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Un libro che si fionda nella follia nell’anno del lockdown. Sia lode a Viviana Faschi e alla sua antologia “L’insondabile decisione dell’essere”

Che cosa è la follia? Perché si diventa folli? Diventa pazzo chi vuole diventarlo? Un libro, L’insondabile decisione dell’essere. Filosofia e psicoanalisi dinnanzi alla causalità della follia, curato da Viviana Faschi e pubblicato da Orthotes Editrice nel 2020, l’anno della follia, si interroga e ci interroga sulle radici insondabili della psicosi, grazie a otto teste scelte fra filosofi, psicoanalisti e medici (Paolo Bellini, Sergio Benvenuto, Matteo Bonazzi, Domenico Cosenza, Cristiana Fanelli, Silvia Vizzardelli e Giuseppe Armocida). Chiamate a sbrogliare una matassa inestricabile. Il punto di vista è duplice, anzi speculare: filosofia e psicoanalisi fungono per l’appunto da speculum, riflettendo la follia.

Ma ogni riflesso è una distorsione, una visione di sfuggita, un inganno ottico, perché “il reale non si può cogliere nella sua interezza”. L’anno della svolta è, com’è noto, il 1978, la legge Basaglia sopprime, coraggiosamente, gli ospedali psichiatrici in Italia. Ma poi l’atmosfera è cambiata. A raccontarcelo, senza veli e retorica, è lo psichiatra Giuseppe Armocida che ha visto, col tempo, riporre, ammainare, certe “bandiere sventolanti”, manifesti che hanno fatto quella riforma, voluto quella rivoluzione. Allo psichiatra viene chiesto un mutamento di rotta, e, forse, il cambiamento di bandiera, perché il pensiero cambia, come le idee del resto. E perché lo psichiatra non è un medico. Lo è?

Scrive Armocida: “il progredire della medicina cambia il medico ed il suo operare. Per la psichiatria, però, è forse vero il contrario. È lo psichiatra che, cambiando le proprie idee, cambia la prassi della psichiatria e realmente la psichiatria è cambiata spesso nel tempo, con il cambiare delle idee degli psichiatri”. A guardarlo benevolmente, lo psichiatra intelligente è uomo copernicano, “che crede nelle proprie scelte, ne comprende il senso e assume il peso della sua responsabilità, nell’agire, come nella libera ricerca intellettuale”.

Il problema è appunto questo: è difficile per chiunque – figuriamoci per un medico, per uno psichiatra in modo particolare – non lasciarsi condizionare dalla conoscenza della propria disciplina. Gli psichiatri devono farsi allora “esploratori prudenti che girano intorno alla meta, le si avvicinano, sentono di passarle accanto, ma presi tra trasformazioni e contraddizioni, comprendono bene che le ampiezze del pensiero sono spesso in contrasto con le angustie della quotidianità clinica”. Devono imparare a comprendere il malato, insomma, la sua storia, la sua famiglia e, poi, spiegarne la malattia. Della serie: primum vivere, deinde philosophari.

Ma chi è questo folle? È dunque un malato? La follia è una malattia? “Se vogliamo considerare la follia una malattia – spiega la curatrice – allora si tratta di una malattia del linguaggio (come scrive Carlo Viganò), non una malattia del cervello”. Questo alla base della psicoanalisi lacaniana. E ancora: “non diventa pazzo chi vuole”, scrive Lacan nel Discorso sulla causalità psichica, “non arriva chi vuole ai rischi che avviluppano la follia”. C’è un’eccezione a questa regola: Nietzsche. Sergio Benvenuto che ha incontrato Jacques Lacan a Milano, nel 1975, facendo parte di un gruppo di giovani in formazione, ricorda le parole del filosofo: “«Si dice che non diventa folle chi vuol esserlo. Eppure Nietzsche in un certo senso ha scelto di essere folle. Chapeau!»”.

“Una lettura possibile delle parole di Lacan gli attribuirebbe una teoria precisa: che la psicosi non viene mai scelta, tranne in alcuni rarissimi casi, tra cui quello di Nietzsche”. Ma attenzione: l’uomo non è libero di diventare psicotico. “Lacan – scrive Benvenuto – in realtà, nel 1946, non dimenticava di essere freudiano, e Freud non ha mai creduto a quello che in teologia si chiama libero arbitrio. Freud diceva di essere determinista; anzi, pensava che i processi psichici fossero sur-determinati, ovvero avessero varie determinazioni, non fossero quindi lineari”. La decisione fatale è “insondabile”, quindi “la verità è che la psicosi resta un mistero” chiosa Benvenuto che ricorre a un aneddoto illuminante. “Quando negli anni 1970 andai a visitare il manicomio di S. Maria della Pietà a Roma, alcuni medici mi dissero che secondo loro il miglior psichiatra di tutto l’ospedale era la barista, Marisa. Costei stabiliva con ciascun psicotico il rapporto ottimale, giusto, articolava bene l’antifrasi a ogni frase psicotica”.

Ma se la follia è una malattia del linguaggio e “il linguaggio è la casa dell’essere”, lo psicotico è un senzatetto, un clochard, come efficacemente mette in luce Viviana Faschi nel saggio Perché abito una casa che già da sempre non mi appartiene? che parte dal presupposto che “una vera e netta distinzione tra chi delira e chi non lo fa non esiste”. “Se la casa è il linguaggio, il clochard ne sarà sempre privo; e, che questo rappresenti una scelta, una decisione, un destino, oppure il fatto che tutti e tre significano la stessa cosa, ha dalla sua dei vantaggi”. Come nella favola Riccioli d’oro, dove la fanciulla sceglie di usare la casa degli altri, gli orsetti, dormire nei loro letti, usare le loro stoviglie. “E poi il clochard non avrà mai un coprifuoco, paura dei ladri, dei terremoti, dei pignoramenti, semplicemente perché sono già tutti avvenuti e lui è sempre rimasto in piedi, ha sempre sbattuto la testa contro il reale”.

“La presentazione dei malati è un esercizio di clinica psichiatrica tipico della tradizione francese, cui Lacan si dedicherà nel corso di tutta la sua esistenza –  spiega, invece, Cristiana Fanelli nel suo saggio Il folle è l’uomo libero? – Con lui le presentazioni cambiano di segno: la clinica dello sguardo (il cui vertice era stato raggiunto con Charcot) fa posto alla clinica dell’ascolto, che pone al centro la parola del paziente”. Ma le parole sono da cogliere con cura. Jacques Lacan ammonisce infatti: “Guardiamoci accuratamente dal trasformare in pietre le parole”.

Linda Terziroli

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