06 Febbraio 2022

"Fai entrare liberamente il sole e il peccato". Riascoltiamo Nick Drake!

Suonava come una richiesta di aiuto, la voce di un uomo sull’orlo della sanità mentale”. Ad ascoltare quei 28 minuti di musica, ruvidi e sporchi come le registrazioni che si facevano sui nastri demo, non si può che essere d’accordo: la sua voce spiegazzata, quasi sgualcita, profonda come un abisso, a tratti anche tabaccosa, odorosa di nebbia inglese degli anni Settanta, è un’ulcera che ti si apre dentro, dolorosa e bellissima. Poche tracce, corte per durata, che sintetizzano alla perfezione quell’incontro unico che avviene tra il canto e le dita che si dilettano ad arpeggiare accordature fuori da ogni schema e da ogni scuola di musica. L’affermazione dell’incipit è di Richard Thompson.

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Non è il suo album migliore (Bryter layter ha qualcosa in più, secondo me) ma Pink moon – che ha avuto il suo momento di celebrità grazie a uno spot della Volkswagen nel 1999 – è uno di quei dischi che è obbligatorio avere in casa. È uscito nel 1972, un anno messianico: assieme all’ultimo lavoro da studio di Nick Drake sono usciti anche Harvest di Neil Young, Thick as a Brick dei Jethro Tull, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars di David Bowie, Close to the Edge degli Yes, Foxtrot dei Genesis e Transformer di Lou Reed. Eppure è quella luna rosa psichedelica ad accendere le notti delle sette note.

Perché si può fare poesia anche attraverso la musica. “Quando ero giovane, più giovane di un tempo / non mi rendevo conto della verità davanti agli occhi. / Ora che sono cresciuto mi ci ritrovo faccia a faccia / ora che sono cresciuto devo alzarmi e fare ordine. / Ed ero acerbo, più verde delle colline / dove sbocciavano i fiori e il sole ancora brillava. / Ora sono più buio dei mari più profondi / cedimi come un capo dismesso, trova un luogo adatto a me. / Ed ero forte, forte sotto il sole / tanto da pensare che mi sarei accorto quando il giorno sarebbe finito. / Ora sono più debole del più pallido tra gli azzurri / tanto debole dal bisogno che ho di te” canta, flebile e sussurrato, in Place to be. Il pensiero va alla collina di Spoon river, all’Antologia di E. L. Masters, ad Alexander Throckmorton: “Quando ero giovane / avevo ali forti e instancabili / ma non conoscevo le montagne. / Quando fui vecchio / conobbi le montagne / ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione”.

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Parlando di Pink moon, il suo ex produttore Joe Boyd ha detto che “è come se, non essendo entrata in sintonia con i ’60 e i primi ’70, la sua musica si sia liberata, permettendo alle generazioni successive di appropriarsene”. Non è andata esattamente così, almeno nel 1972. Il cantautore è stato riabilito post mortem, come succede ai più grandi. Non era stato capito, o non lo hanno voluto capire. Eppure basterebbe ascoltare Northern sky per capire la sua grandezza.

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C’è poesia anche in Things behind the sun, pezzo in cui Nick parla a se stesso: “Non essere timido, impara a volare / e vedi il sole quando il giorno e finito. / Se solo riuscissi / a vederti sotto quella stella / che si era fermata (qui) in un giorno di pioggia / in autunno, senza chiedere nulla (…) / Apri di più la coppa spezzata / fai entrare liberamente il sole e il peccato. / Sì è oggi (che lo devi fare) / Libera gli inni che nascondi (in te) / troverai riconoscimento mentre gli altri si urtano / per le cose che dici…”.

La storia parte dalla Spagna, l’estate prima. In Costa del Sol. Nick ha 23 anni ed è ospite di Chris Blackwell, capo della Island, l’etichetta discografica che gli ha pubblicato i primi due vinili, Five Leaves Left nel 1969 e Bryter Layter nel 1970, due capolavori che hanno venduto pochissime copie. In autunno Drake torna a Londra con un’idea ben fissata, registrare un disco di chitarra e voce. Chiama John Wood il “suo” tecnico del suono e gli dice quello che vuole fare. John, “istruito” adeguatamente dalla Island (“Registrare qualsiasi cosa proponga Nick”), accoglie l’invito. Drake entra in sala di registrazione attorno a mezzanotte assieme alla sua Guild, la chitarra acustica che lo ha “accompagnato” anche nella copertina di Bryter layter ed esegue, senza fermarsi, tutte le undici tracce dell’album. Ci mette circa un paio d’ore. Alla fine prende il suo strumento e se ne va.

Anche in Which Will parla d’amore: si rivolge a una donna, forse, ad un amore lontano nel tempo: “Chi vorrai?/ chi amerai?/ chi sceglierai tra le stelle lassù?/ Per chi danzerai?/ Chi ti farà risplendere?”.

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Ma è solamente in From the morning che – forse – si vedono le luci di un nuovo giorno, di un nuovo sole che allontana la notte dagli occhi ma non dal cuore: “E ora sorgiamo/ e siamo ovunque/ e ora sorgiamo dalla terra, guardala lei volare/ anche lei è ovunque/ guardala volare tutt’intorno adesso osserva bene tutto questo/e le notti estive e senza fine, e vai a fare il gioco che hai imparato/dal mattino”.

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Pink moon è uscito il 25 febbraio 1972 e ha venduto meno dei primi due album degli album precedenti. Nonostante alcune recensioni lusinghiere. Sulle pagine di “Zigzag” Connor McKnight scrisse: “Nick Drake è un artista che non finge mai. L’album non fa alcuna concessione alla teoria secondo la quale la musica dovrebbe essere evasione. È semplicemente la visione della vita di un musicista al momento, e non si può chiedere di più”.

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Drake, dopo il flop della luna rosa, decide così di lasciare per sempre Londra e fare ritorno a casa dei suoi genitori a Tanworth. “Non mi piace stare a casa”, disse a sua madre, “ma non potrei essere da nessun’altra parte”. Nelle prime ore del 25 novembre 1974, Drake morì a casa sua per overdose di amitriptilina, un antidepressivo. Era andato a letto presto dopo aver passato il pomeriggio a far visita ad un amico. Sua mamma disse che all’alba lasciò la sua stanza per andare in cucina a mangiare una ciotola di cereali.

Alessandro Carli

Gruppo MAGOG