26 Gennaio 2022

Praga o la bellezza della vertigine. Dialogo con Maurizio Fantoni Minnella

Se Praga fosse una parola? “Praga è innanzitutto una parola, un linguaggio, un segno per decifrare la vita insensata e fuggevole” dice Claudio Magris. Che cosa è Praga, dopotutto? Una città perduta e ritrovata, una città dell’oro e grigia, annerita dal carbone, kafkiana, una città mitica e quotidiana, una città segreta e piena di fascino, con i tram deserti e sferruzzanti, una città misteriosa che, una volta che ti ha catturato, non ti lascia più. È amore. Un amore totale, folle.

Struggente, passionale, senza pace, come può esserlo, talvolta, l’amore per una donna. La sua seduzione, tra sogno e realtà (già solo il solo arrivarci in treno ha una sua dimensione onirica) è raccontata – con una prosa che tesse sapientemente nostalgia e racconto, sogno e luoghi reali, in più tempi che ripercorrono e ritraggono diversi momenti storici – In Praga romanzo di una città (appena pubblicato da Castelvecchi nella collana Cahiers) dello scrittore, saggista, filmmaker, documentarista e studioso Maurizio Fantoni Minnella. Come una donna, anche Praga cambia, è cambiata con il tempo, il suo corpo non è più quello che ci aveva fatto innamorare. O forse sì. “Ho chiuso gli occhi e Praga era lì ad aspettarmi come una donna bellissima e pensosa che non riusciva a capire perché me ne fossi andato troppo presto per assistere al cambiamento, a come il suo aspetto fosse mutato”.

Una donna perduta? Una donna che si lascia amare, oggi, da sciami di ronzanti turisti. “Immaginiamo un film che si apra in dissolvenza sull’inquadratura di un grande fiume trasformatosi per incanto in un lago piccolo. È ciò che, oggi, io vedo guardando la Moldava dalla Smetanovo in direzione del Castello. Decine, che dico, centinaia di figure umane che si muovono nell’acqua su pedalò a forma di cigni o di automobili d’epoca, come una placida massa di insetti colorati. Così li vedo da una rispettabile distanza. Turisti ronzanti, allegri di trovarsi tutti riuniti in una città che si è messa a loro disposizione, disponendo i piccoli e grandi spazi, le abitazioni, i vecchi negozi e le botteghe, le illuminazioni a misura di ospiti frettolosi, moltiplicando a dismisura birrerie, alberghi e ristoranti, inventando musei tanto spettacolari quanto inutili, perché tutto diventi, seguendo il modello di Venezia, realmente a portata della mentalità delle masse globali, dentro il vasto perimetro di una città che ha definitivamente smarrito la propria anima, venduta sul mercato del turismo globale”.

Una città venduta, dunque. Se lei potesse, per magia, ritrovare la Praga che ha amato di più, quale sceglierebbe?
“Vorrei ritrovare la Praga di Alexander Dubcek che nel 1968 propugnava il socialismo dal volto umano e poi anche quella post-comunista di Vaclav Havel, una Praga ancora estranea al turismo di massa. Rimpiango alcune atmosfere, ormai perdute. Il grande silenzio della città. La musica. I concerti gratuiti ogni sera, quando le chiese erano aperte. Ho vissuto, con Praga, il mondo dell’est, quell’est europeo che ho visitato in tempi in cui nessuno si avventurava (per conformismo) oltre la Cortina di ferro. Ormai è un mondo perduto, oggi Praga è completamente gentrificata, occidentalizzata secondo il modello vincente neo-liberista. La città vltavina paga il caro prezzo del turismo, della globalizzazione. Io rimpiango un mondo non consumistico, l’odore del carbone come la madeleine di Proust, la città nera, grigia, la sobria cupezza degli alberghi di regime. Una Praga ben diversa dal mito della Città d’Oro, la Praga magica del mito letterario, raccontata dalla tradizione post-romantica in lingua tedesca. Ma la Praga era anche altro, non solo il mito”.

Quando e come è nato il suo amore per Praga?

“Quando ho deciso di andare a Praga? È stato grazie a un libro allora proibito in Cecoslovacchia, Praga magica di Angelo Maria Ripellino, un grande boemista e un grande poeta, da cui sono partito con l’idea giovanile di aprire le porte del mondo mitteleuropeo. Ho studiato molto la storia e la cultura di questa parte d’Europa, viaggiando in Boemia, Moravia e Slovacchia, e in tutti gli altri paesi del socialismo reale, sebbene già le mie convinzioni oscillassero verso il socialismo libertario. Ho maturato, inoltre, una posizione precisa sulla Primavera di Praga: fossi stato praghese nel ’68 avrei tirato i sassi contro i carri armati del Patto di Varsavia perché la libertà va difesa sempre, anche se è in gioco il destino del sistema politico di un paese”.

Nel libro, una interessante forma di reportage letterario, scritto come un romanzo, Maurizio Fantoni Minnella ritrae personaggi realmente esistiti come Honza, dal passo ciondolante e dalla blusa scozzese, che fabbrica i soldatini di stagno, Karel che vive circondato da libri di cui si deve disfare e il critico d’arte Alexej. Tutte persone che l’autore ha conosciuto vivendo per lunghi periodi nella capitale della Repubblica Ceca. Nel libro, si ritrae la festa della separazione della Cecoslovacchia: nevicava a grossi fiocchi sulla città di Praga “la notte in cui finì la Cecoslovacchia”.

“Un’altra rivoluzione si era compiuta. A Praga, le rivoluzioni e le defenestrazioni non si contano più sulle dita di una mano. Mi sentivo stretto fra gente che manifestava un sentimento a cui ero del tutto estraneo, tuttavia dentro di me avvertivo la sconfinata ebbrezza che si è soliti provare di fronte a un grande evento collettivo che sembra trarre forza proprio dalle sue stesse contraddizioni. Per un momento credetti di essere trascinato dalla corrente di urla, di fischi, di petardi fatti scoppiare nella più totale noncuranza del pericolo”.

E L’insostenibile leggerezza di Kundera? È vertigine.

“La vertigine è anche la sensazione che proviamo con intensità di desiderio ogniqualvolta ci confrontiamo con la bellezza e Praga è, dunque, una interminabile sfida alla capacità di resisterle”.

Linda Terziroli