07 Febbraio 2023

Tommaso Labranca parla di Alberto Arbasino. “Lo ammiro in modo incondizionato”

Tommaso Labranca, intellettuale e scrittore di eccentrica ossatura, nasce nel 1962 a Milano, città di cui ama difendere anche i luoghi comuni. Dagli anni Ottanta trascorre la sua esistenza a Pantigliate, nella periferia sud meneghina – luogo da cui abdica alla vita nel 2016 –, focale punto d’osservazione antropologica. Autore televisivo, editore, produttore musicale, traduttore dal tedesco, qualcuno lo definì un “un esperto di cazzate”. Fu acceso cultore della Mitteleuropa primonovecentesca e dedicò nutrita parte dei suoi sferzanti scritti al “trash” – ‘emulazione fallita di un modello alto’. Detestava il buonismo e le cene özpetekiane, amava i Martini cocktail e i party in stile Bauhaus organizzati fra i trenta metri quadri del suo appartamento. GOG edizioni pubblica, in inedita veste grafica, “Labrancoteque”, una mescolanza di aneddoti personali e commenti di costume, sprezzanti recensioni di film-dischi-libri e spietate note sul cialtronismo pubblicitario, conditi dall’impietosa fenomenologia di quel neoproletariato che avanza, in tutto il suo raccapriccio, in ogni angolo della società in-civile, social compresi. Una sorta di non-canone labranchiano, che va dal barbaro rituale dell’happy-hour alla nascita degli Adelphake. Cecchino dell’effimero, Labranca non risparmiò nessuno. Nemmeno Roberto Calasso.

Di seguito, un estratto.

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Arbasino

L’orologio sul cruscotto dell’auto mi comunica che è sabato come se già il silenzio del telefono non me lo ricordasse continuamente. Sono le 21 e ci sono 11 gradi. Ed è il 26 maggio. Nei discorsi intorno si parla solo di quanto faccia freddo e della pioggia che non smette di cadere da due mesi. Sono appena uscito dalla lavanderia automatica con un carico di biancheria e ora torno a casa mentre il mondo si appresta a uscire per immolarsi sugli altari che le pizzerie elevano ai carboidrati. Vedo le signorine, quelle che nei discorsi-intorno vengono sempre evocate come “la mia ragazza” anche se hanno superato da tempo i quaranta, rabbrividire nelle “mini” da sabato sera, avanzare insicure su tacchi altissimi resi più perigliosi dal marciapiede viscido. Mentre aspettavo la fine del lavaggio, ho finito di leggere Lettere da Londra, un adelphino che raccoglie le corrispondenze che Alberto Arbasino ha spedito dalla città inglese al Mondo di Pannunzio. Tardi anni Cinquanta. Allora si poteva scrivere qualcosa di nuovo da Londra. Anzi, potevano farlo solo le Arbasine di prestigio. E scrivevano lettere piene di cultura. Oggi lo fanno i galluresi in canottiera da “gheipraid” e quando tornano, gestiscono un blog sulla piattaforma di Style dedicato a ciò che è cool a Trino Vercellese forti di quella decade trascorsa sotto lo stesso cielo di Elisabetta.

Non è facile leggere Arbasino. È fantastico, io lo ammiro in modo incondizionato. Non vorrei nemmeno osare parlarne, per di più in un momento storico in cui tutti si credono critici letterari nei commenti di Facebook. Però ci provo lo stesso e dico che la scrittura di Arbasino sembra fatta di appunti presi per ricordare a se stesso cose che solo lui ha vissuto e alle quali ha dato nomi segreti e sempre mutevoli. A volte le sue frasi, dopo un soggetto e un innocente aggettivo, si gonfiano di nomi, soprannomi, richiami, apposizioni, titoli nobiliari e opere. Alla fine di questa messe di incisi, con una struttura linguistica quasi germanica, mi trovo di fronte un verbo, ma non riesco più a collegare l’a- zione a colui che l’ha compiuta. Quindi ricomincio il paragrafo, pazientemente, tenendo fermo il soggetto con un occhio e andando a cercare il verbo con l’altro. Proprio come faccio quando sono alle prese con certa letteratura tecnica in tedesco che, in un’orgia di subordinate, descrive il funzionamento di una pressa. Non crediate noiosa quella “letteratura grigia”. Quegli opuscoli sono più attanaglianti di qualsiasi giallo. Immagino il tecnico che per righe e righe resta immobile, le mani sollevate di fronte alla presa che ruggisce, in attesa di arrivare in fondo alla frase e scoprire finalmente qual è l’azione che il verbo gli impone. Quando lo scopre è troppo tardi e la macchina ha preso il sopravvento sull’uomo. Per leggere quegli opuscoli, così come per leggere gli adelphini arbasiniani (anche Le Piccole Vacanze o L’ingegnere in blu da lui dedicato a Carlo Emilio Gadda) impiego il doppio del tempo che richiederebbe la loro foliazione. E ogni volta scopro che al massimo potrei essere protagonista dell’opuscolo tecnico germanico: io solo con una pressa, una lavatrice, un computer, una radio davanti e basta. Il mondo ipersociale di Arbasino mi è invece precluso. È un mondo descritto nei dettagli, in cui tutti conoscevano tutti e tutti erano bravissimi e famosi, sempre impegnati in cene, incontri, tè, dibattiti, convegni, serate e soirées, prime teatrali, scambi di pettegolezzi tra/su intellettuali europei, viaggi nei luoghi più remoti del mondo. Anche in questo libro sul mondo letterario londinese degli anni Cinquanta tutto è così. Ci sono sempre richiami a contesse, marchese, ville e magioni, famiglie nobili o comunque ricche, altri autori, qualcuno famoso, la maggior parte a me ignoti. Amori, pettegolezzi e sesso facile, fortunati loro che sono stati gli ultimi a farlo. Mica come noi che abbiamo iniziato a smutandarci verso il 1983 e ci siamo subito tirati indietro terrorizzati da notizie su virus sconosciuti.

Fantomatico, geniale, incorreggibile Alberto Arbasino (1930-2020)

In Arbasino non c’è mai un richiamo alla quotidianità, alle necessità del lavoro. In Arbasino ci si nutre, non si mangia. A volte ci si mette a tavola solo per il gusto di sedersi con editori potenti e scrittori premiati, non certo per ordinare del cibo. Con Arbasino non si prende mai la metropolitana, ma si viaggia in treni dai sedili damascati, aerei, navi da crociera, risciò. Se è a Londra, solo taxi. Rispettoso di una vita che si srotola tra il diktat baudelairiano del lusso e della voluttà. Ci sarebbe anche la calma, ma la scrittura di Arbasino non è mai quieta, è un ribollire, spesso anarchico, ma sempre perbene, che mette ordine tra agende affollate. Senza mai uno sbadiglio, una giornata di pioggia, un sabato come questi che trascorro io, senza un solo squillo di telefono. Quando deve trattare argomenti popolari, come la nascente Swingin London che ancora non si chiamava così, Arbasino lo fa con le pinze, sempre pronto a far notare le ascendenze proletarie dei giovani che si vestivano come ai tempi edoardiani. E non manca mai l’osservazione del dettaglio: il colletto è sporco, la redingote di velluto è lisa, gli jabot ingialliti, i gilet di damasco chiazzati.

Pannunzio da Roma avrà a un certo punto telegrafato: «Alberto, dicci qualcosa del popolo, non stare rintanato tra il cuoio dei club e il velluto dei teatri vittoriani».

E lui si sarà turato il naso e avrà fatto un giro per le strade popolari quando ancora in giro c’erano quasi solo inglesi e non la massa di immigrati odierna. Anche se, con spaventosa chiaroveggenza, la vecchissima scrittrice Ivy Compton-Burnett nel 1965 diceva ad Arbasino: «Ma i negri ci vogliono, altrimenti chi farebbe i lavori che gli inglesi non vogliono più fare, come pulire le carrozze ferroviarie?». E lui avrà annuito, solo dopo averci descritto con puntigliosità e spavento lo squallore in cui la celebre narratrice ha scelto di abitare, una casa modesta in una zona poco centrale della città.

Eppure Arbasino è grande anche quando fa lo snob e ti verrebbe voglia di prenderlo per il bavero della tremenda camicia a motivi paisley con cui si fece fotografare negli anni Settanta. Poi ti passa, quando leggi commenti suoi e dei suoi intervistati sul mondo in cui vivevano e ti accorgi che andrebbero bene anche oggi, come se non fossero passati sessant’anni da allora. Un solo esempio: «…tutta quella gente che professa grande amore per la sinistra, vuole abbracciare fin dagli anni Trenta tutta la classe lavoratrice… E poi non tollerano i flippers, non possono soffrire gli scooters, si tengono lontani da ogni juke-box, una uscita dalle officine li fa star male, dalle caserme non ne parliamo, a entrare in un bar popolare non ci riescono, è troppo, la coca-cola non la bevono… passano il tempo a fare noiosissime chiacchiere con noiosissima gente identica a loro… chiacchiere di cui poi non si capisce niente, e del resto non valgono niente, e sarebbe questa la sinistra inglese…» (Angus Wilson, scrittore, 1958). Di Arbasino amo il non aver mai fatto finta di appartenere all’ala politica di moda. Di Arbasino invidio l’esistenza affollata di nomi e di incontri. Mentre torno a casa dalla lavanderia mi domando se gli altri che fanno il mio lavoro, i coetanei o i più giovani, hanno in questo istante un’esistenza da société arbasiniana o se sono solo io a galleggiare isolato e ignorato in un angolo del mondo, dietro piazzale Corvetto.

Gruppo MAGOG