“Ama il prossimo tuo come te stesso”: non è mica una norma buonista, per i benefattori dell’umanità. Si ama, infatti, sempre, senza limiti, fino a morire d’amore. Lo dice anche Dostoevskij

Posted on novembre 05, 2018, 1:33 pm
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Forse amare è la sola obbedienza.

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In Deuteronomio l’amore di Dio è incardinato al timore – “perché tu tema il Padrone, tuo Dio…”, Dt 6, 2 – si ama sempre con la paura che l’amato fugga da noi – la vera punizione è quella, che Dio si dilegui da noi, mica che ci punisca, la punizione è già una forma d’amare, la presa di un legame. Non si ama a capo chino, attenzione, ma a viso teso, sul rasoio.

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Il comandamento prioritario: “Ama il Potente, tuo Dio, con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze” (Dt 6, 5). Dio, però, non è il codice penale: non basta obbedire per stargli accanto. Il comandamento non è norma, ma mantra, parola che va masticata ogni secondo, succhiata, sempre lì, ad abbeverarci, sulla cuna della lingua: “i precetti ti siano conficcati nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai a casa, quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alci. Te li legherai alla mano come un segno, sono un pendaglio agli occhi, li inciderai sugli stipiti della casa, sulle porte” (Dt 6, 6-9). La norma è magia, è parola che tutela la casa, che orienta il passo.

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Il Vangelo è il luogo della sfida, dove esplodono gli interrogativi. Una vita fa, ci si fermava per strada, turbando la retorica, per domandarsi come si vive, che cos’è la morte, quali regni ci attendono, qual è la consistenza di Dio e la mappa della sua muscolatura. La riduzione dell’uomo a denaro – vali quanto guadagni – fa sì che non si parli d’altro che di finanza, perché della vita e della morte – la sola cosa che conta, che ha prezzo e valuta – non si sa più niente.

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Lo scriba – icona dell’intellettuale di turno, di grido – ferma Gesù, lo sfida. Riguardo ai comandamenti più importanti, Gesù si attiene al Primo Testamento: bisogna amare Dio – come insegna Deuteronomio – e “amare il prossimo tuo come te stesso” – come insegna Levitico. Come sempre, non contano le norme – vane, al vento – ma la forma in cui s’incarnano, s’incantano. Gesù porta ad esagerazione entrambe le norme. Amore, infatti, coincide con morte: si ama fino alla morte, fino a morire d’amore (il versetto di Marco va innestato su quello di Giovanni: “Nessuno ha un amare più grande di questo: dare la vita per gli amici”, Gv 15, 13).

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Intendo dire che l’amare il prossimo non è una formula buonista, che si risolve dando due dindi al poveraccio quotidiano o una pacca sulla spalla al sofferente. Il prossimo, intanto, ciò che è in prossimità con noi (plesion dice il greco evangelico), fa paura, terrorizza. Il prossimo è lo sconosciuto e l’imprevisto: l’amico, l’ignoto, la bestia, la pianta. L’omicida, il cretino, l’odioso. Amare – agape, l’amore che si prende cura, che incorpora la sofferenza altrui alla mia, e non ho pace finché non ho assorbito quel soffrire – è dare un’altra possibilità, sempre, soprattutto al maledetto. Amare al di là del giudizio, però, non è un condono sorridente. Amare è il compito.

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Per amare il prossimo bisogna amare se stessi – avere il coraggio di amarsi significa frantumare l’ego e sfidare il mostro, rompere lo specchio e cavalcare la iena che si aggira, spiritata, nel profondo di noi, tra l’intestino, l’alluce, lo slalom delle costole. Amarsi significa essere severi, affilare la maestria, affratellarsi alla lima e al limite. Amare è stare nell’ambito della cura. Sfoglio l’etimologico. Cura significa “sollecitudine, grande ed assidua diligenza, vigilanza premurosa, assistenza, grave e continua inquietudine… tutto ciò che sollecita e richiede vigilanza”. Stare vigili a se stessi, erosi da una inquietudine incessante. Amare è un addestramento. In seguito, sapremo amare il prossimo.

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Del resto, è l’atto spontaneo di chi desidera il bene altrui, connaturato nell’uomo – solo se stai bene, io sto bene, altrimenti qualcosa ulcera il mio benessere.

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Amare è un oltraggio, un gesto sconsiderato, che i più considerano una offesa – perché? perché è bene tutelare le forme civili, garantire il rispetto delle norme. Amare, però, non è un contributo civico, ma disintegrare ogni schermo e ogni schema, denudando. Il protagonista del racconto di Dostoevskij, Il sogno di un uomo ridicolo parte da una condizione di malattia (“Sono un uomo ridicolo. Adesso poi loro dicono che sono pazzo”, è l’incipit, miliare) per giungere alla rivelazione: “io non voglio e non posso cedere che il male sia la condizione normale degli uomini”. L’‘uomo ridicolo’, guarito dal morbo nichilista, capisce che “la cosa principale è: ama gli altri come te stesso, ecco la cosa principale, ed è tutto, non occorre proprio niente altro”. Eppure, quelli – gli uomini, gli amici, i bei papaveri della buona società – che gli davano del pazzo quando riteneva che nulla avesse senso, gli danno del pazzo ora, che crede che tutto sia glorioso di valore. “Dicono che già adesso mi smarrisco”, dice lui. Eppure, “amo coloro che ridono di me più di tutti gli altri”. Eccola, la verità. Amare chi ride di me. Che amore violento, aggressivo, indomabile. Solo se si è amati si può amare ogni cosa, travolgendo il male in pane.

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Ho cercato la donna per cui mio padre ha lasciato la nostra casa – e sua figlia. Avrei voluto amarle. Di quell’amore illecito che hanno i lupi, con l’ostinato bisogno di perimetrare il proprio orgoglio, di dare una misura alla fame e alla presunzione. Per fortuna mi hanno allontanato. Per amare bisogna essere vigili a se stessi.

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Lo scriba interloquisce con Gesù riguardo al primo precetto, l’amore verso Dio – sul secondo tace. Va via, soddisfatto – “hai detto giustamente… vedendo che aveva risposto saggiamente”, Mc 12, 32; 34), certo, cioè, delle proprie convinzioni. Poco dopo (Mc 38ss.) Gesù lancia il suo anatema contro gli scribi, cioè contro gli intellettuali che usano la cultura per ingrassare, per ingravidare il male. Il brano evangelico si chiude ambiguamente, “e nessuno osava più fargli domande” (Mc 12, 34). La risposta d’amore di Gesù castra ogni altro interrogativo: ora bisogna seguirlo, farsi mendicanti dell’amare, tacere. Quando trovi l’amato, non lo interroghi – lo cingi. (d.b.)

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