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“Per ricondurre allo splendore”. Per una nuova traduzione dei “Cantos”

Il libro sta sotto un coltello indiano, una specie di kirpan, il pugnale che indossano i Sikh. Mi pare giusto, a garanzia dell’offesa che porta con sé quel libro, del pericolo; e del sacro che emana. La bancarella vende oggetti orientali, ornamentali, più o meno kitsch; alcuni dalla lucidità sorprendente. Il tempo è perfetto, freddo, blu: il cielo è a portata di mano, come un bicchiere. San Giovanni in Marignano è un borgo della provincia italiana fermo agli anni Cinquanta: reflui rinascimentali, residui settecenteschi, le case non superano un piano. Poco più in là, a Misano, Valentino Rossi ha corso l’ultima gara nel circuito domestico, casalingo: il caos – colluso con la nostalgia – è giallo.

Il libro è lì per decorazione, eppure è indecoroso – anche il venditore ne riconosce il rischio. Ne dissimula la forza. Lo vende?, chiedo. Lui nicchia. Veramente no. Vuole giocare, ha l’intelligenza lignea della provincia. Mi squadra. Scambiamo due battute. Vabbè ti faccio… guarda che è un regalo… quel libro… un amuleto… Lo so. Metto il libro in tasca, come un’arma.

In copertina c’è il viso pazzesco di Ezra Pound, “a Rapallo, negli ultimi anni, ritratto da Vittorugo Contino”. Che paradosso collocare Pound nel tempo: quel volto viene da Babilonia, da Uruk, da Shangri-la, da Tokyo; è stato segnato su un albero dagli Irochesi, cantato dagli Inuit, sparpagliato dagli sciamani. Volto muto di profeta dal deserto pietrificato, pare l’icona dell’ultimo uomo; “negli ultimi anni”, già, fino alla fine del mondo. Prove e frammenti di Ezra Pound è stampato da Guanda nel 1981, nella “Collana diretta da Giovanni Raboni”: è il numero 81 dei “Quaderni della Fenice”. Al di là della ricorrenza delle cifre – 81, il 9 raddoppiato, la trinità esaltata, i capitoli in cui si squaderna il Daodejing –, il libro è un viaggio nell’editoria italiana che fu. Che collana memorabile i “Quaderni della Fenice”, di sovrumana grazia: il primo libro è dedicato alle Poesie di Osip Mandel’stam a cura di Serena Vitale, seguono testi indimenticabili (Grazie nebbia! di W.H. Auden, Tatto di Thom Gunn, Indizi terrestri di Marina Cvetaeva, L’uomo a cavallo di Drieu La Rochelle, le Poesie di Endre Ady e poi Ghiannis Ritsos, Guillaume Apollinaire, Rafael Alberti, Virginia Woolf, Hugo von Hofmannsthal) e una certa vitalità nell’alternare i ‘classici’ agli esordienti, ai viventi (Giampiero Neri, Milo De Angelis, Giancarlo Majorino, Cesare Viviani…).

Per Prove e frammenti s’intende Drafts and Fragments. Cantos CX-CXVII, “il ‘palinsesto’ dei frammenti scritto tra il 1958 e il 1961 dopo il ritorno in Italia” (così la nota del ‘Meridiano’ Mondadori dedicato ai Cantos), edito in UK nel 1968, più che altro sospiri e ispirazioni, il Pound ultimissimo, che procede per rivelazioni e confessioni, sigillando il secolo – che ne ha racchiusi decine – prima di inabissarsi nel silenzio. Per chi ama Pound, il libro è formidabile, se non altro per la traduzione, di Carlo Alberto Corsi – ma il colophon specifica: “Traduzione dall’inglese di Carlo Alberto Corsi e Michelangelo Coviello” –, anglista (ha tradotto, tra gli altri, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, John Fante, Charles Bukowski), scrittore (ha pubblicato, con Guanda, La storia del mago, libro anomalo, “una invenzione linguistica di nomade”, che attacca così: “non ci sono altre storie da raccontare ma una sola storia. sempre la stessa. come il rumore delle onde del mare. lontano e buio. come la notte in cui sono nato. dev’essere stata ben buia, la notte. se ci penso i sento le ossa rotte”). Insomma, non è la versione consueta di Mary, la figlia di Pound.

Ecco alcuni frammenti, lamine orfiche nella bocca triplice del vento.

Confessare gli errori senza perdere la giustizia:
Carità talvolta ho sentito,
ma non posso farla fluire.
Una piccola luce, una luce fioca
per ricondurre allo splendore.

*

Il Male è Usura, neschek
il serpente
neschek il cui nome è noto, il profanatore
oltre la razza e contro la razza
il profanatore
Τόχος hic mali medium est
Qual è il centro del male, bufera infernale che mai resta,
Il cancro che di tutto si nutre, Fafnir il verme,
Sifilide dello Stato, di tutti i regni,
Verruca della comunità,
Cancrigno, corruttore di tutto.
Il buio il profanatore,
Il male gemello d’invidia,
Serpente dalle sette teste, Hydra, che in tutto si insinua,
Che le porte del cielo trapassa, che il Bosco di Paphos profana,
neschek, male strisciante,
fango, corruttore di tutto,
Di fonti veleno,
di fontane, di tutte, neschek,
Il serpente, male contro la crescita della Natura,
Contro la bellezza.

*

Ho cercato di scriver Paradiso
Non muoverti,
Lascia che il vento parli
questo è Paradiso

 

Gli dei perdonino ciò che
ho fatto
E ciò che ho fatto cerchino di perdonare
quelli che amo

*

Il poeta trova la grazia, non perde l’ardore: le parole sono allineate, ora, come anatemi, come commiati. “Col passare del tempo, la grandezza della poesia di Pound mi appare sempre più evidente, solitaria e indimostrabile. A volte, ho l’impressione di trovarmi solo a contemplarla, e mi prende il timore che, a chi me ne chiedesse conto, non saprei rispondere che con un gesto di rinuncia o una parola di sgomento”: così inizia la Nota introduttiva di Raboni al libro di Pound. Di fatto, la denuncia di una parentela, l’ostensione di una genealogia. Raboni parla, infatti, del “magistero di Pound… per i poeti italiani della mia generazione”. Pound, scrive Raboni, “è stato questo modello, questo testimone. Ci ha dato – ci ha fatto vedere – ciò di cui avevamo bisogno”. È così ancora oggi? Chi cita Pound lo ha davvero letto? Chi scrive poesia, ha ancora Pound per modello? Non sono questioni fatue, perché proprio quando nulla ha senso e la civiltà cala in una disperazione ignifuga al prodigio, in una laccata, laconica protervia, la poesia esiste, esige cura. “Scrivo per resistere all’idea che l’Europa e la civiltà precipitino nell’Inferno. Se sono ‘crocefisso per un’idea’ – cioè, l’idea coerente intorno a cui si sono sviluppati i miei disastri – è probabilmente l’idea che la cultura europea debba sopravvivere, insieme ad altre culture, in ogni università. Contro la propaganda del terrore e la propaganda del lusso, hai una risposta carina e banale?”, diceva Pound, indomato, nel 1962.

L’anno prossimo sono i cinquant’anni dalla morte di Pound. Fioriranno iniziative ‘culturali’, carine, banali, tese ad annientare il pericolo insito nella poesia di Pound, ad addomesticare il poeta, autentico ‘pericolo pubblico’. Sarebbe bello sottrarre i Cantos dalla canea degli studiosi, dal vituperio dei colti; sarebbe bello ritradurli, i Cantos. Ci vuole un marasma di poeti, però. Di gente che abbia l’ulcera del linguaggio. Poeti grandi, piccoli – la verticalità non ha senso per il poeta – o disgraziati. A ciascun poeta, un canto dei Cantos. Un’opera collettiva? Parola terribile… Un’opera corsara. La facciamo?

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