skip to Main Content

Alla ricerca della “Parola unica e suprema”. In viaggio con René Daumal, “un cattivo ragazzo”

Una mappa è esaurita da chi la percorre. Quel segno, cioè, è compiuto dall’esperienza: la scia disegnata di un sentiero non riproduce ciò che c’è ora sul sentiero – e neanche gli scollamenti provocati da una inondazione –, il nome di un fiume è e non è quel fiume, in cui dobbiamo bagnarci per valutarne l’intensità, il colore, transitorio come noi che lo attraversiamo. Così, Controcielo, pubblicato nel 1936 – ma scritto anni prima –, è la mappa che René Daumal – figura australe e imprendibile della letteratura francese – ha ideato per accedere al Monte Analogo (ripubblicato da Adelphi in “edizione riveduta e ampliata”), è un gesto linguistico, cioè, precoce, parziale, superficiale, lo scrive lui, “sono più simili a un urlo che a un canto”, quei testi, “sono stati come una valvola di sfogo, mentre attendevo di meglio”. Allievo di Alain, fondatore, con Roger Vailland e Roger Gilbert-Lecomte, della rivista “Le Grand Jeu”, cercatore, entusiasta, rabdomante del senso, Daumal alternava gli allucinogeni al buddhismo tibetano, la lettura di Maldoror alla lascivia esistenziale. Quando pubblica Controcielo (edito da Tlon nella traduzione di Damiano Abeni, con una introduzione di Andrea Cafarella, che ho interpellato, sotto), Daumal ha incontrato Alexandre de Salzmann, che lo inoltra nella disciplina di Gurdjieff; per lui è una svolta, che lo porta al concepimento del Monte Analogo, “centro originario del mondo… punto di comunicazione con l’al di là” (questo è Roger Nimier, scrittore di genio, esegeta dell’ “intelligenza personalissima di René Daumal, che potremmo definire lirismo ironico”). Al di là della ricerca intima dell’autore, Controcielo è un libro importante: la lirica bordeggia l’ignoto, la poesia deve scandagliare gli scandali, questo è un manuale selvaggio, un formulario mistico (“Io ho forma, avendo negato ogni forma”; “Io subisco tutto ciò, dell’Altro patisco, io il cui NO ha evocato tutto ciò, io che rinnegandomi ho fatto comparire l’Altro”). Il contro-cielo vale anche per contro-senso, derubando alla grammatica il gesto; Daumal si presenta come un negativo puro (“NO è il mio nome/ NO NO il nome/ NO NO il NO”) per scaturigine d’inno, brama verticale, oblio capovolto in eternità obliqua. La ricerca di Daumal è verso “la Parola unica e suprema, che non viene mai detta, ma che si nasconde dietro le parole dei poeti, e le sostiene. Se il Poeta pronunciasse tale parola, il mondo intero diverrebbe il suo Poema; avrebbe annientato il mondo ricreandolo in sé”. Ci sono vari modi per leggere una mappa. Il primo è quello di usarla per giungere a una meta. L’altro è bearsi di lei, della mappa, bevendosela tutta, bellissima. La quarta dell’edizione Gallimard di Poésie noire, poésie blanche, libro edito nel 1954, presentava Daumal, morto da diversi anni, come “una rivelazione, uno dei più grandi poeti di questi tempi”. Ecco: i testi di Daumal, queste mappe celestiali, possono essere usati per andare in altri mondi o goduti per ciò che sono, ben piantati in questo mondo. Fate voi. (d.b.)

La prendo larga: René Daumal è più poeta, asceta, teorico della letteratura, esploratore dei recessi spirituali, cercatore, profeta? È giusto intendere la sua opera come letteratura sapienziale?

A dire il vero mi sono molto interrogato su questa idea. È stato uno dei dubbi che mi hanno accompagnato lungo tutta la stesura dell’introduzione di Controcielo. In particolar modo per quanto riguarda il titolo. Alla fine ho scelto «Il poeta mistico, il maestro» ma inizialmente volevo che s’intitolasse «Il poeta veggente», un rimando fortissimo a Rimbaud che in Controcielo sarebbe pure giusto sottolineare. Solo che poi ho deciso di raccontare tutto il percorso di Daumal, e allora il titolo era diventato «Il poeta vedico» che mi piaceva molto ma comunque metteva in risalto solo un aspetto della sua poetica e della sua vita. Infine, il titolo definitivo è nato dal penultimo tentativo, una triade che poi ho tenuto come divisione interna dell’introduzione: «Il poeta, il mistico, il maestro». Pertanto non è semplice rispondere a questa domanda perché a complicare tutto c’è il fatto che il percorso di Daumal si dipana nell’arco di soli trentasei anni di vita. C’è un grande yogi dei tempi moderni che ha scritto un aforisma che avrei voluto inserire nella mia prefazione: «If you want to learn something, read about it. If you want to understand something, write about it. If you want to master something, teach it». Tirando le somme è proprio in questo senso che René Daumal più di ogni altra cosa era un maestro. Possedeva la maestria (forse il modo migliore di tradurre to master) di tutte queste discipline che lei ha giustamente nominato. In questo senso allora sì che possiamo considerare la sua come letteratura sapienziale.

Come si colloca Controcielo nel percorso di ricerca letteraria e spirituale di Daumal? E poi… cos’è questo ‘controcielo’? Aggiungo: il gesto letterario come inteso da Daumal mi pare una pratica nella letteratura francese, condivisa, ad esempio, da Artaud, Michaux, Char, Jabés, una parola, cioè, che va al di là del logico, nell’ombra del verbo: è così?

Controcielo è un po’ come La condanna per Kafka. È il libro in cui René Daumal sprigiona tutti i suoi bisogni, le sue idee in forma di mancanze. Poiché è il libro che chiude il periodo della giovinezza, della preparazione prima dell’iniziazione. È il libro in cui trova una voce, una via (lo dice palesemente nella sua breve introduzione). Il «Contro-Cielo» è il vuoto da raggiungere per accogliere l’illuminazione: la vuotità. Per questo è contro. Potremmo dire anche che è un Cielo convesso (riprendendo un aggettivo che utilizzerà poi ne Il Monte Analogo). Nel libro il «Contro-Cielo» non viene mai nominato apertamente, viene però nominato il «Contro-Mondo» come «intenso, inesteso, di verità visibile». E lo fa in uno dei componimenti più emblematici della raccolta (quello dedicato a Sima), «L’altro lato dello scenario», appunto. C’è anche un testo nel primo numero de «Le Grand Jeu» in cui Daumal descrive «questo “universo supplementare”» scrivendo che «è il mondo alla rovescia in cui vanno i morti e i sognatori, secondo le credenze primitive, è lo stampo cavo di questo mondo». Direi quindi che il Controcielo è l’invisibile, il silenzio, il buio, la morte. Il cielo di ciò che si trova dall’altro lato dell’universo visibile. Ragionamento che ritroviamo anche quando seguiamo il suo racconto alla scoperta del Monte Analogo. E allora il Controcielo diventa forse il cielo da raggiungere arrivando alla vetta di quel monte ‘simbolico’ che unisce la terra e il cielo. Riguardo le somiglianze con Artaud e compagni: assolutamente sì. C’è una somiglianza netta, seppure poi non si creò mai una vera e propria sinergia o un rapporto duraturo con nessuno di questi. Quello che li accomuna è la ricerca della «Parola unica», una ricerca mistica, spirituale. In questo Mallarmé ha fatto scuola e sicuramente ha creato una genia tutta francese di cercatori di questo tipo, ma direi che tutti gli ‘autori eterni’ hanno condiviso questa propensione verso l’ignoto, verso una sospensione della logica che permettesse di dischiudere il segreto del linguaggio (e quindi, forse, dell’essere umano). «Non si conosce la parola mediante la parola, ma attraverso il silenzio» scriveva Daumal, ma credo che in tanti, Michaux e Artaud di sicuro, sarebbero d’accordissimo.

Daumal e la Quarta Via: cosa aggiunge di nuovo, di altro il poeta nell’alveo del pensiero di Gurdjieff?

Non direi che Daumal abbia aggiunto qualcosa all’insegnamento di Gurdjieff. Lo stesso potrei dire di Ouspensky, però, che pure è colui che ha riassunto meglio di chiunque altro il pensiero di Gurdjieff e l’insegnamento della Quarta Via. Direi che Daumal ha dato testimonianza di un punto di vista, quello dello scrittore, del poeta, appunto. Ovvero chi possiede la maestranza della parola. Il suo lascito più grande difatti sono due romanzi, La Gran Bevuta e Il Monte Analogo, nei quali descrive la via gurdjieffiana in una forma narrativa perfetta. Prima in forma negativa e poi attraverso l’ascesa. Diciamo che Daumal ha dato una forma puramente letteraria all’insegnamento. Cosa che Gurdjieff stesso non riesce a raggiungere nei suoi libri, e forse non era nemmeno quello il suo intento, se vogliamo dirla tutta. In ogni caso, c’è un libricino che raccoglie le lettere che Daumal scambiò con i Lief, una coppia di giovani coniugi che ospitarono per qualche tempo i Daumal, intessendo una relazione profonda e condividendo – oltre la malattia dei due mariti – anche la pratica gurdjieffiana. In questo libro ci sono anche delle lettere inviate a Jeanne De Salzmann, che divenne maestra di Daumal dopo la morte del marito Alexandre, allievo diretto di Gurdjieff e suo primo maestro. In queste lettere è evidente il ruolo di Daumal, vi sono delle letture, delle interpretazioni dell’insegnamento della Quarta Via che sono molto interessanti e denotano una vera e propria mestranza, anche nell’atteggiamento umano che aveva verso Geneviève e Louis Lief. Una sua personale Quarta Via (uno dei sottotitoli che avevo pensato di usare era proprio «La Quarta Via daumaliana»).

Insomma: cosa la affascina di Daumal?

Tutto. Persino i suoi più evidenti ‘errori’. Sono quello che rende il suo percorso così umano, così vicino. La prima parte della sua vita – che viene divisa dalla fase finale da quei due anni che vanno dalla pubblicazione di Controcielo a quella de La Gran Bevuta – è un insieme di esperimenti folli e studio disperatissimo. Il periodo delle riviste in cui attacca nientemeno che Breton. L’uso di sostanze di cui non conoscevano la reale natura né l’effetto. Era un ‘cattivo ragazzo’ diremmo oggi, forse. Era uno ‘scapestrato’ (se mi concedi il termine desueto). D’altronde potremmo metterlo nello stesso olimpo di Gurdjieff e Jodorowsky, e vicino a lui Artaud e Michaux. Roger Gilbert-Lecomte era il suo compagno d’avventure, lo vedeva come un padre in quegli anni. Non proprio una compagnia affidabile. Eppure, Daumal è riuscito a trovare il suo senso proprio nel percorso e nella disciplina. Nella rigorosità. Studia il sanscrito e impara dai grandi studiosi: René Guénon, Ananda Coomaraswamy, Suzuki. E poi incontra questo gruppo di praticanti e s’impegna concretamente. E questo maestro eclettico che riesce a insegnare agli occidentali la scienza sacra. In questo coacervo di filosofie diversissime lui trova la sua via e ci insegna così l’unica verità sugli insegnamenti: non ne esiste uno migliore o più vero dell’altro, ognuno ha il suo proprio: ognuno è maestro di sé stesso. E così diventa maestro anche degli altri, con l’esempio, questo è forse il grande lascito daumaliano.

Chiudo chiedendole, per sommi capi, un ritratto di Claudio Rugafiori, figura che lei annuncia e adombra, con alato rispetto, nell’introduzione al volume.

Rugafiori è stata una delle mie ossessioni. Un personaggio inconoscibile (e credo anche che sia giusto così). Quello che so è che era a Parigi e incontrava Calvino e Agamben. Volevano fondare una rivista ma non si concretizzò mai. Agamben lo considera un maestro. Poi era uno di quelli del gruppo di fondazione di Adelphi. Ha curato tutta l’opera di Jarry e di Daumal (quella di Daumal anche per Gallimard). Ha curato anche Nel paese dei Tarahumara per avvalorare la tesi di vicinanza ad Artaud. Insomma, è probabilmente uno dei più importanti (addetti editoriali? Studiosi?) in Italia e forse nel mondo, eppure non si hanno notizie su di lui e vuole palesemente restare in incognito. E io rispetto moltissimo questa scelta (e spero che chi sta leggendo possa fare lo stesso e astenersi dal cercarlo). Tuttavia, per parlare di Daumal non potevo esimermi dal fare un omaggio a Rugafiori e al suo immenso lavoro. C’era anche una sua frase che volevo riportare nell’introduzione per descriverlo (facendo diventare l’omaggio una sviolinata). Una frase che lui dedica a Éveline Lot-Falck, di cui ha curato – firmandone la postfazione – I riti di caccia dei popoli siberiani. Allora diciamo con le sue stesse parole che Claudio Rugafiori «grazie alla sua “chiaroveggenza” e alla sua “chiarudienza” – ha saputo restituirci non l’ombra ma la realtà stessa o, se si preferisce, l’idea adeguata» su René Daumal e, con lui e come lui, su molto altro ancora.

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca