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Cultura generale
Silvano Calzini
La poesia futurista esiste ancora?
Il futurismo oggi non si vede, non lo si trova, tanto che si dubita persino della sua esistenza e del suo valore. I futuristi sono tra i più sapienti interpreti del tema della macchina, che viene inteso non come opposto alla vita, ma piegato e usato per vivere ancora di più. La produzione odierna sul tema, invece, è spesso divisa fra un passatismo sclerotico, che ripete, ripete, ripete senza riuscire a dire nulla né di nuovo né di eterno e un transumanesimo del “si può quindi si deve”, che impera a livello implicito o esplicito nei territori istituzionali.
E quando si ragiona sulla macchina, sul meccanicismo della vita e dell’economia con il quale ci si scontra ogni giorno, non si può che arrivare a parlare di poesia. Il rimedio contro il tempo che da sempre l’uomo utilizza per eternarsi, per fuggire dalle situazioni del quotidiano (che oggi sono guidate da algoritmi, la macchina appunto).
In questa situazione se la poesia vuole essere futurista si deve trasformare, riprendere dalla tradizione e utilizzare gli strumenti che il presente, e il futuro, offrono. Per questo motivi Sineddoche Torino: GE-MI-TO è un’opera da osservare, perché si muove su queste tre direttive: la macchina, il futurismo e la vita. Pometto? No, un Poismetto. Sembra uno scherzo del destino, eppure un libro simile si può trovare solo su Amazon, per acuire la contraddizione positiva che porta tra le sue pagine.
Stiamo parlando di una visione psichedelica, tale si presenta la copertina, di una Torino che rivela la sua magia. Il triangolo industriale Genova-Milano-Torino, prima che essere un luogo collocato nello spazio e nel tempo è collocato nelle menti e nei cuori. La vita nell’epoca industriale, che con le grandi sagre libresche e le fabbriche di libri ha distrutto la cultura, non va assecondata, ma spezzata. Sicuramente la poesia è l’arma, ma bisogna anche essere in grado di usarla e la nostra autrice, Sara Ferro W., sa farla fluire tra i circuiti e i bug di un algoritmo sempre più insostenibile. Prima del contenuto, ciò che conta è la forma, e su questo è necessario soffermarsi.
I versi del poismetto, infatti, alternano sette (numero non casuale) font diversi, che magistralmente sottolineano, danno tono e rendono movimentata la lettura, da ogni punto di vista.
Anche le rime ne aumentano il pregio, baciate, alternate o false (ci sono varie assonanze), trascinano il lettore nel mondo del fantastico, riecheggiano le filastrocche per bambini, ma dato che il punto focale è l’assoluto bisogna pur ricordare che “se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”.
Non è una lettura nel tempo del mondo esteriore, quello dell’orologio, del ticchettio del tempo di lavoro, ma della durata agostiniana, o meglio bergsoniana, per cui può passare una vita o un attimo in un secondo, inseguendo un’idea, leggendo una singola pagina.

Un altro pregio sono le illustrazioni. Le intelligenze artificiali non sanno produrre poesie, non sanno realmente scrivere, perché non possono vedere il mondo, perché sono artefatti. Non possono nulla se non indirizzate, tale è il compito dell’uomo, e il poeta (qui si tratta di una poetessa), le muove con i suoi versi come Tirteo muoveva le legioni di Sparta. Ogni pagina è, infatti, accompagnata da un’allucinata illustrazione artificiale (ce ne sono più di cento), che colloca immediatamente il lettore nel profondo dell’inconscio, nella città mentale (in questo caso la Torino mentale) che ognuno abita, che viene narrata dei versi. Un flusso di coscienza, di incoscienza sarebbe meglio dire, di una passeggiata in quel quartiere poco raccomandabile, così dicono essere Barriera di Milano a Torino.
Torino, perla
inabissata in un anfratto di geografia, perla nera, magia nera, maglia nera
di etnografia;
mica son pirla,
le case in Barriera non costano sberle, l’ha detto dalla Precollina
di bar e ristoranti per serate eleganti,
di tante case chiuse per occultisti colti
in flagrante
anche Pirlo con Campari,
lasciata Milano di mattina,
ora è a Genova,
Milano Marittima,
maledetto
destino da triangolo industriale ci avviluppa, ma vip lui, paria io,
pari patta.
Al testo, che parte dalla situazione concreta di un quartiere, per tentare l’assalto a tutti i confini dello scibile umano, sono corredate le note. Una marea, che ti trasporta con sé. Per questo ecco il consiglio: leggerle dopo. Esatto, io non voglio sapere tutto, io voglio entrare in un orizzonte nuovo, allargare il mio, frantumarmi in questo mare, solo alla fine scoprirò e vedrò se ricordo bene gli eventi storici (ma c’è davvero storia oltre l’individualità poetica di ognuno?), le diciture, e così via. Le note sono alla fine per un motivo, perché servono alla seconda lettura meditata, quella della fine della vita, una vita che si assapora a poco a poco.
Sui temi affrontati, che vanno da dispute erudite a pure figure, c’è il tema del Politico, che emerge prepotente nella vita cittadina. C’è stato il G8 a Genova, i luoghi che si esplorano (l’industrioso Nord), hanno sempre anche una proiezione europea, che si estende soprattutto nel tempo di un Novecento tumultuoso e di incertezza negli anni a venire (anche qui, ci sono mai state certezze?). Politico perché tale è il lavoro, tale la ricostruzione di quest’arte, che si riappropria di spazi e categorie che è interessante togliere dall’oblio, sfiorare con la mente, per pensarci e, nel flusso degli eventi, tenere a mente per sopravvivere.
O socialismo o barbarie,
che non vuol dire da ribelle imberbe darsi le arie, socialismo realmente esistente si intende
– detto anche dittatura del proletariato –
(ah, non sapevi che di dittatura si è trattato, volevi a garanzia degli affari tuoi il trattato?
ah, non sapevi che di rigar dritto si tratta,
per cui non vale come opzione chi se ne sbatta?) Attenzione, per me va anche bene,
anche Attila,
a rigore del vero
rigorista sono,
partite si vincono ai rigori,
sebbene siano di rigore gran raggiri,
so stare ai piani
quinquennali, quadrieannali, eterni.
Lenin: Il socialismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese
CCCP: I soviet più l’elettricità non fanno il comunismo PCPPB: I social più il socialismo danno l’affanno:
è scientifico come il marxismo
i media fan danno.
altrimenti anch’io diversamente gappista divento (…)
in quel gap torinese in cui
Gruppi Armati Patriottici
d’altra nazione e scanzonata canzone
usciranno di casa urlanti,
si sentiranno tirati in causa per niente
per un nonnulla vorranno la mia lapidazione,
ormai punizione sdoganata
per aver detto un’americanata
e aver candidato Barriera
alla 51a stella sulla bandiera
prima di Puerto Rico,
solo una delle mie tante idee stellari
per cambiare le sorti della narrazione
del Nuovo Ordine Mondiale
non come Tradizione
da altri ordita ad altri ordina
trama e ordito,
c’è chi se la lega al dito, c’è chi diventa pervertito,
un Ordine Nuovo con sorti invertite
da Gramsci Antonio a Franco Freda
a cui di nessuno gli frega,
l’ha fatta franca,
fredda, la guerra
a mano armata a mansalva,
armi ormai sepolte in mansarda
sotto la segatura, una bella fregatura,
tanto aborriva tanta santa sarda fregola alla bagna cauda, preferendo cauda pavonis con nigredo,
prova del fuco dell’aspirante platonico cuoco,
colpa d’Alfredo
La dicitura, poi, riporta Volume I, e si attendono trepidanti Milano e Genova (rigorosamente in ordine inverso rispetto al GE-MI-TO). Perché chiaramente non è un triangolo industriale, ma una figura composita, uscita dal mondo di Lovecraft. Un triangolo multidimensionale, in cui la poesia è il centro. Perché questa, in verità, è la grandezza dell’opera.
Inizia così un’epopea nella parte dimenticata della coscienza di un paese sulla via della deindustrializzazione? Non lo sappiamo, sicuramente attendiamo speranzosi i prossimi tomi.
Sineddoche, Torino.
Sequel post New York di un film di Charlie Kaufmann,
come La morte a Venezia di Thomas Mann,
comune urbano destino.
Francesco Maria Pianese