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Il romanzo di Neanderthal. “The Inheritors”, il libro impossibile di William Golding

William Golding vive una specie di inesorabile contraddizione. Insediato nell’album dei classici contemporanei, ha ottenuto il Nobel per la letteratura nel 1983 ed è noto, in sostanza, per il romanzo d’esordio, “Il Signore delle Mosche”. Pubblico nel 1954 da Faber and Faber grazie al fiuto di Thomas S. Eliot, diventò un libro di ‘culto’, epocale, come – per intenderci – “La peste” e “1984”. Forster andò in estro – “è un romanzo eccezionale” –, Golding, che col tempo acquisì una barba da guru e la fama da rude antipatico, in pubblico non si mostrò felice. Nessun altro romanzo – neppure la trilogia ‘oceanica’, “To the Ends of the Earth”, a cui teneva molto – ebbe la stessa clamorosa sorte. In sostanza, benché abbia scritto molto, la fama di Golding, almeno nel nostro paese, si è fermata lì. Alcuni libri restano ancora da tradurre – “The Scorpion God”, ad esempio – altri hanno avuto sorte obliqua; a causa di una scrittura a tratti involuta, mai compiacente. Tra tutti, Golding preferiva il suo secondo romanzo, “The Inheritors” (1955), che racconta la sopraffazione di un gruppo di Neanderthal da parte dei Sapiens. Il tentativo è ardito – costruire una lingua neanderthaliana –, il tema asfissiante – la nostra specie è specificamente orientata al male –, il libro spesso disorienta, pochi lo capirono. In Italia, nella traduzione di Giorgio Monicelli, il romanzo esce nel 1958, per Aldo Martello, ritorna nel 1991 da Interno Giallo, lo ha pubblicato nella stessa versione, ma mutando il titolo – ora “Il destino degli eredi” – Mondadori, quest’anno. Qui sotto la figlia di Golding, Judy, che detiene memoria e opere del padre, racconta la genesi di quel romanzo, amato e dimenticato. La traduzione del saggio è di Roberta Bigolin.

***

“I due sotto l’albero emettevano suoni feroci come se stessero litigando. La donna grassa in particolare aveva cominciato a bubolare come un gufo e Lok sentiva Tuami ansimare come un uomo che lotta contro una fiera e teme di non farcela. Abbassò lo sguardo su di loro e vide non solo che Tuami era sopra la donna grassa, ma anche che se la mangiava, perché del sangue nero le scorreva dal lobo di un orecchio”.

In questo passaggio tratto da Uomini nudi, Lok il Neanderthal osserva due individui della Nuova Gente  ovvero gli Homo Sapiens  che fanno l’amore. È senza dubbio la migliore scena di sesso che mio padre abbia mai scritto. Guardiamo senza alcun accenno di voyeurismo attraverso gli occhi innocenti di Lok, così come in gran parte di questo straordinario romanzo. Il libro ha inizio con l’incontro, tragico e definitivo, tra un piccolo gruppo di Neanderthal e un altro più ampio di Homo Sapiens. Noi, lettori, siamo gli Homo Sapiens e buona parte del romanzo è permeato da una sorta di senso di colpa di specie.

Mio padre iniziò il romanzo nell’autunno del 1954, poche settimane dopo la pubblicazione del Signore delle mosche. Aveva ricevuto molte recensioni positive e le vendite andavano bene. Ma mio padre, sempre piuttosto ansioso per il suo lavoro,  temeva di non riuscire a scrivere un altro romanzo.

Charles Monteith, suo editor alla Faber&Faber, conosceva il problema. Grazie lui e a mia madre (da sempre la sua prima lettrice), rinsaldò la fiducia e completò la bozza del nuovo libro. Qui emerge subito un paradosso. Mio padre era molto insicuro di sé, dipendeva dalla critica di queste due persone fidate. Allo stesso tempo però la sua scrittura era vivida, originale e  verrebbe da dire  intrepida. Era anche rapida, rapinosa: per la prima bozza ci mise poco più di un mese, cosa sorprendente se si pensa che insegnava a tempo pieno. Faber lo pubblicò il 16 settembre 1955; per tutta la vita restò il romanzo preferito, per mio padre.

Alcune ossessioni del libro sono comprensibili. Erano trascorsi nove anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’austerità e il razionamento del dopoguerra avevano limitato la vita a un livello difficile da spiegare. C’era bisogno tremendo di alloggi. Il cibo era scarso, e non era la penuria a renderlo interessante.

Non c’è da stupirsi che la fame sia uno dei temi dominanti di Uomini nudi  una fame che fa male, che ti rallenta e che ti toglie le forze per muoverti ma anche per pensare. Procurarsi il cibo è una delle preoccupazioni principali sia dei Neanderthal (“la gente”) che del gruppo degli Homo sapiens (“la Nuova Gente”). È la fame a generare l’episodio più cupo del libro e un profondo senso di colpa. Credo che questo senso di colpa sia in qualche modo espressione del complesso rimorso che mio padre sentiva nei confronti della guerra.

Diceva sempre che, se fosse nato in Germania, avrebbe potuto essere un nazista  il fatto di trovarsi dalla parte giusta secondo lui era dovuto più a questioni geografiche che morali. Non credo che in questo fosse giusto con sé stesso, ma nessuno può saperlo. È chiaro che la vittoria degli Alleati fu per lui un grande sollievo, ma non confuse mai quella vittoria con una specie di assoluzione. Si sentiva in colpa, non solo verso le persone che aveva ucciso in guerra e lui era del tutto certo di averlo fatto  ma anche per il ruolo che la nostra specie ha avuto nel creare l’intera macchina della guerra. Questa convinzione, di per sé una sorta di fame  una colpa logorante  trova espressione nel grido di un individuo della Nuova Gente alla fine del romanzo: “Che altro avremmo potuto fare?” Per mio padre le scuse non bastavano e in questo ammetteva la propria parte di colpa.

La trama di Uomini nudi si concentra su una famiglia di entrambi i gruppi. Tra la Nuova Gente ci sono discussioni e rivalità. Tra i Neanderthal invece, il gruppo famiglia è estremamente prezioso; il bisogno e l’amore che provano uno per l’altro sono preponderanti. Il lettore condivide questa esperienza. L’aspetto ancora più straordinario è che i sentimenti che vivono Lok e la sua famiglia sono presentati al lettore in modo che si capisca che a malapena hanno un linguaggio  persino i loro pensieri non sono sequenziali o logici. In un tour de force di delicatezza narrativa, mio padre si serve del nostro linguaggio per raccontare la vita di persone che in realtà non lo possiedono.

Il romanzo è ambientato in una foresta di faggi del nord Europa e mio padre ammette in modo inequivocabile che si tratta della Savernake Forest vicino a Marlborough, la città in cui ha vissuto da bambino. È un posto magnifico, in origine una zona di caccia, ora ricco di antichi faggi e querce, un rifugio glorioso di bellezza e pace. Mio padre lo conosceva fin dall’infanzia, ma uno dei suoi primi e più intensi ricordi è una passeggiata lì al crepuscolo con i genitori ­ ha circa quattro anni  mentre si nascondono dietro un albero e lo lasciano solo. Si gira e vede un’enorme testa di cervo che lo guarda da sopra le felci. La foresta e il cervo sono lì in Uomini nudi, ma mi verrebbe da dire che ci sono anche i suoi genitori.

Diversi critici tra cui Arthur Koestler, che conosceva i miei genitori  hanno pensato che Lok e Fa, sua amata e compagna, raffigurassero mia madre e mio padre: credo che abbiano ragione. La capacità di intrattenere di Lok, di far ridere, la mimica e il modo di fare da buffone, sono le caratteristiche di mio padre, che possono apparire strane a chi conosce solo i suoi romanzi. L’ingenuità di Lok è un aspetto che mio padre rivedeva in sé stesso. E in colei che Lok amava, Fa, si riconosce mia madre: fiera, meravigliosamente pratica, intelligente e, bisogna ammetterlo, a volte irritabile.

Il capo famiglia è Mal, anziano e sempre più debole. La sua compagna è definita semplicemente “l’anziana donna”, anche se all’inizio del romanzo c’è un accenno al fatto che forse un tempo veniva chiamata anche lei Fa. Mal la tratta con estremo rispetto, parlandole in terza persona, pressappoco con la stessa formalità usata in molte lingue europee. Credo che queste due persone rispecchino i miei nonni. Nel 1954-55 mio nonno aveva 78 anni e iniziava a perdere vigore. A quel tempo non me ne accorgevo e continuavo a chiedergli di giocare con me e di fare tutto quello che aveva sempre fatto per me. Ma ora vedo dalle foto che, come Mal, era sempre più debole. Morì nel 1958, un avvenimento che mio padre ha descritto come il fianco di una scogliera crollata, che ricorda le cascate di ghiaccio e le frane presenti nel romanzo.

Mia nonna invece, che aveva 84 anni, era magra, il corpo inarcato come l’anziana donna del romanzo. Era una donna acuta e incline al comando. Il terrore che lo sguardo di disapprovazione dell’anziana donna incuteva nel figlio e nel nipote, l’amato figlio di Lok, Liku, è un ricordo della mia infanzia. Era di natura pacifica, ma poteva diventare feroce e autoritaria. La casa e la terra rientravano nella sua sfera personale, proprio come l’anziana donna nel romanzo che trasporta il fuoco “dormiente” nella sfera di creta.

La genialità del libro sta nel cogliere elementi familiari  la famiglia, la foresta, il fascino e il terrore per l’acqua  e farceli vedere attraverso gli occhi e la mente di qualcuno che non pensa come noi. Qui, per esempio, mio padre ci fa vedere quello che vede Lok: un individuo della Nuova Gente come un’apparizione mostruosa e aliena. “Un pezzo d’osso bianco sporgeva al di sotto degli occhi, bene incastrato nella faccia, e dove ci sarebbero dovute essere le ampie narici c’erano invece strette fessure e l’osso le trapassava in un punto. Sotto c’era un’altra fessura sopra la bocca, e il mormorio delle loro voci proveniva da lì… Sopra [gli occhi] avevano delle sopracciglia, più sottili della bocca o delle narici, nere, incurvate in su e giù così da conferire un’espressione minacciosa e da vespa”.

Poi ha una rivelazione: “Lok sentì il colpo di un uomo di cui si fidava sul tronco dell’albero morto. Capì che nascosta sotto l’osso non c’era una faccia di Mal, di Fa, di Lok. C’era pelle”.

Vede una persona della Nuova Gente con un ramo flesso che si accorcia e poi si riallunga. In quel momento, sente un “clop” vicino all’orecchio, e vede che nell’albero accanto a lui è cresciuto un ramo. La Nuova Gente ha archi e frecce. Ci sono cacciatori e assassini e il ramo non è che una freccia per uccidere Lok. Quando Lok vede un’altra freccia che vola dalla Nuova Gente, crede che sia un regalo. I Neanderthal sono miti e gentili, non uccidono neppure gli animali  quando si imbattono in una cerva uccisa da un grande predatore, prendono la carne dicendo: “Non è colpa di nessuno”. Ma la Nuova Gente è diversa. Il loro modo di pensare e il linguaggio sono strani. Hanno imparato a dominare l’acqua e ci navigano. Cacciano e lottano. Si imbrogliano l’un l’altro  cosa impensabile tra i Neanderthal a meno che, come Fa in un momento critico del racconto, non debbano proteggere coloro che amano.

Quando però Lok e Fa bevono i resti della bevanda al miele fermentato prodotta dalla Nuova Gente, l’alcol li altera; Lok ha l’impressione di essere diventato uno della Nuova Gente. Mio padre lottò per tutta la vita adulta con il problema dell’alcolismo  e qui c’è un richiamo nitido a cosa significhi essere davvero ubriachi, a come l’alcol cambi le persone in modo drastico. Lok e Fa, in modo del tutto inaspettato, litigano, e Lok colpisce Fa con un bastone. Poi: “Lui vide la mammella destra di lei muoversi, un braccio alzarsi, il palmo bene aperto in aria, un palmo in un certo qual modo importante che da qui in avanti diventerà qualcosa di cui doversi occupare. Quindi un lato della faccia di Lok fu colpito da un fulmine che abbagliò il creato, e la terrà si sollevò per infliggere alla sua guancia destra un colpo tonante”.

Lo sdegno meravigliato di Fa è evidente  una cosa del genere non è mai accaduta prima d’ora. Mio padre scrisse che quegli uomini dei primordi vivevano “prima della Caduta”, come innocenti in paradiso. Ma non è il peccato a farli deviare. Siamo consapevoli che sono destinati alla sconfitta anche quando l’autore ci costringe a condividere i loro sentimenti. Verso la fine del libro, mio padre ancora una volta ci permette di condividere il loro modo di vedere. All’inizio la descrizione evoca in forma lirica un paesaggio bellissimo, di caverne e luce. A poco a poco, tuttavia, si inizia a capire. Sfido chiunque a rimanere impassibili.

Mio padre badava sempre a evitare una facile conclusione. Credeva che gli umani, Homo Sapiens, fossero complessi e contraddittori, e che avessero sia lati buoni che cattivi. Nel romanzo, sceglie di mostrare due lati di sé stesso  in Lok un’anima per lo più innocente, e in Tuami, l’artista della Nuova Gente. Tuami dedica gran parte del tempo a intagliare un coltello di avorio, lo vediamo affilare la lama. Ha in mente di usare il coltello per uccidere Marlan, il capo della Nuova Gente, che non è in grado di procurare il cibo e per questo mette in atto un’azione che tutti considerano orribile. Tuami è il rivale di Marlan: è basso e massiccio, estremamente competitivo e abile, sia sulla terraferma che come marinaio  tutte qualità che aveva mio padre.

Tuami affila la lama del coltello, ma vuole anche scolpirne il manico. Mentre conduce la nave lontano dal luogo dei “diavoli rossi”  i Neanderthal  rimane folgorato dalla vista della voluttuosa Viviani e dal Nuovo, il piccolo di Neanderthal che la Nuova Gente ha rapito. L’impugnatura del coltello prenderà la forma di Viviani e del Nuovo intagliati, anzi liberati  Tuami vede le forme nelle protuberanze di avorio. E lo scrittore ci spiega con attenzione che il manico scolpito è “molto più importante della lama”.

Ricordo quanto mio padre si arrabbiò  e non era da lui  con un critico che non aveva apprezzato quel passaggio. Nel coltello di avorio mio padre ritrae la capacità di essere violenti, ma anche la possibilità di una grazia salvifica  la capacità e il desiderio di creare, la consapevolezza di qualcosa di commovente e bellissimo. Non è un caso se le figure nell’avorio fondono il popolo di Tuami e i Neanderthal. Il Nuovo si unisce alla Nuova Gente e vive prendendo parte al loro futuro. Le ricerche attuali confermerebbero che mio padre aveva ragione.

Judy Golding

 

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