Ti accorgi dell’importanza delle persone dal vuoto che segue la loro assenza. Qualcosa nel quotidiano che scricchiola, la crescente sensazione di aver compiuto un ulteriore passo in là in fatto d’inadeguatezza. Dacché ne ho memoria trattasi di una condizione con cui ho sempre convissuto, ma negli ultimi mesi la prematura scomparsa della mia collega Luana (entrambi librai e compagni di lavoro da otto anni) ha segnato un suo deciso inasprimento.
E le assenze qui s’intrecciano.
Fu lei a portarmi da Tribùk 2024 (annuale incontro fra editori e librai) i pareri di lettura, ancora in bozza, di un autore a me caro, Giuseppe Pontiggia, a cura di una nuova casa editrice, Palingenia, Il testo in questione, nel frattempo dato alle stampe in una pregevole edizione, è Un libro che divorerei, una selezione di circa 200 pareri sugli oltre 4.000 scritti in 30 anni di consulenza per le case editrici Adelphi e Mondadori.
Di Giuseppe Pontiggia ho letto molti anni fa Nati due volte e ne conservo un ricordo luminoso, la capacità di muoversi sul terreno minato della disabilità senza incespicare nel patetico. Il ricorso all’ironia che screzia un fondo di rigorosa lucidità. Un romanzo che tuttora consiglio a quei lettori che sanno fare a meno dell’ennesimo copia-e-incolla consolatorio e moraleggiante.
E in questo Pontiggia più ‘privato’, più ‘professionale’ ritrovo lo stesso candore. Un acume, il suo, naturale, tipico di chi è cosciente del proprio valore e non ha bisogno di esagerarne i confini, di millantare. Scheda dopo scheda riaffiora una passione per l’oggetto libro sconfinata, Pontiggia spazia con disinvoltura dalla narrativa alla poesia, dall’antropologia alla filosofia, dalla storia alla psicologia: una plasticità all’ombra del divino. La sua personalità è come in ascoltazione, non in disputa. C’è sempre un fondo di grazia nel trattare e giudicare il lavoro altrui, una nobiltà emotiva che lo eleva e lo mette al riparo da piccinerie e gelosie.
Le sue indicazioni vengono spesso recepite:
Paolo Maurensig, La variante di Luneburg:
“È un romanzo condotto con inconsueta sicurezza e maestria, con una coltivata semplicità di linguaggio che mi ha colpito. Queste intersezioni di mondi, queste sovrapposizioni di gioco e di realtà rinnovano una tematica antica con un talento originale. A me sembra un romanzo da fare”.
Danil Charms, Casi:
“È un autore che prende immediatamente alla lettura e che merita di essere tradotto, per la sua brevitas geniale e grandiosa, per la sua comicità drammatica e surreale e insieme potentemente realistica”.
Guido Morselli, Un dramma borghese:
“Ci sono momenti deboli […] e qualche volta la sovrana imperturbabilità dell’analisi è un po’ insistita. Ma ci sono anche molti momenti incalzanti di quella che Rousseau avrebbe chiamato «lussuria pudica» e splendide pagine di lucida e tetra vitalità. Un testo tra Laclos e Musil, da pubblicare insieme con gli altri rifiutati”.
Altre volte disattese:
Marcel Jouhandeau, Chaminadour:
“Un paese con i suoi personaggi di una meschinità grandiosa, le sue depravazioni occulte, le sue redenzioni postribolari, i suoi riscatti tardivi. Lo stile, di una ingordigia ascetica, oscilla tra Renard e Léautaud, ma la speranza demoniaca che lo attraversa è inconfondibilmente Jouhandeau. Che cosa aspettiamo a farlo?”
Marisa Volpi, Nonamore:
“Questi racconti […] appartengono a un genere oggi di moda, quello della narrativa finta. È una sorta di letteratura di secondo grado, nutrita di consapevolezza psicologica, critica e formale, che riesce a gremire di dettagli insignificanti pagine e pagine con la stessa vaporosità con cui le gremisce di eventi apparentemente cruciali e decisivi, ma che risultano invece al lettore altrettanto futili e inconsistenti. Una domanda editorialmente interessante è: perché piacciono? Perché appunto sono finti, sono di secondo grado, e sanno diluire i sapori della narrazione in quella pappa omogeneizzata che viene propinata come dieta a un pubblico disappetente, che ha troppi problemi di digestione. […] Se si vogliono inseguire successi di una qualità finta, questa è una occasione. Se invece si cerca meno raffinazione (non direi raffinatezza) e più sostanza, allora è un testo da lasciare senza rimpianti ad altri (pur prevedendo premi dati da critici rassicurati e anche un discreto successo di pubblico)”.
Da quest’ultimo parere sono trascorsi più di 37 anni e Pontiggia ci ha lasciati da oltre 20. E a giudicare dalle sue parole, credo che abbia avuto il tempo di fiutare il declino editoriale, allora già evidente e oggi manifesto in tutto il suo sfavillante grigiore.
Mentre qui si ragiona di bibliofilia (il fondo Giuseppe Pontiggia conta oltre 40 mila titoli), le statistiche dicono che un libro su tre venduto nel mondo è un romance. Si aggiungano ai totali: crime, manga, graphic novel, testi motivazionali, saggistica, narrativa d’intrattenimento, ricettari più o meno d’autore, e gli interrogativi sorgono spontanei: esiste ancora uno spazio per la letteratura? Riusciremo a preservare dall’oblio i capolavori di oggi e a stimolarne la nascita?

Dubbi che gran parte della filiera editoriale derubrica a masturbazioni intellettuali; sembra sia normale incoraggiare ragazzine a sproloquiare delle loro cotte adolescenziali, rigorosamente sotto pseudonimo anglofono, e lasciare che i poeti languano nel mutismo. Certo ci sarebbero i diplomati e laureati della scrittura, con tanto di circoli prezzolati e allori ricorrenti, ma a ben guardare i loro scritti appaiono come timide variazioni sul tema… che qualcun altro ha stabilito.
Pontiggia avrebbe forse eccepito che “La bellezza della scrittura sta nell’assenza delle regole”. E magari non è un caso che stesse lavorando a un ambizioso progetto sul linguaggio autoritario. Un uomo consapevole delle leggi di mercato, ma impermeabile alla mediocrità, difatti non lesinava i no:
“È un giovane viziato da rifiuti editoriali troppo eufemistici per la sua immodestia (dice di non aver imparato niente dal «signor Hemingway»: bisognerebbe rispondergli che, dopo averlo letto, nessuno ne dubita). C’è una certa verve, il solito rimestare nelle masturbazioni infantili (ormai immancabili come le pistole «finemente arabescate» nei romanzi di Salgari), un’aria da picaro torinese sfasato e beffardo. Potrebbe migliorare, ma per adesso non vale la pena di pubblicarlo”.
“È un’altra sinistrata da Rajneesh [leggi Osho], buono per sé, ma un po’ meno per gli altri: piena di amore per le piante, per gli uomini, per l’universo, per il maestro. Una vena irrefrenabile, molto Lorca, Alberti e Neruda trangugiati di corsa e mescolati con Dylan (Bob). Lasciamola alla sua gioia di vivere e continuiamo nel nostro grigiore”.
Intanto le assenze continuano il lavorio ai fianchi, sbrecciano i contorni della memoria. I volti amati e perduti invocano una dimenticanza che non siamo disposti a concedere, scegliamo di vederne mutare i profili, sbiadire le tonalità piuttosto che congedarli. Compagni di scorrerie, reali o letterari, che ci precedono nella marcia verso il crepuscolo.
Una processione funesta e preziosa cui faccio la guardiania.
Grazie Lu.
Gianluca Pìtari