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Le poesie di Trump sono migliori di quelle di Shakespeare

Trump

Il mondo delle patrie lettere from Usa sta per essere squassato da uno tsunami senza precedenti. A breve, Walt Whitman sparirà dalle letture obbligatorie, Jack Kerouac sarà sbattuto nel cesso e Wallace Stevens spedito all’obitorio dei poeti dimenticati. Anche Shakespeare, si sussurra, verrà relegato all’oblio, a meno che Amleto non abbia il volto biondocrinito di Donald, l’uomo che non deve chiedere “essere o non essere?” a nessuno, egli è e stop. Già, Donald Trump è un poeta, e ad Harold Bloom non resta che rassettare il canone della letteratura occidentale ricavandogli un posto al sole, tra Byron e Thomas S. Eliot. Il ‘canzoniere’ di Trump – non è uno scherzo – l’ha allestito per Regnery Publishing di Washington DC, editore dal logo inoppugnabile – “I grandi libri dei conservatori. I grandi autori conservatori” – Rob Long, noto ai più, oltremanica, per essere stato lo scrittore e il produttore di Cheers, sitcom di grandissimo successo, andata in onda dal 1982 al 1993 e passata in Italia come Cin cin negli anni Ottanta. Convinto che dietro le smargiassate retoriche di Trump ci sia del genio lirico, Long ha fatto così: ha preso i punti salienti dei discorsi più pepati del Presidente degli Stati Uniti e li ha messi in versi. Poi ha radunato le poesie in sezioni significative: Life, Love, Beauty, Death. Il risultato, che comprende cento liriche, non si sa se sia più faceto che serio, se sia uno sfottò a Donald – in copertina è rappresentato da un suo omologo in forma cartoon – o una sua divinizzazione in vita. Oltre alle poesie d’ispirazione ‘civile’ (“Renderemo l’America ancora orgogliosa/ Renderemo l’America ancora una volta prospera/ Salveremo l’America ancora una volta/ Amici e cittadini, renderemo l’America/ grande ancora una volta!”) e ‘sociale’ (“I sognatori di cui non parliamo mai/ Sono i giovani Americani./ Voglio che i miei sognatori/ Siano/ Giovani./ Americani”), oltre ai versi di indignazione (“Mi turba profondamente vedere/ Cosa sta accadendo al nostro paese./ Come sia possibile/ Che altri popoli vivano come dei re/ E noi no”), Trump è attratto, dimostrando una camaleontica attitudine poetica, dai grandi interrogativi cosmici, come in Spazio: “Questo è l’infinito –/ Potrebbe essere infinito –/ Non lo sappiamo – non lo so/ Potrebbe esserlo/ Dobbiamo fare qualcosa”. Il libro, Bigly: Donald Trump in Verse (pp.160, $ 14.99), promosso come “esilarante compilation delle frasi memorabili del Presidente Trump”, è un successo, fa scompisciare ed è un degno esempio di satira al servizio del potere. Nei recessi del proprio cuore, ogni potente desidera essere poeta, per questo, è consuetudine, se non può uccidere il poeta – degna genia, da Nerone a Stalin – lo minimizza, ne vaporizza i versi, invisibili nella vita viva, quotidiana. L’idea di Long, che varia di un tot il genere letterario ‘libri contro Trump’, potrebbe essere trasferita anche da noi. Pigliamo i discorsi di madama Boldrini, la Presidente della Camera dei Deputati, e mettiamoli in versi, ad esempio. “Il concetto di patria/ non ha niente a che vedere/ con le ideologie nazionaliste./ Perché il nazionalismo esclude/ la Patria è inclusiva./ Il nazionalismo è aggressivo/ la Patria è solidale./ Il nazionalismo costruisce muri,/ mette fili spinati; il patriottismo/ tende la mano agli altri”. Questo, invece, è l’Onorevole Luigi Di Maio: “Presidente Gentiloni/ siamo agli ultimi mesi/prima della caduta del vostro impero/ lei è l’ultimo Presidente del Consiglio dei Ministri/ dell’era dei partiti…/ il più debole, il più silenzioso e l’ultimo”. Di Maio sogna di essere assunto come sceneggiatore per la prossima puntata di Star Wars, la Boldrini è una palla, pare il peggiore Carducci. Trump, al confronto, con il dono della sintesi e dello humour al vetriolo (“Non cambierò mai/ La mia acconciatura:/ Mi piace così/ E chi mi critica/ È un perdente, un invidioso”), pare Ungaretti.

 

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