“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Ciò che si sa di Laozi – o Lao Tse – è che si sa niente – ciò che si sa del Daodejing – o Tao Te Ching– è che si sa niente. “Sulla storicità di Laozi molto è stato scritto e forse ancora si scriverà negli anni a venire. Gli studiosi sono infatti divisi tra coloro (oggi pochi, invero) che ipotizzano sia esistito come persona reale, vissuta intorno al VI secolo a.C., grosso modo al tempo di Confucio, e coloro (i più) che invece ritengono si tratti di un personaggio immaginario, frutto della fantasia di seguaci o simpatizzanti di quelle pratiche meditative e dottrine filosofiche classificate come daoiste”. D’altronde, anche la storia del Daodejing – il testo “non si è stabilizzato prima del II-I secolo a.C.” – “è complessa e per alcuni versi ancora oscura” (le citazioni sono dal saggio di Maurizio Scarpari al fondamentale Laozi. Genesi del “Daodejing”, a cura di Attlio Andreini, Einaudi 2004). Nel niente monta questo libro straordinario.
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Di questo libro e del suo autore non si sa nulla: essi appaiono. Come i grandi libri, sembrano lì da sempre, privi di origine, sono sempre nuovi, inesauribili. Scaturiscono da un vuoto.
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Il grande libro del Tao sfugge: il suo autore balugina in una bruma di leggenda (“Laozi coltivò la via e la virtù e nei suoi studi si sforzò di cancellare ogni traccia personale di sé”, scrive di lui lo storico Sima Qian, vissuto nel I secolo a.C.); ogni ‘morale’ tratta da questi versi, magnetici perché elusivi, è nebbia, fonte di fraintendimenti. Non agire, alienarsi dai desideri, fuggire la massa, far conto di una civiltà come di un filo d’erba, ritenere la capitale equivalente a un grumo di nuvole, definire la fama una condanna, il dominio una tortura; assecondare la natura delle cose, adattandosi spontaneamente al corso della vita. Di fatto, il Tao non offre un ‘sistema’, ci colloca nella contraddizione, è un manuale atto all’annientamento. Ma è lì, in quel niente, che scopriamo la nostra personalità autentica – il resto è un gioco di specchi, il riflesso corrusco delle interpretazioni altrui, una illusione, falsità.
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La parola di Laozi evoca la poesia: è elusiva, enigmatica, fitta di epigrafi sull’acqua. Vissuto tra XII e XIII secolo, il poeta taoista Bai Yuchan scrive: “I sentimenti del poeta sono come fili fluttuanti/ che uno dopo l’altro vanno a formare una ragnatela” (Bai Yuchan, Con il braccio piegato a far da cuscino, Einaudi, 2010). Prima di governare il mondo, il Tao insegna a governare se stessi, a non avere bisogno di nulla. Se ci si accontenta di ciò che si ha, dando ad ‘accontentarsi’ l’accezione di ‘ricchezza’, perché viaggiare alla scoperta di altre terre, perché desiderare un qualsiasi potere, perché arricchirsi di sapienza? Ogni ‘di più’ – più soldi, più potere, più amore, più sapere – corrode l’equilibrio fragilissimo, vitreo, tra cielo e terra. Il taoista danza sugli spunzoni di vetro della vita, perché in essi vede nuvole.
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Si è prediletta la dizione Tao rispetto a quella più comune, Dao, per affinità vocale con Tau. Nell’alfabeto ebraico e in quello greco tau è la lettera T, è il simbolo della Croce secondo l’etica francescana, è segno di salvezza (ricavabile nel libro del profeta Ezechiele: “Passa per la città, attraversa Gerusalemme e segna un tau sulla fronte di chi piange sugli abomini che lì si celebrano”, 9, 4). Una fratellanza lega le due vie: uno stare al mondo senza appartenere al mondano.
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Insondabile è il Tao come il Verbo cristiano, come il Logos di Eraclito: “Ma questo logos che è, gli uomini non lo comprendono mai, né prima di porgervi orecchio, né dopo averlo ascoltato”, dice il sapiente in uno dei frammenti più noti. Nel commento al brano, è lo studioso Angelo Tonelli a indicare un legame tra sapienza greca e taoismo: “Il logos-che-è, cioè la trama nascosta che fonda il mondo fenomenico e attraverso il mondo fenomenico si mostra, e al quale spetta il predicato dell’essere come segno distintivo della sua sostanzialità, è ipso facto presente dentro tutte le cose: come il Tao, le pervade” (in Eraclito, Dell’Origine, Feltrinelli, 1993). Il nome di Dio non si può pronunciare, il Tao non si può possedere, d’altronde, insegna Eraclito, “il Signore che ha l’oracolo in Delfi non dice e non nasconde, ma accenna”. Già nell’accennare c’è un accecamento che vince la norma del comprendere.
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Non c’è altra morale che appartenere a una pratica: non occorre ‘capire’, ma affondare. I versi di Laozi, coltivano l’arte del paradosso e lo stigma della sterzata per farci scattare, come uno spillo nelle pupille.