita”, ammette Keith, “me la sono fatta sotto dalla paura”. Anita è bellissima, estrosa, indipendente, è un uragano di esperienze e cultura: “Anita sapeva tutto, di tutti, e sapeva dirlo in 5 lingue”. Al suo confronto, Keith si sente “uno zotico, un provinciale. Anita mi parlava, mi contestava quel poco che le balbettavo. Alle sue domande, l’unica risposta valida sarebbe stata: ‘E io che ne so?!?’”.

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Anita con Keith Richards: 12 anni di relazione, 3 figli

Anita e Brian Jones stanno insieme 2 anni, dal 1965 al 1967: sono anni di shooting di moda e dittatura di stile, i due si vestono, pettinano allo stesso modo, parlano in simbiosi. È la Londra che vedi in Blow-Up di Antonioni. Ma sono pure anni di litigi, e di botte, ed ecco il ricordo di John Dunbar, gallerista e primo marito di Marianne Faithfull: “Vidi Anita che stava picchiando Brian. Lo mise KO, giuro. Una cosa decisamente spettacolare, che mi lasciò impressionato”. Ad Anita i piedi in testa non li metti, basta una parola sgarbata, e ti manda all’ospedale. Posto che Jones vede più volte, Keith no perché se Anita si incaz*a lui scappa, se l’è sempre data a gambe davanti a lei, anche nel dichiararsi: fa tutto Anita, quando dopo 2 mesi di convivenza a tre, scoppia l’amore tra lei e Richards. Anita lo sa, lo sente, che con Keith non è un flirt: stanno insieme 12 anni, fanno 3 figli. Stanno insieme ma da poliamorosi, entrambi hanno storie parallele (Anita pure con le donne, con Marianne Faithfull quando Marianne si mette con Mick), però con Keith è storia primaria, è condivisione pura. A differenza di Marianne (e di quello che fa il 99 per cento delle donne) Anita non si è mai data completamente a nessuno: con Keith ha diviso un lungo, intenso, importante pezzo di vita, non scordandosi mai di averne una propria.

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Anita Pallenberg e Mick Jagger sul set di “Performance”, il film di Donald Cammell e Nicolas Roeg, del 1970

“Eravamo un mucchio di checche quale non se n’era mai visto l’uguale”: così a Bockris chi dell’entourage dei Rolling Stones ne ha condiviso la fase di androgino esorcismo erotico fine anni ’60: Anita attira a sé Keith come la calamita il ferro, e lo spinge a truccarsi, occhi, labbra, smalto alle mani, rendendolo ancora più etero, macho, sc*pabile. Keith indossa i vestiti di Anita, crea un look fatto dei suoi pantaloni, sciarpe, bluse luccicanti. Keith subisce una metamorfosi, mentale per l’universo che Anita gli apre (antiquari, mercanti e gallerie d’arte, e libri di Kafka, Artaud, Rilke) e di immagine: nel rock Richards diventa una divinità, ‘androginandosi’ si virilizza di più, il trucco accentua la sua grazia, la sua eleganza. Anita gli accende un fuoco dentro compositivo, Anita è la sesta pietra, è dentro tantissime canzoni degli Stones, e forse non tutti sanno che Angie non è dedicata alla loro seconda figlia, no, Angie è Anita, Angie si legge “Anita-I-Need-Ya”. Anita è la paura in Gimme Shelter, la paura che lei lasci Keith per Mick: quando Keith la scrive, Anita è sul set a girare Performance con Jagger. Anita ha sempre negato di aver tradito Keith con Mick, eppure Keith a Bockris dice che anche You Can’t Always Get What You Want è Anita, è Mick che non può averla dopo il film, è Mick che vuole che Anita se ne vada via con lui, è Anita che gli dice no, mordendolo nell’orgoglio.

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La storia di Keith e Anita finisce il 29 luglio 1979.Con uno sparo. Sono separati da tempo, Keith è fuori dall’eroina, Anita no, lei si fa e si fa nelle natiche, per non sciupare il suo corpo magnifico che però le gravidanze, l’età, la droga, l’alcool gonfieranno, rovineranno. È il decimo anniversario dell’allunaggio e il piccolo Marlon, primogenito di Keith e Anita, sta davanti alla tv e sente uno scoppio: al piano di sopra, il toy-boy di Anita, Scott Cantrell, di 17 anni, si è sparato in bocca, sul letto di Keith e Anita, con la pistola di Keith, quella che teneva – e tiene – sotto il cuscino.

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Scrive Bockris: “Anita Pallenberg brillava di una combustione interna non identificabile”. Ci ha messo 20 anni per liberarsi di alcool e droghe, e nel 2005 con l’alcool Anita ha una ricaduta. È morta il 13 giugno 2017, e per un giorno siti e giornali si sono riempiti del suo magnetismo. A 50 anni suonati, già nonna, Anita si iscrive all’università e in 4 anni si laurea in moda. Va a lavorare da Vivienne Westwood. Sono di poche stagioni fa le collezioni di Pucci, Prada, Marni interamente ispirate a lei. Ed è Anita Pallenberg la donna Etro primavera-estate 2020.

Barbara Costa