“Nei poeti che galleggiano come ninfee
sopra i seni dell’ora vitrea,
nei cieli che nessuno vede muoversi,
tifoni senza tumulto si annidano
per una felicità primordiale”
In Francia prosegue la pubblicazione del vasto Journal di Richard Millet, grazie all’editore Les provinciales. L’anno scorso è uscito il quinto volume, che riguarda gli anni dal 2011 al 2019; vi è dunque compreso il periodo dello scandalo che portò alla messa al bando di Millet dal mondo letterario francese, dopo la pubblicazione di Lingua Fantasma e del breve Elogio letterario di Anders Breivik. Tuttavia le ostilità contro Richard Millet erano cominciate da anni, più o meno quando aveva pubblicato L’obbrobrio – Saggio di demonologia (Gallimard, 2008) e poi La confession négative (Gallimard, 2009). Nel 2012, pochi mesi prima della pubblicazione di Lingua fantasma e del conseguente “affaire Millet”, era uscito L’antirazzismo come terrore letterario(pubblicato in Italia da Liberilibri, come l’Elogio letterario). Qualche mese dopo, in pieno scandalo, Béatrice, la moglie di Richard Millet, avrebbe scoperto di essere malata di cancro. Nel frattempo, l’affaire furoreggiava.
Ho pensato di tradurre per i lettori italiani qualche brano del Journal riguardante quei giorni difficili; si tratta della messa al bando di uno scrittore e quindi riguarda tutti, comunque la si pensi su Millet.
Gli appunti del diario sono spesso rapidi, presi sul momento o a fine giornata. Vi sono nominati diversi scrittori. Pierre-Guillaume de Roux era l’editore di Lingua fantasma, ora morto. Quanto a Béatrice, la moglie di Millet, il cancro l’avrebbe uccisa qualche anno dopo, in piena pandemia; Millet scrive della sua morte ne La forteresse (Les provinciales, 2022) e in alcuni versi di L’entrée du Christ dans la langue française (Samuel Tastet Éditeur, 2024).
(Edoardo Pisani)
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16/8/2012
Le mie poesie: non so dove vado. Mi rimetto alla lingua, e alla fede. Vi ricorro tanto per il disgusto del romanzo quanto per concentrarmi sull’essenziale attraverso delle piccole unità enigmatiche. Ma anche senza sapermelo spiegare. Umiltà che mi rende dubbioso del minimo verso, ma non della strana gioia che a momenti si può ancora provare scrivendo.
Volete che il vostro romanzo abbia successo, sebbene sia scritto in francese? Scrivete in una lingua minimalista, date ai vostri personaggi dei patronimici o nomi anglosassoni (o anche ispanici, per la “diversità”), fate in modo che i luoghi dell’azione siano abbastanza imprecisi da non essere accostabili alla Francia, paese invisibile se non per qualche quartiere “romantico” di Parigi.
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20/8
Dio è forse l’altro nome del terribile rimorso che invade il suicida che non può sfuggire alla corda né ai farmaci che ha preso, prima del grande sonno. Istinto della vita che non si confonde con Dio ma che ne è l’ultima manifestazione.
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23/8
Il testo su Breivik fa scandalo. Lo hanno letto veramente oppure prendono il titolo alla lettera? Qualche difficile intervista con alcuni giornalisti norvegesi, al telefono, che seguono gli articoli dell’“Obs”, primo fra tutti Jérôme Garcin, quel ratto i cui libri fanno sghignazzare tutta Gallimard, dove li si scheda nella categoria “diplomatica”, vale a dire quella dei libri di giornalisti, sola ragione per cui li si pubblica. Anche “Le Point” ci si mette, inaspettatamente, non Bernard Henry Lévy, che mi aveva dato del “falangista” a proposito de La conféssion négative, rivelando con ciò la sua ignoranza della guerra del Libano, bensì lo scribacchino Christophe Ono-dit-Biot: un idiota radical chic che non agisce mai da solo, lui nemmeno. La gentaglia si scatena: il milieu ha dato il via libera alla caccia. Gallimard mi proteggerà? Ne dubito: difficile che un lacchè come Garcin abbia agito per conto proprio. Ho troppi nemici, soprattutto da Gallimard. In realtà, mi sento altrove (sono sempre stato altrove). Dicono che cerco lo scandalo, però oggi è la verità che fa scandalo, perché quotidianamente offesa.
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24/8
Lo scandalo: contrariamente a quanto si mormora, non l’ho voluto, nemmeno in modo incosciente (suicidario), per mettermi in mostra. Esso esiste. Mi ci vogliono delle forze, le mie, che cerco di aumentare anche fisicamente, in particolare nuotando. Questa volta il nemico cerca di uccidermi. Sono in guerra. Consideriamo la guerra, al di là delle paludose agitazioni parigine, un esercizio spirituale, di nuovo.
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27/8
Incrocio Jean Clair, a rue du Bac. Finge di non vedermi. Incrocio anche Jean-Noël Pancrazi, che ha l’aria di fiutare il pericolo e mi evita. Da Gallimard vado dritto all’ufficio stampa. Pascale Richard è fuori di sé: “Siamo assediati dai giornalisti. Cos’hai fatto?” Impossibile fare finta di niente. Sono diventato l’uomo da abbattere e quasi ne sorrido. Ho voglia di darmela a gambe. Di scrivere. Finire i libri che ho cominciato. Cominciarne un altro… In un certo senso, sono indifferente a tutto. Eppure bisogna reagire – assumersi le proprie responsabilità, come mi dice D., perché tutti vedono in me un colpevole.
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28/8
“La polemica si gonfia” mi dice Pierre-Guillaume de Roux, al telefono. Ciò significa che la intrattengono, la coltivano scientemente. Il mio posto a Gallimard è minacciato. Demanet e Girard, in attesa del ritorno di Antoine Gallimard, che è ancora sulla sua nave lungo le coste turche, mi propongono un compromesso: dimettermi dal comitato di lettura pur restando editor nella casa editrice. Hanno volti da commissari politici, specie Girard, che gongola interiormente immaginandomi un soldato semplice dopo essere stato generale. Prendo tempo. Preferisco negoziare da me le mie dimissioni, dico a Béatrice, che è, grazie a Dio, nel settore finanziario di Gallimard, e dunque (per ora) in salvo. Lei mi dice di aspettare…
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29/8
“Lei è razzista?” mi chiede questa giornalista libanese, Léa Salamé, nel pomeriggio, su I-Télé. Domanda stupida e giornalista male informata, di sinistra, che ovviamente non ha letto il mio libro, ma che è pronta a schiacciare la mia testa fra i luoghi comuni del perbenismo per farmici affogare, come i suoi congeneri…
Mi sento leggero, indifferente. Pronto a lasciare Gallimard. Prendere appunti di tutto ciò che succede sarebbe troppo seccante… Succede di tutto, ogni giorno, e questa agitazione ha un non so che di derisorio, di insignificante… Il cielo quieto prima di un’esecuzione… Scoraggiamento. Bevo troppo, e ogni sera sono con Pierre-Guillaume de Roux a rue de Richelieu, dove dobbiamo ricevere continuamente dei giornalisti che non hanno letto il mio libro, nemmeno le diciassette pagine su Breivik, e che davanti a me hanno dei volti di oche malate di antrace. Presto non sarò più niente…
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30/8
Béatrice ha un tumore al seno sinistro. Uscendo dalla seduta della risonanza vede un fioraio: nella vetrina c’è un manichino di legno il cui seno sinistro è ornato da un fiore bianco. Ha le lacrime agli occhi. Anch’io. Bruno Roy mi chiama per darmi tutto il suo sostegno: ha l’accortezza di non parlare del mio affaire, al quale ho l’impressione di assistere piuttosto che di viverlo, a causa della malattia di Béatrice, e poi perché in fondo mi so condannato d’anticipo, come accade sempre quando la stampa forma un’unanimità violenta intorno a un individuo che pensa in modo sbagliato.
L. mi avvisa che nel giro di Antoine Gallimard dicono che ho preso in ostaggio la rentrée littéraire. Addirittura. Eccomi associato a un terrorista palestinese, a un jihadista, al solo scopo di promuovere i tre libri che ho pubblicato e che nessuno leggerà – neanche le diciassette pagine di Elogio letterario di Anders Breivik…
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31/8
Antoine, in un comunicato stampa, mi rinnova la sua fiducia. Non che i miei nemici si disarmino, sia qui, da Gallimard, che all’esterno: M. mi dice che si stanno facendo degli intrighi fra gli “autori Gallimard”, capitanati dalla coppia Ben Jelloun/Ernaux – quest’ultima avendo dichiarato: “Gallimard, sono io.” Quanto a Tahar Ben Jelloun, trovo allucinante che un marocchino si immischi nella messa al bando di un francese; e se accadesse l’opposto?
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3/9
Più un sistema è corrotto, più esercita la sua violenza su chi devia dalla norma. La violenza del mio affaire dimostra: 1. che il sistema aveva bisogno di questa unanimità violenta contro di me, 2. che avevo ragione quando affermavo che Breivik è il criminale rivelatore del fallimento dell’Europa mondializzata, 3. che la società letteraria francese non vale niente. […]
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7/9
Il mio affaire: qualunque insetto letterario si crede tenuto a dare la sua opinione su di me e a parlarne alla buona stampa: ecco perché la cosa dura, in attesa del mio crollo. Vogliono esserci: un caso come questo li fa esistere per qualche minuto, a spese mie, naturalmente. […]
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9/9
Alcuni mormorano che me la sono cercata, altri che, deluso dalla mancanza di successo, ho fomentato lo scandalo… Coglioni! […]
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10/9
Il pezzo di Ernaux, in prima pagina su “Le Monde”, è accompagnato da centoventi firme di scrittori, fra i quali molti sconosciuti e scribacchini, ma anche autori che io stesso ho difeso da Gallimard. “Degli insignificanti” mi dice Pierre-Guillaume de Roux. La composizione della lista, al contrario, è ben studiata: scrittori, per la maggior parte senza importanza, ma provenienti da orizzonti editoriali, etici e sessuali diversi; stranieri, anche, e qualche universitario di secondo piano […]. “Cosa fare contro tutto questo?” si chiede Pierre-Guillaume. “Niente: non si può niente contro Le Monde, è la Pravda” gli rispondo. “Non leggerò il pezzo; è inutile anche che me lo si riassumi: so già cosa dice, perché proviene dalle logiche gauchiste; il titolo mi basta (Il pamphlet di Richard Millet disonora la letteratura): ma la letteratura non ha niente a che vedere con l’onore: è al di là delle categorie morali, e così la lingua.” […]
È quasi finita. Avranno la mia pelle. Sto perdendo tutto – con la voglia di perdere (me stesso) ancora di più, che poi è la sola reazione possibile. Il cammino verso l’aridità si apre nel dolore, e anche in una strana luce, quella della malattia di Béatrice, che mi importa molto più del mio caso letterario…