03 Aprile 2018

Tra il gergo di Bob Dylan e le chitarre oniriche dei Pink Floyd, ecco a voi i The War on Drugs. Conta solo emozionarsi

Esistono strade, in America, che sospendono il fiato e ti fanno perdere l’orientamento, inerpicate come sono a un concetto molto ampio di viaggio, che parte con la consapevolezza che la distanza è infinita. Ci sono sentieri musicali assolutamente indecifrabili, cromaticamente distopici proprio come le highways che tagliano in due i monti Appalachi, tra una riserva indiana, un motel e più in fondo, fino a lì, dove un lago, un fiume, un bacino, conducono l’ascoltatore oltre ogni genere musicale. Si sente e si immagina questo nei The War on Drugs, band statunitense in attività dal 2005. Partiti dalla Pennsylvania per raccontare un nuovo rock, che sicuramente paga dazi consistenti alla tradizione dei maestri – Bob Dylan, evidente nel timbro vocale del cantante e leader Adam Granduciel, ma anche Tom Petty, Bruce Springsteen e Neil Young –, i quattro sono ancora poco conosciuti in Europa e forse sarebbe il caso che la loro musica si diffondesse di più, anche solo per il pregio di provare a rileggere la tradizione in chiave anni Duemila. Il loro è un sound che si nutre moltissimo delle chitarre oniriche, ora in feedback, ora distorte, alla Pink Floyd, oppure tenebrose come quelle dei Porcupine Tree. La voce di Adam è dolente, immaginifica, i testi spesso amari oppure intimisti. C’è un gran lavoro anche nel tappeto ritmico e nelle tastiere. Il gruppo ha all’attivo quattro dischi: Wagonwheel Blues (2008), Slave Ambient (2011), Lost in the dream (2014) e il recente A deeper understanding, del 2017, che ha conquistato il Grammy come miglior album rock. Le canzoni dei War sono proprio come quel viaggio di cui si parlava all’inizio: strade che si intrecciano senza un’apparente coerenza, ma in realtà legate e complementari. Troviamo l’atmosfera quasi gotica di Under the pressure, a metà tra Echo and the Bunnymen e Dylan, la finta leggerezza di Arms like boulders, il flusso emozionale di Brothers e lo struggimento, da cui è impossibile restare indenni, delle splendide Pain, Holding on e Strangest thing che dal vivo spesso vengono prolungate in un irresistibile crescendo di empatia con il pubblico – il gruppo tornerà a suonare in Italia, a Torino, il 24 agosto, dopo il sold out di Milano lo scorso novembre. Spesso si dice che l’America sia un paese dalle mille contraddizioni e forse è vero, in questo caso. La musica dei The War on Drugs viene identificata come indie rock, ma ci si potrebbe domandare che senso abbia affannarsi per etichettare e catalogare a tutti i costi. Basta chiudere gli occhi e queste canzoni prendono vita da sole, diventando estasi o dolore, raccontando quella strana America in cui non è più importante essere winner o loser. Conta emozionarsi.

Cesare Orlando

*I The War on Drugs li ascoltate qui.

Gruppo MAGOG