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Il sesso oltre la siepe. Perché gli over 60 lo fanno meglio di ‘noi’

L’8 Marzo del 2019, su queste stesse pagine, il mio esordio avventuriero si tinse di ermetismo serpentino, spiaccicandosi sul vetro in frantumi di quei piccoli cristalli di cuore umano chiamati uomini. Scrissi un breve saggio avvolto di amarezza, testardaggine e convinzione. Nella mia proiezione futuristica di un mondo senza uomini, lo sterminio in realtà è un atto dovuto in fase di compimento. E lo dico col cuore in gola, stendendo questo velo incosciente di parole al vento dal soffio loquace, tinto delle trame musicali di Ennio Morricone, colui che portò alla ribalta l’uomo comune del/nel mito (in quanto mito e Uomo e Sensibilità in prima persona).

Quale distanza ormai separa l’essere femminino dal masculino? Una sorta di abisso nella steppa arida di quel selvaggio west portato alla ribalta dalla cinematografia italiana. L’indifferenza dei numeri primi si tramuta nella grettezza dei secondi,  in uno scambio nemmeno più tanto segreto di insensibilità profuse con nonchalance goliardesca, intonsa di misoginia e maschilismo a fasi alterne. Il grezzo torna a splendere, come quelle pietre scintillanti nella boscaglia dei rifugi ancestrali, l’uomo intento a procacciare mietendo fendenti con la propensione al sapor di testosterone: accendere fuochi.

E la donna? Nel rifugio cavernoso, in attesa di capire, per lunghi secoli ancora, quale fosse il suo ruolo (recenti ulteriori scoperte di reperti fallici primordiali confermano quanto fosse necessario compensare lacune e soddisfare desideri). Carnefice, vittima e via così per secoli e secoli sino a quando qualche buontempone (Hegel, Dostoevskij… la lista è lunga) non decise di donare uno specchio sublime all’arbitrio incatenato degli esseri umani. Alcuni continuano solo a bearsi della propria immagine riflessa, altri si sono volutamente feriti con le schegge saltate per via di quel pugno liberatorio (o una testata, scegliete voi). Ma non voglio portarvi ulteriormente fuori strada, né ferirvi.

Sapete chi è Reinhard Marx? Cardinale e arcivescovo cattolico tedesco, tra le altre cose coordinatore del Consiglio per l’economia del Vaticano. Luterano e filo-marxista, in molti lo vedono successore di Papa Francesco (ricordo: nominato Vescovo da Papa Giovanni Paolo II, elevato Arcivescovo e creato Cardinale da papa Benedetto XVI, così per dare ‘colpe’ solo a Bergoglio). Donne nelle posizioni di comando della Chiesa è il testo della conferenza tenuta dal card. Marx a Roma, il 2 dicembre 2019, nell’ambito di una delle riunioni del Consiglio: “In questo campo, i cambiamenti sono urgenti e devono essere portati avanti. Parliamo molto di una nuova forma sociale della Chiesa. In nessun altro momento come nei nostri tempi la domanda è così chiara.”

Stiamo parlando di un uomo che spinge per unioni omossessuali battezzate dalla Chiesa e celibato ecclesiastico. La strada della vita è lastricata di trappole e saliscendi virtuosi, da sempre e per sempre e mai come oggi, nonostante siate così pigri dal voler accettare solo la voce della vostra (in)coscienza, il ruolo dell’uomo è completamente sottosopra. E per uomo intendo il maschio, facente parte dei Millennials (1980-2000) o della Generazione Z (dal 2000 in poi). La sua prorompente e giocosa propensione all’androginia (spesso solo di animo e spirito per non venir meno alla classificazione estetico-sociale), la sua elegante e propulsiva stimolazione emotiva, creativa artistica e quasi in simbiosi e fusione con la femminilità nativa, spazza via la sterpaglia secolare dell’uomo colonna portante di un tempio frantumato, oggi ricostruito di beltà e libertà, di amicizia e amore libero, di sensibilità e stimolazione del pensiero.

Siamo e continuiamo ad essere la colonna dell’altro/a ma con le mani rivolte al prossimo e non con le mani sui fianchi. È (s)terminato il tempo di The Good, the Bad and the Ugly, ora è giunto il momento del Watch Chimes – Carillon’s Theme (For a Few Dollars More). Gli avvezzi ai cambiamenti globali, genetico-sociali sono gli stessi che non vedono l’ora di tornare a galla nella melma sociopatica e poco lungimirante del periodo pre-covid, sono quella classe del pensiero stantia legata al cordone ombelicale delle generazioni precedenti (un buon 95% degli italiani). Perduti senza che se ne accorgano.

Ma in tutto ciò perché gli over 60 lo fanno meglio di ‘noi’? Perché vivono bene la loro condizione natia di sesso emancipato nella loro gioventù, perché hanno ribaltato forse un 10% della loro vita sessuale senza logorarne i capisaldi, perché molti di loro mantengono ‘la barra dritta’ senza perdersi d’animo o d’identità (seppur confusi dal mondo circostante, mondo dal quale attingono e al quale donano ancora moltissimo di sé). Non hanno bisogno di ritrovarsi, si sono già trovati, non hanno bisogno di perfezionarsi, si amano da sempre così (nonostante i bisticci e quei ‘tornado’ esterni), non hanno bisogno di guardarsi allo specchio, si conoscono da una vita e si accettano. Per questo l’amore puro fuoriesce con una leggiadria e spensieratezza elegiache e al contempo gioiose da video come Julia Stone – Dance. Susan Sarandon e Danny Glover sono i protagonisti di un videoclip memorabile, nel quale gli attori si preparano per il loro primo appuntamento in terza età. Eccitati, ballano vertiginosamente e girano ognuno nelle rispettive case, storditi dalla prospettiva di ciò che sta per accadere. L’amore ai tempi della fanciullezza avanzata. E il sesso in questa occasione non potrà che essere pazzesco. L’amore tramandato e da tramandare, scintille che anche le nuove generazioni devono assorbire per il nuovo viaggio che le attende. La magia dei rapporti è la nuova fusione alchemica degli ibridi umani.

Ma nel mostrarsi per poi ritrarsi, nell’impersonificare (come se fossimo noi gli attori) per poi sbugiardare non vi è alcun senso. Siate autentici, forzate il cambiamento, lasciate scorrere e non arginate e soprattutto non ricalcate le orme del passato. La coppia oggi sta trovando un nuovo spessore e i rapporti del vecchio west sono un lontano retaggio da fondere e ibridare. E se non fosse possibile soddisfarsi con il partner tanto detestato, direi che la storia dimostra quanto sia semplice trovarsi delle sane alternative, magari un poco psicotiche ma di certo  un valido sostegno alla cura della solitudine. Il corto Gabriel girato da Pierfrancesco Artini (padovano classe ’88 emigrato a Londra e oggi a Madrid) con la collaborazione di Claudio Masenza (sceneggiatore, direttore artistico, critico e regista di fama internazionale) è la storia di Agatha, una donna di settant’anni da poco vedova, continuamente stimolata dalla prestante giovane coppia di vicini di casa. Gabriel è molto attraente e probabilmente accenderebbe anche uno scaldabagno senza corrente. La sofferente e quotidiana solitudine viene sfogata grazie all’acquisto online di un robot dalle sembianze umane, sessualmente appagante, che lei prontamente chiama Gabriel. Ed ecco la fusione dei mondi. Se l’amore del ‘900 (Dance) non ha più modo di esistere, ci pensa il nuovo secolo (Gabriel) a fornire una risposta amletica, intrigante e sconosciuta (ma inconscia) all’esistenza sessuale di una donna sola. Come sostengo da tempo, il maschio è destinato a scomparire se non attua dei valorosi identitari e solidi cambiamenti atti alla stesura della sceneggiatura perfetta a cavallo tra i due mondi. Che l’epoca del nu-steampunk abbia inizio, a voi la scelta, perché gli over 60 lo fanno decisamente meglio di me e te.

Samuel Chamey

*in copertina Susan Sarandon e Danny Glover in Julia Stone – Dance

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