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Enormità estrema. L’Undici Settembre secondo John Updike e Denis Johnson

Il 24 settembre del 2001, il “New Yorker”, il mitico settimanale nato nel 1925 – fighetto, certo, fautore di un obliquo dandismo, ma vi hanno scritto tutti, da Truman Capote a Nabokov, da Philip Roth a Salinger e Stephen King –, chiama gli scrittori a fronteggiare l’orrore. Lo speciale s’intitola “Tuesday, and After”; la fotografia è eloquente: le Torri accartocciate come un bicchiere di plastica; gli uomini, pompieri, soccorritori, poliziotti, sono più fragili di falene. “New Yorker writers respond to 9/11”, leggiamo nel sottotitolo, eloquente. Cosa può fare uno scrittore di fronte al massacro? Non sottrarsi – le cose sono come le scrivi, è detto, e se sbagli la formula cambia il mondo. La testimonianza, oggi, ha il genio dell’immediatezza: vent’anni dopo i ricordi sono sbiaditi, i perbenismi dilagano, alcune corrispondenze, inevitabilmente, si perdono. Tra gli scrittori reclutati abbiamo scelto i più bravi – e i più distanti tra loro. Capaci di occhi obliqui, a tratti cinici. John Updike e Denis Johnson.

***

Chiamati a testimoniare qualcosa di grande e di orrendo, di improvviso, occorre lottare per non ridurlo alla nostra piccolezza. Da un appartamento al decimo piano nel Brooklyn Heights, dove mi trovavo per caso in visita a qualche parente, la distruzione delle Torri Gemelle è apparsa nella falsa intimità di un televisore; la ricezione era perfetta. Una bimba di quattro anni e la sua babysitter telefonano dalla biblioteca, indicano dalla finestra la cima della torre nord, in fumo, a meno di un miglio di distanza. A quel primo sguardo, la cosa appare curiosa più che orrenda: il fumo punteggiato da pezzi di carta si arriccia nel cielo senza nuvole; strani rivoli d’inchiostro scorrono lungo la superficie ondulata e verticale della gigantesca struttura. Il World Trade Center assegnava un certo pallore alla nostra vista di Manhattan, da Brooklyn, poco amabile, come i grattacieli pietrificati, a guglie, degli anni Trenta, quell’immensità indimenticata, il pudore architettonico, certe volte, di notte, bellissimo. Mentre guardavamo la seconda torre esplodere (un edificio aveva nascosto l’avvicinarsi del secondo aeroplano), persisteva l’idea, confermata dalla televisione, che quella non fosse la realtà; tutto può essere riparato; la tecnocrazia simboleggiata dalle torri avrebbe trovato un modo per spegnere l’incendio, per rimediare al danno.

Nell’arco di un’ora, dalla cima dell’edificio di Brooklyn, la torre sud crolla nello schermo e negli occhi di mia moglie, nei miei; è caduta esatta, come un ascensore, con un brivido tintinnante, un gemito di commozione, distinto, che fende per miglia l’aria. Lo sapevamo: avevamo appena celebrato migliaia di morti; ci siamo aggrappati l’uno all’altra, come se stessimo precipitando. In mezzo alla scintillante impassibilità degli edifici oltre l’East River si era spalancato un punto vuoto, come per un comando elettronico, sotto un cielo che, a parte quella nuvola sulfurea che scorreva a sud, verso l’oceano, era di un azzurro puro, misteriosamente incontaminato. Un’esplosione di fumo e di polvere in rapida espansione nasconde Manhattan: il crollo della seconda torre è replicato in tivù, dove si vede l’aereo infernale, la torre che implode, movimenti ripetuti, replicati, in una specie di balletto da incubo.

L’incubo continua. I cadaveri sotto le macerie, le telefonate dell’ultimo minuto – straordinariamente calme, amorevoli – il rumore dell’aereo, una minaccia sconosciuta, il pensiero di salire a bordo pieni della nostra vecchia allegria, implorando di recidere l’accaduto, di cambiare il passato. Uomini che hanno tradotto la propria vita nell’aldilà infliggono una quantità di distruzione che sfida la fede. La guerra è condotta con una furia che richiede capacità di astrazione – che un aereo pieno di passeggeri, tendenzialmente pacifici, e di bambini si muti ad esempio in un missile scagliato dal nemico senza volto. L’altro lato delle astrazioni: abbiamo i doveri mondani dei sopravvissuti – raccattare le spoglie, seppellire i morti, prendere precauzioni, continuare a vivere.

La libertà americana di movimento, il nostro orgoglio, è lacerata. Potremmo permettere a futuri piloti kamikaze di iscriversi alle scuole di volo in Florida? Un collega dei sospettati ricorda che non gli piacevano gli Stati Uniti. “Diceva che c’era troppo lassismo. ‘Posso andare dove voglio e non possono fermarmi’, diceva”. Che strana critica: forse era una supplica a essere fermato. Il silenzio del cielo in questi giorni è altrettanto strano: i voli sono cessati in America. Ma dobbiamo tornare a volare; il rischio è il prezzo della libertà; quel pomeriggio, passeggiando per Brooklyn Heights, mentre la cenere galleggiava nell’aria, tra le auto, rarissime, e i pranzi all’aperto che continuavano come al solito in Montague Street, abbiamo avuto l’impressione che, con tutti i suoi difetti, questo è un Paese per cui vale la pena lottare. La libertà, riflessa nella strada, nella vita quotidiana, era palpabile. La libertà è l’elisir dell’uomo, anche se alcuni lo trasformano in veleno.

La mattina dopo sono tornato al punto di osservazione da cui avevo visto sparire la torre. Il sole splende sulle facciate degli edifici a est; alcune barche si muovono timidamente lungo il fiume; le rovine continuano a vomitare fumo, ma New York appare tuttavia gloriosa.

John Updike

*

Diverse volte, nei Novanta, mi è capitato di fare dei reportage in quelli che chiamiamo, genericamente, ‘luoghi difficili’. Ho assistito alla devastazione di alcuni di questi luoghi (la Somalia, l’Afghanistan, la Liberia, il sud delle Filippine) chiedendomi se qualcosa del genere sarebbe mai potuto accadere nel mio Paese. Intendo: il bisogno di stare asserragliato a una radio, a una televisione; sentire le macchine da guerra sotto la finestra spalancata, di notte; annusare il fumo dell’incendio; seguire le squadre di emergenza alle prese con l’estrema enormità; se un giorno mi sarebbe accaduto di vedere il suolo americano cosparso di rovine di guerra, e sentire gli americani urlare, “Stanno attaccando il Campidoglio!, il Pentagono!, la Casa Bianca!”; e di stare nel folto della folla a testimoniare l’esito della malvagità umana, il fenomeno bestiale dell’immaginazione umana, e guardare gli occhi degli americani che vedono l’orrore; e vedere le strade sbalordite di gente che non sa dove va, che sa solo di non essere al sicuro da nessuna parte; e sentirmi graziato per il solo fatto che sto facendo il bucato, che faccio la spesa mentre altrove è il delirio. Mi chiedevo, ecco, se quelle stesse guerre che ho setacciato in giro per il globo prima o tardi non sarebbero giunte a farci visita.

Viaggiando nel Terzo Mondo ho scoperto che essere americano, a volte, significa essere meravigliosamente miracolati e suscitare una profonda, istantanea lealtà nei confronti di chi ti è estraneo. Nelle Filippine meridionali, la piccola delegazione guidata dal capo di un villaggio mi ha chiesto, un giorno, di fare in modo che la loro dozzina di capanne fosse messa sotto la protezione degli Stati Uniti. Nella stessa regione, poco più tardi, un guerrigliero separatista islamico appena adolescente mi ha chiesto di portarlo in America. In Afghanistan ho incontrato uomini che, pochi minuti dopo avermi conosciuto, si sono offerti di starmi al fianco finché ne avessi avuto bisogno, lasciando nel rischio le loro famiglie: hanno cercato medicine per me, tra i relitti di Kabul, quando ne avevo urgenza; non mi hanno chiesto nulla in cambio, soltanto perché ero americano.

D’altra parte, sappiamo – ma non abbiamo voglia di capirlo a fondo – che alcune persone odiano l’America. A molte anime sofferenti sembriamo assurdamente distaccati, incomprensibilmente egocentrici, o peggio. Per un secolo, la guerra è rotolata obliqua sul mondo, schiacciando gli innocenti e le loro case. Per mezzo secolo, gli Stati Uniti sono stati percepiti, da alcuni, come i fautori della distruzione. Beh, quelle persone ci odiano. Gli atti di terrore contro questo Paese – dirottamenti, rapimenti, bombardamenti di aerei, caserme, ambasciate, e ora l’atrocità di massa sul nostro suolo – dimostrano quanto ci odiano. Ci odiano come la gente odia il dio cattivo, e si uccideranno pur di ucciderci.

Giovedì, scrivo da New York City, visito una zona sotto attacco. Il vento ruota, fumo elettrico acido si eleva sopra il canyon degli edifici infranti. Ora ho visto due giorni di guerra nella più grande città degli Stati Uniti d’America. Immaginate una successione di giorni come questi, che si estendono per anni – anni in cui esplodono edifici enormi, tutti, fino all’ultimo. Immaginate gente che ha visto giorni come questi mutarsi in decenni – immaginate le loro vite brevi, squassate, coagulo di giorni come quelli che abbiamo appena visto a New York.

Denis Johnson

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