03 Maggio 2022

Tacito & Proust. Un saggio di Sir Ronald Syme

Che cos’è la letteratura comparata? È l’incrocio di autori di varia estrazione geografica. Qui se ne offre un esempio estremo: il massimo esperto di Tacito, Sir Ronald Syme, espone un confronto serrato tra lo storico latino e il sommo scrittore francese novecentesco. Le conseguenze risultano molto ricche, un po’ come quando Auden parlava di Rilke – o come quando un grande incontra un altro gigante. Il testo di Syme risale ai primi anni Sessanta ed era il cavallo di battaglia di Syme nelle varie conferenze e negli inviti presso le università straniere in quel giro d’anni. È stato pubblicato per la prima volta su una rivista storica (Histos) nel 2013 dal professor Federico Santangelo che qui desidero ringraziare.

Quel che è lasciato un po’ sottotraccia nonostante la pubblicazione in anni recenti di appunti e marginalia di Syme, insieme alla sua corrispondenza, è l’amicizia con Moncrieff, il primo traduttore inglese della Recherche. Ci sono un paio di lettere esilaranti di Moncrieff a Syme, ne parleremo. Per ora limitiamoci a osservare che sul crinale anni Venti-Trenta egli era acquartierato, per così dire, a Roma, raccogliendo dispacci e traducendo anche per il Governo di Sua Maestà. Cosa che farà pure Syme, sia pure in altri lidi, in Turchia, e a guerra finita.

Sono tratti di letterarietà di un grande studioso, il retro medaglia dei suoi gesti intellettuali.

(Andrea Bianchi)

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Tacito e Proust

 I. Paradosso

Nominare contemporaneamente lo storico e il romanziere significa proporre una sfida sconsiderata o mostrare un paradosso indecente (perché senza dubbio respingeremo, in un ambiente come questo, il presupposto di totale e invincibile ignoranza). Si potrebbe infatti concepire un contrasto più stridente, più antitetico completare? Tacito e Proust, tutto cospira per metterli in opposizione – personalità e stile di vita, lavoro e stile.

Tacito, figlio di un intendente (il termine dell’Ancien Régime non è per spaventarci), di un procuratore di Augusto, si vede aprire la carriera delle onorificenze pubbliche: sostenuto dai Cesari della dinastia dei Flavi, attraversò le varie fasi del cursus honorum; divenne console (nel 97, sotto Nerva) e, quindici anni dopo, accedeva regolarmente alla dignità di Proconsole della Provincia d’Asia. Intanto si lascia conquistare dalla storia. Solo pochi mesi dopo il suo consolato, annuncia il suo progetto: si propone di scrivere la storia del suo tempo. Queste saranno le Historiae (dal 69 al 96). Più tardi, dopo il governo dell’Asia, torna indietro, si dedica a un nuovo compito, gli Annali, cioè, anno per anno, la storia di Roma sotto i successori di Augusto, dall’ascesa di Tiberio alla caduta di Nerone. Il politico che si propone di scrivere la storia: ozio, risentimento, ambizione letteraria o scuse personali: questo è un fenomeno noto a Roma. È un tratto classico: pensiamo ai precursori da Tacito, a Sallustio, ad Asinio Pollione.

L’apprendistato di Proust fu del tutto diverso. Si inizia con il menù imbevuto di estetica, frequentava saloni e circoli, scriveva recensioni – e inventerà un romanzo pretenzioso, faticoso e fallito (Jean Santeuil) prima di intravedere il percorso che lo porterà al suo capolavoro – che è una specie di autobiografia, o monologo.

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II. Biografia

Proust si smaschera e si consegna nel suo lavoro. Lo storico romano conserva una magistrale impassibilità. Origine e famiglia, vita personale e gusto, niente che non riguardi direttamente la sua professione di fede di storico compare nella prefazione ai suoi scritti. Notiamo in Tacito quasi una riluttanza morbosa. (Dovendo parlare da esperto dei Ludi Saeculares celebrati da Claudio—e da Domiziano—si riferisce al fatto che gli era stato conferito un sacerdozio, che era membro del collegio competente. Aggiunge: quod non iactantia refero (Ann. II.II).) Cosa possiamo sapere di quest’uomo? Possiamo raggiungerlo, conoscerlo? Ovviamente, ci sforziamo di metterlo in discussione. La risposta sarà piena di ambiguità. Qui come altrove, ci sono diversi strati.Lo scrittore e l’“uomo di tutti i giorni” non sono equivalenti. Possiamo dedurre (o costruire) le opinioni politiche di Cornelio Tacito, senatore e console, Certo. Cosa sappiamo della sua vita interiore o del suo modo di vivere? Abbiamo solo un dettaglio che è sopravvissuto. Secondo il suo amico Plinio il Giovane, Tacito amava cacciare appassionatamente il cinghiale. Chi l’avrebbe mai detto? Per quanto riguarda la vita di Proust, i dettagli abbondano e tramortiscono. Non solo i suoi Cahiers e la sua voluminosa corrispondenza: c’è la valanga di ricordi di Marcel Proust innescata da pietà degli amici, ricerca accademica e zelo commerciale. E specialmente, ultimamente, rivelazioni abbastanza inquietanti (penso ai dettagli svelati da Maurice Sachs sulla sua vita sessuale). Abbiamo il diritto di avvicinarci al lavoro respingendo la biografia dello scrittore? A questo proposito, Proust stesso pronunciò un oukase (per usare una parola cara a M. de Norpois). Sainte-Beuve, disse, si sbagliava; lui non capiva la letteratura. Invece di giudicare un’opera dell’immaginazione con la medesima immaginazione, si perdeva in un guazzabuglio di informazioni d’ordine storico e biografico. Se Sainte-Beuve ha commesso molti errori quando criticava i contemporanei (presentava le nullità, e il reale genio non era riconosciuto, per esempio Stendhal): come fare affidamento sulle proprie valutazioni per gli scrittori del passato? Non si può fraintendere la forza e la portata delle argomentazioni che schiera l’autore di Contro Sainte-Beuve. Ma, paradossalmente, è proprio il romanzo di Marcel Proust che sembra essere falso. Marcel, il narratore, non si lascia del tutto identificare con Marcel Proust (nato nel 1871, morto nel 1922), naturalmente; ma le due personalità abbastanza spesso si sovrappongono o addirittura si fondono. Pertanto, non è possibile lasciare fuori la biografia. Fondamentalmente essa serve anche nel piccolo dettaglio, piccante, saporito o scabroso. Ricordiamo ad esempio il divano di zia Léonie, che il narratore regala a un proprietario di bordello. Tuttavia, Marcel Proust, il fatto è provato, diede i mobili di famiglia a questo sinistro Albert le Cuziat, dal nome evocativo e rivelatore.

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III. Confronto

Quindi sorge il problema: è desiderabile, possibile, tracciare un parallelo tra il romanziere francese e lo storico romano? La stessa possibilità di un confronto sembra essere stata esclusa dalla critica letteraria. Studi proustiani, ecco un oceano, o una giungla. Chi vi parla non pretende di essersi avventurato per bene là dentro. Tuttavia, se avete voglia di consultare una dozzina tra i libri più significativi, o i più conosciuti, cerchereste invano. Anche il nome di Tacito è stato evitato. Cosa dovremmo concludere da questo? Una saggia sfiducia da parte dei critici o una mancanza? Per inciso, è solo sfogliando accidentalmente una raccolta di saggi pubblicati quaranta anni fa da uno scrittore inglese, che trovai frase: “Tacito, Saint-Simon e Proust, ciascuno ha lasciato la sua testimonianza della brutalità e bassezza sotto la magnificenza di un’aristocrazia in declino» (F. L. Lucas, Studi francesi e inglesi, 1934).Storia e romanzo: il lavoro stesso di Proust offre alcune prospettive. M. de Charlus ha un gusto pronunciato per la storia, così come Charles Swann (almeno, prima di aver conosciuto Odette). Il narratore si ubriaca della poesia dei nomi storici e subisce un disincanto successivamente. Ammette che è una specie di curiosità storica a spingerlo a studiare il mondo delle fiere. Ed è necessario notare soprattutto il Tempo ritrovato. È scorgendo l’ignoranza di una giovane donna intelligente (il cui nome viene tralasciato) che il narratore sente crescere dentro di sé il proprio senso della storia. E, alla fine, il narratore, con sollievo, gioia e terrore, diventa consapevole della propria vocazione, il lavoro che intraprenderà sarà in qualche modo una sorta di Memorie di Saint-Simon d’altri tempi. Mettere la storia e il romanzo sullo stesso livello, questo è ciò che incoraggia i nostri colleghi «des cries d’orfraie», come direbbe M. de Norpois. Senza offesa agli austeri servi di Clio (cancello gli epiteti dispregiativi di “fossili” o “incrostati” che piacevano all’ex ambasciatore), i due i generi hanno più punti di contatto, possono illuminarsi reciprocamente, e anche accrescersi. La storia è un’arte o una scienza? Lasciamo perdere questo dibattito infantile e scaduto. Esisteva, può sempre esistere, una storiografia che non disdegna la preoccupazione per lo stile, che riflette il dramma nella vita degli uomini e degli Stati e che ricorre all’interpretazione psicologica. In effetti, è con scrittori-artisti come Sallustio e Tacito che abbiamo ora a che fare.

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IV. Tacito in Proust

Allievo del Lycée Condorcet, Proust dovette attenersi alla disciplina degli studi greci e latini.  L’impronta non era molto durevole, non possiamo immaginarlo dopo aver affettuosamente richiamato la lettura di opere classiche, questa lettura che aveva nutrito e formato la sua giovinezza. Almeno, vediamo nel suo romanzo una quasi totale mancanza di citazioni. C’è, naturalmente, il vecchio umanista, il professor Brichot. Facendo allusione ai lunghi anni trascorsi tra l’incontro di Swann con Odette e la morte di Swann, Brichot si vanta di una frase in latino: “quello che il poeta chiama giustamente grande spatium mortalis aevi”. L’insegnante merita un rimprovero. La frase è ribelle alle regole della poesia latina, è citata erroneamente: deriva infatti da Tacito, Vita di Agricola (ed è opportuna: Tacito parla dei quindici anni di dispotismo). Cosa dovremmo concludere da questo? Voluta malizia dell’autore, che prenderebbe in giro il compiacimento del pedante o lapsus dello stesso autore? Siamo tentati di propendere per la seconda soluzione. Fortunatamente, c’è abbastanza per compensare questo errore. Permettetemi di indicare l’unico luogo della Recherche du temps perdu in cui si tratta di Tacito. Il nome di Tacito viene in mente al narratore ogni volta che vuole caratterizzare gli atteggiamenti ingannevoli e le allusioni subdole del vecchio buonuomo, Françoise: “Ma soprattutto, come spesso gli scrittori arrivano al potere di concentrazione non in regime di libertà politica o anarchia letteraria, ma quando sono vincolati dalla tirannia di un monarca o di una poetica, così Françoise non potendo risponderci in un modo esplicito, parlava come Tiresia e avrebbe scritto come Tacito” (S e G). Tiresia e Tacito, ecco un bellissimo accostamento. Perché questo storico è in sé allo stesso tempo ambiguo e concentrato: come dice lui stesso, parlando dell’eloquenza di Tiberio, validus sensibus aut consulto ambiguus. E lodiamo Proust per aver intuito e affermato una delle grandi verità della storiografia: se non si è ridotti a totale disperazione, il dispotismo è una buona scuola per lo storico: costrizione o esilio hanno partorito un sacco di capolavori. E, senza conoscere l’esilio, possiamo sempre metterci a beneficiare delle battute d’arresto di una carriera fallita. È Sallustio ad ammetterlo. È contento di rinunciare alla vita politica: ha ritrovato la libertà, ex multis miseriis atque periculis, può dedicarsi alla storia. Quanto a Tacito, ci sono senza dubbio quei famosi quindici anni di silenzio che gli avrebbe imposto la tirannia di Domiziano (vedi prefazione alla sua opera da principiante, Agricola). Questa esperienza lo ha segnato per tutta la vita? L’idea è ammissibile, anche accolta e consacrata. Abbiamo dei sospetti. Tacito ebbe una bella carriera sotto Domiziano. Console poi sotto Nerva (nel 97, forse già designato prima della morte di Domiziano), rientra con Traiano al culmine dei pubblici onori. Ha vissuto delusioni, persino battute d’arresto? Chi lo sa? Si noti, tuttavia, che adottare un atteggiamento di distanza o di ostilità verso la contemporaneità può benissimo assecondare i progetti di a scrittore. In assenza di un vero rancore, approfitta della parvenza di rancore. E Marcel Proust? Non c’è bisogno di soffermarsi sul suo pensionamento volontario, negli anni di reclusione. Questo è un autentico “straniamento” o Entrfremdung.

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V. Stile di Tacito

Questo è qualcosa di acquisito. Entriamoci dunque. Inizia il difficile. Primo, lo stile. Il contrasto è sorprendente. Uno è veloce, vigile, duro e concentrato. L’altro, il contrario. Mi astengo da un’analisi per più ragioni (sarebbe superfluo, e il compito è al di là delle mie forze). Ma un fenomeno da sottolineare, i due hanno ancora qualcosa in comune. Optano, tutti e due, per una maniera spiccatamente non contemporanea. Tacito si riferisce a Sallustio e Livio come modelli. Nelle Storie di Tacito, come le abbiamo noi, è l’influenza di Livio che si lascia rilevare e poi cede il passo. È Sallustio che domina, Sallustio, che, secondo Quintiliano, era il grande classico del genere, superiore al Padovano (maior est auctor). Lo stile tacitiano, al culmine del suo sviluppo, si manifesta nella prima delle sei parti degli Annali. L’arcaismo di Sallustio aveva il suo posto lì, perché Tiberio stesso era di vecchio ceppo aristocratico, anacronistico e ostile all’epoca; e sotto Tiberio rimanevano ancora riflessi e tracce della Repubblica: vestigia quaedam rei publicae. In Tacito, rispettoso della tradizione letteraria, l’imitazione di Sallustio si proclama francamente e con orgoglio. Ad esempio nei ritratti. Seiano, ministro di Tiberio, avido e falso, ambizioso e criminale, prende in prestito i tratti di Catilina; e per rappresentare la fatale bellezza di Poppea Sabina, l’autore sfrutta la Sempronia di Sallustio, signora di alto lignaggio ed emancipata morale, che si dilettava di politica, crimine e cospirazione. C’è dell’altro. A parte esempi convincenti ed imitazioni, rileviamo ovunque il lento lavoro di una simpatica assimilazione, di una simbiosi di ‘congenialità’ (se la parola esistesse). Nella curva evolutiva che lo conduce dalle Storie agli Annali, Tacito diventa sempre più denso. Proust, invece, più diffuso, più prolisso. Il lavoro stesso si espande e diventa più pesante. L’autore si crogiola e vaga, riversa lo straripamento delle sue opinioni personali: “un’opera in cui ci sono teorie è come un oggetto su cui si lascia il cartoncino del prezzo” (Tempo ritrovato).

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VI. Stile di Proust. Varietà

Tacito, come abbiamo appena visto, risale allo storico Sallustio, che egli stesso adora e saluta come rerum Romanarum florentissimus auctor. Ma ciò a cui fa riferimento Proust, alla ricerca di uno stile nuovo e individuale è il periodo classico, il XVII secolo (il XVIII secolo non significa niente per lui). Prima di tutto, a Saint-Simon. Lo stile gli piace e il materiale è appropriato. Naturalmente, ci sono molti altri elementi nel suo stile, e abbiamo a che fare con un virtuoso (come Tacito). Sa gestire il discorso, in tutte le varianti. Date un’occhiata ai suoi pastiche e miscugli, tra gli altri, quelli di Balzac e Flaubert, molto riusciti. Soprattutto, il pezzo di Saint-Simon – il più ampio di tutti, e il meglio funzionante. Questo dono rimane connaturato a Proust. Nel Tempo ritrovato ci imbattiamo in un estratto del Journal des Goncourt, che fa una panoramica su M. Verdurin, quest’uomo di gusto, le sue collezioni, il suo gruppo di amici fedeli e straordinari. Il linguaggio serve a differenziare l’ambiente ea rendere l’individuo. Con i Guermantes è dialetto familiare e da consorteria. Il modo di parlare della duchessa è molto castigato, odia i neologismi, colpisce per arcaismi: il tutto è completato da una voce roca, una pronuncia un po’ contadina – che, tra l’altro, era segno di distinzione, come nell’aristocrazia romana; e suo marito, facendo un’offerta, dà nel genere popolare o ‘vecchia Francia’ (con ‘frusques’, ‘pedzouille’, ecc.). E il signor de Norpois? Offre l’intero repertorio di donne anziane e tormentoni della ‘carriera’, quando viene invitato a cena con i genitori del Narratore: “I cani abbaiano, passa la carovana”, “politica egoistica ma abile della monarchia a due teste”. Come dice anche il narratore: “A queste espressioni il laico immediatamente riconosceva e salutava il diplomatico di carriera”. La lingua tradisce. Quindi abbiamo uno dei leitmotiv della ricerca del tempo perduto. Riunendosi con Albertine dopo un intervallo, il narratore è stupito di vedere che è diventato raffinata. Parla, ad esempio, della “soluzione elegante”; lei “stima”. Altrove una piccola frase apparentemente innocua, può risvegliare i sospetti del narratore: è vero? dice tutto il tempo, è vero vero? E si martellava la testa: uscire con Albertine? Tutto sommato, non ci sono molti dialoghi in questo romanzo. Piuttosto monologhi: invece di comunicare, i personaggi declamano. E che pezzi! Si sarebbe tentati di applicare una specie di regola a molti di questi pezzi cerimoniali, da retorica formale. Inoltre, assomigliano ai discorsi che noi troviamo continuamente tra gli storici antichi.

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VII. Discorsi in Tacito

Prima di affrontare la storia, Tacito era stato uno dei maestri del foro Romano. L’uomo che aspirava all’eloquenza si era formato sullo studio profondo dei retori del passato. Ciò ha comportato flessibilità in qualsiasi prova. Così, quando Tacito si impegna a scrivere un Dialogo degli Oratori, usa (come richiedeva il genere) uno stile neociceroniano. Uniforme e unico a prima vista, esso include nell’idioma dello storico molte differenze, a seconda dei casi. Diamo un’occhiata ai discorsi degli Annali, dove l’autore ci fornisce un repertorio storico dell’eloquenza romana. Primo Tiberio, maestoso, profondo e nascosto, sovrano maestro di ironia e sarcasmo. E, di tanto in tanto, uscite feroci (come Charlus): a) risposta a Dolabella; b) uscita contro la memoria di Agrippina: il giorno della sua morte deve essere celebrato come giorno festivo; è stata fortunata a non essere consegnata al pubblico carnefice! Sono documenti di inestimabile valore, perché Tacito si basa sulle stesse parole dell’Imperatore, conservate negli archivi del Senato. Ma, per dimostrare il virtuosismo di Tacito, c’è un altro mezzo: i discorsi che ha fatto da zero.

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VIII. Storia sociale in Proust

L’opera di Proust è una specie di commedia umana. Chi lo contesta? Lo stesso autore ne è ben consapevole. Predilezioni balzacchiane di molti dei suoi personaggi: il duca di Guermantes. Gilberte legge La ragazza dagli occhi d’oro. Charlus: “La morte di Lucien de Rubempré in Splendori e miserie” (S.e G.), una chiave. Balzac storico: la conferenza tenuta a Lucien dall’abate Carlos Herrera sulla strada principale vicino ad Angoulême. Ovviamente il mondo che descrive Proust è ristretto, limitato all’aristocrazia, alla grande borghesia, ai suoi servi, ai suoi clienti. (Questo non è del tutto esatto; vedere Maurois, Alla ricerca di Marcel Proust; ma è un mondo di fannulloni).Con Balzac si fa naturalmente appello a Saint-Simon. Proust è il pittore della società, questo è forse il lato più duraturo del suo lavoro. Ruolo del salone dei Guermantes (presso il nuovo Saint-Simon): tè dalla Marchesa de Villeparisis; cena da Madame de Guermantes; ricevimento notturno del principe de Guermantes; Tempo ritrovato: ricevimento mattutino del principe de Guermantes. Proust e l’ambiente aristocratico: è la storia di una delusione. Ammesso nei saloni, scopre rapidamente i lati inferiori della vita mondana. Difetti dell’aristocrazia: orgoglio, o bestiale o feroce. Charlus: pretese di cultura, i bon-mots di Oriane; H. de Breauté: vuoto intellettuale; Norpois: falsità. Il tema che si sviluppa nel corso del romanzo è la decadenza, ‘Declino e caduta’. Gli individui: ad esempio Charlus, la sua caduta. Le maschere stanno cadendo col tempo; quasi tutti si rivelano omosessuali! L’azienda stessa. Così Madame Verdurin, che si stabilì dopo la guerra come duchessa di Duras e Principessa di Guermantes (cfr. i mezzi per realizzarli: Odette e Morel).

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IX. Tacito: Declino e caduta, gli Annali

Di cosa si tratta? È anche la storia di una decadenza fatale, che si può studiare sotto vari aspetti. Tiberio si trasforma, o meglio preferisce gradualmente costrizioni esterne, e finisce per mostrare la sua vera natura nuda. Tutta una dinastia aristocratica, quella dei Julii e Claudii, da Tiberio a Nerone, subisce una progressiva degenerazione. Allo stesso modo un sistema di governo: moderato durante i primi anni di Tiberio, si trasforma in tirannia e si sprofonda nella catastrofe. E le famiglie della nobiltà, i cui antenati si erano costituiti proprio come la classe dirigente durante la Repubblica, conservate e sostenute da Augusto, furono rimosse dal potere dai suoi successori, rovinate e perfino perseguitate; non è altro che un élite mondana; contro la nobiltà prevale l’alleanza tra i Cesari e i novi homines, loro clienti. E la nobiltà si estingue anche per suo stesso fallimento: orgoglio, lusso, frivolezza e bassezza; poiché la nascita non esclude il servilismo. La vita politica e sociale, come la descrive Tacito, è triste e atroce, un tessuto di ambizioni e ipocrisie, dominato dalla violenza e dalla paura. Qui egli impone la propria visione. Sarebbe sbagliato? È ossessionato, ovviamente, dai temi dell’adulazione e dell’occultamento. Ma è tutt’altro che un’ossessione come quella di Proust per l’omosessualità. Secondo alcuni studiosi, questo storico, quando scrisse gli Annali, soffriva già gli effetti dell’invecchiamento: era diventato amareggiato, imbronciato e moralizzante. È un concetto piuttosto superficiale. Al contrario potremmo sostenere che le simpatie dello scrittore si sono ampliate (vedi per esempio il ritratto di Petronio). C’è dell’altro. Il suo senso della commedia si è sviluppato. Non abbiamo il diritto di evocare scene comiche, o i pastiches che inserì, ad esempio quelli dei discorsi di Vitellio o di Poppea Sabina? Non dimentichiamo, intanto, che anche Proust mantiene una sua identità di umorista fatto e finito. L’ironia di Tacito, il suo dono per il pastiche e la parodia non possono venir dubitati. Va oltre e rivendica la sua allegria e umorismo, non è eccessivo e dannoso? Ma questa potrebbe essere la “soluzione elegante”. Per Tacito, come egli stesso ammette, meditando sul passato e sul presente, una convinzione si rafforza: c’è un’ironia beffarda ovunque nella vita umana: ludibria rerum humanarum cunctis in negotiis. Ludibria, la parola è forte. Se non fosse arrivato, come Flaubert, all’idea che la storia sia uno “scherzo superiore”?

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X. Vocazione letteraria

Ironia e pessimismo a parte, c’è ancora qualcosa di molto grave nella vita. È un lavoro intellettuale e artistico. Questa è la via della salvezza. Qui i due scrittori si incontrano. Dovettero trovare la loro vocazione prima che fosse troppo tardi. Il Narratore, tornato dopo molti anni nel salotto di Guermantes, trova i personaggi che conosceva una volta, ma è tutto così alterato, contraffatto, danneggiato. Tutto si sgretola, tutto va verso la morte. Eppure noi possiamo recuperare il tempo perso, resuscitare il passato e recuperare una vita mancata… Dobbiamo scrivere. In questo modo scherniamo il Tempo, trionfiamo della morte. Allo stesso modo Tacito. Non che abbia sprecato gli anni migliori. Aveva già prodotto un capolavoro, le Storie, completato intorno al 109. Lontana da lui l’idea di sprofondare nella pensione o rinunciare a ogni attività: se ne va per il Proconsolato dell’Asia (112). I sessanta si avvicinano: cosa sta facendo? Un nuovo lavoro lo seduce, gli Annali. Vi si dedica allegramente. Il suo genio trionferà, e anche come lavoro implacabile, come sforzo di stile. Come dice lui stesso, meditatio et labor ad posteros valescit. Si propone di scrivere la storia di Roma, dall’ascesa di Tiberio alla caduta di Nerone, in diciotto libri. Quattro regni e lo spazio di cinquantaquattro anni (14-68), cioè la vita di un uomo, o meglio, il periodo che un vecchio potrebbe abbracciare come ricordi personali. Tacito vi entra tramite l’immaginazione. Trova ciò che già sapeva: l’imperatore, la corte, il senato, l’ambizione e l’ipocrisia, i paradossi e le vicissitudini della vita, il gioco del caso e della Fortuna. La distanza dà chiarezza e nitidezza – e in quell’era precedente tutto era ingrandito e migliore. Tacito fa rivivere questa era sepolta. Gli Annali sono una ricerca del tempo perduto.

Ronald Syme

Gruppo MAGOG